non andrà male, è già andata male

Non posso permettermi di parlare della questione sanitaria, della questione politica, della questione economica. Perché mi sento troppo ignorante a riguardo. E la situazione attuale non permette certo un confronto sereno. Non appena si esprime un dubbio o si pone una domanda, c’è sempre qualcuno pronto a decidere di quale schieramento fai parte. Se pensi che un vaccino possa essere la soluzione fai improvvisamente parte di una élite occulta che vuole distruggere l’umanità. Se hai dei dubbi sulla possibile efficacia di un vaccino finisci dritto dritto nella categoria dei complottisti con relative scie chimiche, terra piatta e luna quadrata. Se immagini che chi è al governo stia tentando di fare del proprio meglio sei del PD. Se pensi che siano degli incompetenti sei della Lega. Se credi che bisognerebbe affrettarsi a riaprire tutto sei un assassino. Se pensi che occorra fermarsi per rivedere completamente l’economia sei un assassino.

Per ogni dubbio o domanda o incertezza – ovvero per ogni parte di te che non è sicura e che si sente ignorante – c’è qualcuno dietro l’angolo che usa quello che dici per incasellarti in una categoria e, dalla categoria opposta, spararti contro. Non c’è più spazio per il pensiero libero. Anzi, chi tenta di pensare liberamente è diventato letteralmente intollerabile. Da una parte e dall’altra. Sottolineo: da una parte e dall’altra. L’unica cosa che sembra unire tutti è il bisogno spasmodico di scaraventarti in un gruppo riconoscibile e ben delimitato. Perché è intollerabile avere tra i piedi qualcuno che non sa. Qualcuno che in testa ha solo milioni di domande. Qualcuno che cerca di ascoltare tutti e che si chiede se non ci sia in ognuno almeno una parte di verità. Qualcuno che non faccia parte di nessun tipo di schieramento. È intollerabile avere tra i piedi qualcuno che si sfila dalla logica dello scontro. È insopportabile qualcuno che non abbia un nemico preciso. Perché questo, oggi, identifica la maggior parte delle persone: il nemico. Che triste e misera identità se ciò che le conferisce forma e sostanza è un nemico! “Ho un nemico quindi sono.” Una logica vecchia, trita, miserabile. “Se non sei con me sei contro di me”, declamava Pompeo. Mentre dall’altra parte Cesare suggeriva un più laconico: “Se non sei con me… non sei con me.”

Quindi in verità, nonostante la presunta libertà d’espressione e d’informazione, non c’è spazio per la libertà di pensiero. E l’aspetto letteralmente terrificante di questa costrizione è che essa non viene imposta dall’altro ma assunta dal basso. Il censore non sta in cima, ma in basso. È tra di noi. È in noi. Siamo noi. Il vecchio trucco del potere: spostare in basso il conflitto e, come Pilato, lavarsene le mani.

Noi censori, noi detrattori, noi spie, noi delatori, noi cecchini, noi giudici, noi appostati per spararci contro, noi contro noi. Più semplicemente: tutti contro tutti. Questo, per me, è lo scandalo. Questa è la vergogna. Questo è il motivo per cui ultimamente non mi riconosco più in niente e in nessuno. E le persone che più mi turbano non sono i cosiddetti haters: la loro “logica” mi è ormai chiara da tempo. No, le persone che mi turbano sono quelle intelligenti. Sono loro a farmi paura. Sono loro che hanno ceduto. Sono loro che hanno paura. E quando una persona intelligente ha paura può raggiungere un livello di brutalità terrificante, può arrivare a fare di tutto perché ha dalla sua un’arma potente: l’intelligenza.

Questo è quello che vedo. Di questo mi sento di poter parlare. In base a questo posso dire che non andrà male ma che è già andata male.

Sono profondamente deluso. Perché sono ingenuo. E l’ingenuità non è una dote, no: di questi tempi è un crimine. E forse anche la speranza è un crimine. La mia speranza che la pandemia avrebbe potuto cambiare tutto. La speranza che ci si svegliasse improvvisamente da quell’orrendo incubo che si chiama capitalismo. La speranza che ci guardassimo negli occhi – sì, negli occhi, anche senza toccarsi – e ci dicessimo “abbassiamo le armi, ritroviamoci… non siamo nemici… siamo sorelle, siamo fratelli…” Oh, questo pensiero naïf! Oh questa ingenuità da bambini! Provo un odio nei confronti di questa parte di me senza pari! La odio perché mi fa sognare, perché mi fa sperare, perché mi fa cercare sempre, sempre e sempre il possibile, il fattibile, il salvabile. La odio perché quando qualcuno commette una violenza si innesca una specie di freno automatico che mi dice “aspetta… aspetta a giudicare… guarda bene, osserva, ascolta… lo sai: ogni violenza, in verità, viene da una ferita, da un varco, da una paradossale richiesta d’aiuto… aspetta… aspetta…”

