risveglio

Scrivo da un limbo. Scrivo da una quarantena. Il tempo è dilatato, sospeso, rarefatto. La sensazione è che si sia improvvisamente fermata una folle corsa. Ed ora mi guardo attorno, attonito. Come se non avessi capito cosa è successo. Lo so cosa è successo, l’ho capito. Ma, ugualmente, non lo sto capendo. C’è qualcosa che va oltre il virus e la pandemia. C’è una specie di lento, lentissimo, risveglio.

È come il tempo che ti ci vuole, al mattino, per uscire dal sogno e rientrare nella realtà. Solo che in questo caso il tempo è molto più lungo. Ma la sensazione è identica. E così come nel sogno hai fatto cose che nella vita non avresti mai fatto, così ora fatichi a riconoscerti. Altro che capire come sarà domani, cosa faremo,
dove andremo. Il problema è molto più piccolo e, al contempo, totalizzante. Il problema è che non so chi sono.
O meglio: non so chi ero.

Chi era quello sempre di corsa, spesso ansioso, quello che pur di non arrivare tardi ad un appuntamento si presentava un’ora prima, quello che si agitava per ogni cosa, quello che costruiva, costruiva, costruiva? E soprattutto: cosa costruiva? So che lavorava per la sopravvivenza, questo lo so. Ma per il resto? Cosa stava facendo? Cosa stava costruendo? E la risposta allarmante è: niente. Niente. Nessuna direzione precisa, nessuna ferrea intenzione, nessuna linea d’orizzonte. Solo un continuo fare, fare, fare.
Fare cosa, esattamente?

O, forse, la domanda è ancora più semplice: a che punto ero arrivato? Dov’ero? E non sto parlando solo di lavoro, professione, eccetera. Non sto parlando solo di soldi, questioni materiali, eccetera. No. Dov’ero rispetto al grande mosaico dell’esistenza? Dov’ero all’interno di quel viaggio iniziato tanti anni fa, quando venni al mondo senza neanche averlo chiesto? O magari l’ho chiesto ma, di sicuro, non lo ricordo.

Quello che ricordo, invece, è la luce del sole che entrava nella stanza e io, ragazzino irriverente, che ballavo. Per niente. Per nessuno. Neanche per me. Ballavo perché ero vivo. Perché sentivo che ero vivo. Ballavo una scomposta danza di gratitudine. Ecco, sì, ringraziavo. Ringraziavo non so chi e non so cosa del fatto di esistere, del puro fatto di esistere. Una gioia la cui ragione risiedeva nella gioia stessa. Sì, insomma, gioia pura. Distillata.
E poi cosa è successo?

E poi si sono successi una serie infinita di surrogati. Alcuni degni, molto degni, altri meno, molto meno, ma pur sempre surrogati.
Tra i primi sicuramente l’amore, l’amicizia, la ricerca di un senso, il teatro, i figli. Tra i secondi… lasciamo perdere. Ma quel contatto non è mai più stato così potente. O meglio, a volte lo è stato, ma sempre più raro.

Dunque? Cos’è successo? È successo che di quella gioia ce n’è stata sempre meno. È successo che per raggiungerla ho fatto di tutto, anche cose che è meglio non dire. È successo che ho svenduto il mio puro esistere – non richiesto e non meritato ma ricevuto come dono incommensurabile -, per… cosa? Per cosa ho svenduto la mia vita? E a chi l’ho svenduta? Non saprei, davvero. Ed è questa la sensazione che provo forte in questo periodo: che non so esattamente cosa ho fatto, né perché, né per chi. Che ho vissuto ma non ho vissuto.

Non sto dicendo che tutto è stato brutto e triste. Anzi! Ci sono state, e ci sono tutt’ora, cose letteralmente meravigliose. Chi c’è stato poco sono io. Per la vita che ho vissuto fino ad ora ci sarebbero miliardi di motivi che meriterebbero la mia gioia. Talmente tanti che non vedo l’ora di avere una nipotina da ammorbare con i miei racconti.
Ma io ci sono stato? O meglio: fino a che punto ci sono stato?
Ed ora: fino a che punto ci sono?

Impercettibile.
Sensazione impercettibile.
Quella di una non completa aderenza.
Come di una pellicola tra me e l’esistenza.

Questo provo, nel limbo di questi giorni. Un lento risveglio dal mio non esserci stato completamente, dal mio aver vissuto in apnea, schivando la vita stessa. In definitiva: rifuggendo la gioia.

Mi si dirà che la felicità fa più paura della tristezza. Sì, lo so. Chi mi conosce meglio mi dirà che dipende dall’infanzia che ho avuto. Sì, in parte è vero. Ma quello di cui parlo… pardon… quello di cui cerco di parlare, non riguarda contingenze o psicologismi. Anzi, direi che è tutt’altro che materiale e razionale. È un tipo di pensiero magico, direi. Quello che hai da bambino o da ragazzino. È il tuo relazionarti all’esistente come ad un miracolo, in quell’età in cui non pensi certo alle religioni. E non pensi neanche a Dio perché Dio, qualunque cosa sia, a quell’età è ovunque. Non lo pensi perché lo vivi, ne fai esperienza. Non lo pensi perché ne sei parte. Non lo pensi perché lo senti ovunque. Lo chiamo Dio ma potrei chiamarlo Vita o Amore.
O Gioia.

Sono diventato un attore, so scrivere delle cose, mi destreggio nella regia, ho una famiglia follemente meravigliosa, una donna che amo e che mi ama e che “grazie destino!”, una figlia non di sangue che secondo me ormai ha il mio stesso sangue, un figlio di sangue che è l’unica opera d’arte alla cui nascita io abbia contribuito, ho amici, non sono solo, riesco a pagare tetto, acqua, luce, riscaldamento, cibo. Sì, insomma, ci sono.

Ci sono.
No, non ci sono.
Non ci sono per intero.

Mi manca una parte. Forse piccola. Sicuramente irrazionale. Magari folle. Ma mi manca. Quella parte che non sta in nessuna casella, in nessun codice, in nessun ordine, in nessun numero, in nessun curriculum, in nessun conto corrente, in nessuna gerarchia, in nessuna categoria. Quella parte che non interpreta l’esistente ma lo riceve e lo beve e se ne inebria. Quella parte che danza scomposta inneggiando alla vita tutta, morte compresa. Quella parte che ha dato vita a tutto. Quella parte che non è una parte ma è tutto.

Ci siamo noi. Ci sono le case. Ci sono le città. Ci sono i paesi. Ci sono le nazioni. Ci sono i continenti. C’è il mondo. C’è il cielo. C’è il sole. C’è la luna. Ci sono le stelle. Ci sono le galassie.
C’è l’universo.

C’è questo secondo. C’è questo minuto. C’è questa ora. C’è questo giorno. C’è questa settimana. C’è questo mese. C’è questo anno. C’è questo secolo. C’è questo millennio. C’è questa era.
C’è il tempo.

E noi siamo dentro a tutta questa vertigine letteralmente impensabile. E ogni scienziato onesto vi dirà che è impensabile.
E anche ogni religioso onesto vi dirà la stessa cosa.
C’è l’impensabile. E questo impensabile c’è da sempre, ovunque e per sempre. E noi. E io. E io ho smesso di sentirlo. E io ho