Bello, no? Bello pensarla così, no? Meraviglioso. Peccato che mi si è insinuato un dubbio atroce. Il dubbio è che io non voglia vedere. Che io non voglia vedere la violenza, l’arroganza, la brutalità, la stupidità, la superficialità. Che io non voglia vedere il male. Il male che non è male moralista. Il male che è semplicemente male di chi fa del male a qualcuno. Di chi non sceglie con tutte le proprie forze di convertire il male in entrata in bene in uscita. Quale altra speranza abbiamo? Quale altra speranza abbiamo?! Se qualcuno ti tratta male e tu prendi quel male che t’è piombato addosso senza motivo e lo riversi senza motivo su qualcun altro… quale speranza abbiamo?! Nessuna!

Ed ecco, non ho più speranza. Non ho speranza che domani vada bene perché oggi sta andando male. Ed ora vedo solo questo. Ed ora voglio guardare solo questo. Anche se fa male. Perché fa male. Fa un male cane. Questo scontro capillare, questo conflitto portato a tutti i livelli, questa violenza tra persone ugualmente ignoranti. E impazzisco, letteralmente, se penso che mentre noi ci scanniamo come stupidi idioti, attorno a noi, vicino a noi e lontano da noi, ci sono persone che non hanno più neanche la forza di parlare perché schiacciate dalla miseria, dall’abbandono, dalla violenza di un sistema sociale globale tra i più stupidi che si possa immaginare: quello del “vinca il più forte”. Tutto ruota attorno a questa brutalità e alle sue derivate.

Lavoro da tanti anni con i giovani. Li osservo, li ascolto, sto con loro. E a un certo punto, proprio quest’anno, mentre stavamo lavorando ad uno spettacolo, ho visto una cosa in tutta la sua semplicità: molti di loro cercano di farcela. Farcela. Farcela… a fare cosa? Ad emergere dalla massa indistinta. Come non capirli? Come non capire il successo di tanti talent? Non ti senti nessuno, ti senti solo un numero, sono anni che canti da solo nella tua stanza di un qualunque palazzone di una qualunque periferia e mai nessuno che venga a dirti “ma sai che sei bravo?”, oppure “continua, non ti fermare”. Canti, canti, canti. Da solo. Per dire che esisti. Perché questo è cantare: dire che esisti tu e che esiste quello che vedi e che gli altri non solo non vedono ma calpestano ed umiliano con allegra distrazione. E a un certo punto non ce la fai più. Vuoi solo gridare “io esisto! perché non mi vedete?!”. E allora vai ad un talent. Uno qualunque. Certo, ovvio, giusto! Ci vai per farcela. Per farcela ad esistere. E lì scatta la trappola. “Vinca il più forte”. “Arriva in cima”. “Sconfiggi tutti gli altri”. Che bestialità! E poi nel campo dell’arte… Dio mio!… l’arte! Forse uno dei pochi “luoghi” al mondo in cui è letteralmente impossibile dire chi è il numero uno. Uno dei pochi “luoghi” in cui regna sovrana la Divina Soggettività. Ma che, niente. Facciamo deflagrare anche l’arte, questo ultimo stupido baluardo dell’umanità.

E allora la convinzione è questa: “Devo farcela. Devo diventare il numero uno. Devo sconfiggere gli altri. Devo arrivare in cima”. In cima. In cima a cosa? In cima c’è posto per uno solo. In cima è così stretto che puoi starci solo tu. In cima c’è la solitudine. In cima non c’è l’umanità, ci sei solo tu.

Questo pensano. E non lo dico io: li ho ascoltati con le mie orecchie. Pensano che per salvarsi, in definitiva, occorra uscire dall’umanità. Staccarsi da tutto e da tutti. Soli. Numeri uno. Soli. Soli eclissati.

Ma sanno distinguere. E questo lo dico perché l’ho visto con i miei occhi. Se qualcuno offre loro un’altra possibilità, sanno distinguere e scegliere. E non hanno nessun dubbio. Se qualcuno gli offre la possibilità, o anche solo l’eventualità, che la soluzione non sia arrivare in cima da soli ma stare in basso insieme ad altri… sanno esattamente cosa scegliere. Ma chi offre loro questa possibilità? Chi offre loro questa visione se noi stessi, ad ogni livello, abbiamo profondamente accettato la logica del “vinca il più forte”? Per i giovani, si sa, le parole contano fino ad un certo punto. Quello che guardano è quello che fai. Quindi hai voglia a rintontirli di solidarietà quando quello che fai è l’esatto opposto.

Il capitalismo è arrivato ovunque. Non geograficamente ma intimamente. Non vendiamo più oggetti ma noi stessi. Sì: gli abbiamo venduto l’anima. E il capitalismo è fatto di concorrenza, di sfida, di oppressione del nemico. Il suo obiettivo è arrivare primo e schiacciare chi si trova tra i piedi. Tra i princìpi del capitalismo non figura in alcuna maniera la solidarietà. E se a volte appare è solo perché qualcuno ha capito che conviene. Per aiutare gli altri? Ma va! Rido! Conviene sempre per lo stesso motivo: arrivare in cima. Il capitalismo si fonda sullo scontro, sul conflitto, sulla guerra. E non riguarda più solo l’economia o le merci, riguarda tutto. Si capitalizzano denaro, merci, persone, idee, like…

Pensavo che tutto questo, grazie alla sciagura della pandemia, risultasse evidente. Pensavo che la pandemia non fosse solo l’esplosione di una malattia ma una lente d’ingrandimento sull’essere umano. E così è stato. Solo che non mi aspettavo la nostra reazione di fronte alla visione di noi stessi.

Una volta che questa lente si è frapposta tra noi e noi, tra noi e la realtà… cosa abbiamo deciso di fare? Di scannarci. Una mandria folle e cieca, questo siamo. In una corsa che conduce alla distruzione. E non lo vediamo. E l’idea geniale che ci salta in mente, mentre corriamo all’impazzata immersi in un branco che corre verso lo sfacelo… qual è? Qual è il capolavoro? Assumere in noi ogni grado di conflitto. Scannarci a vicenda. Per ogni cosa. Come bestie. Anzi no, chiedo scusa alle bestie perché loro sono innocenti. Noi ci scanniamo da esseri umani. Noi ci scanniamo con intelligenza. In noi c’è la volontà lucida di sopprimere l’altro. E non per cibarcene, come fanno le bestie, no: solo per avere ragione. Solo per arrivare in cima. Solo per sottomettere gli altri. Solo per diventare i numeri uno. Quanto mi fanno ridere alcuni atei! E non lo dico da credente perché manco quello so di me. Ma, ecco, alcuni atei mi fanno ridere più dei credenti perché, pur non credendo in Dio, si comportano come se si sentissero Dio in persona.

Non andrà male, è già andata male.

E questa volta non voglio guardare ciò che non c’è. O che spero ci sia. Questa volta voglio guardare in faccia chi siamo. Chi siamo diventati. Cosa stiamo facendo. E se il virus scomparirà e smetterà di mostrarci chi siamo, cercherò di prendere il suo posto. Dal mio picco, piccolissimo luogo di enorme e dilagante ignoranza. E mai fingerò di sapere. Ma neanche smetterò di vedere con i miei occhi, di sentire con i miei sensi, di ragionare con la mia testa che, per inciso, non è mai stata né mai sarà all’interno di nessuno schieramento. Questa è la mia unica certezza: che non mi troverete mai in nessun recinto. Non già per una mia qualche dote personale ma perché il destino mi ha riservato, in tenerissima età, la visione esatta della stupidità congenita in ogni tipo di schieramento cieco e assolutista.

Sono decenni che cammino sul filo.
E smetterò di farlo solo quando, per un’acrobazia forse troppo ardita, o per un eccesso di spavalderia, cadrò a terra.
Allora sì, saprete dove trovarmi.

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5 thoughts on “non andrà male, è già andata male

  1. Un po’ mi rattrista sentirti così a tua volta triste e deluso. Ma lo condivido come sentimento. Non riesco comunque, per me almeno, ad arrendermi. Qualcuno mi ha detto una volta o due, anzi cento, che di quel che ci accade e che accade intorno a noi bisogna solo decidere “cosa farsene”. Per sé, anzitutto. E io credo che tu un po’ di cosa fartene e farne fare ne sappia. Perciò ti abbraccio virtualmente, ti dico “non lasciare il lavoro prezioso che fai”, che sia con i giovani o con noi nativi dei ‘60 del bengodi, perché a stare giù insieme agli altri molti ci stanno e sanno che insieme è il solo modo. Quindi quando il teatro ricomincia, te lo ridico, voglio essere dei vostri (sempre che non siate in un’altra città, sarebbe complicato).

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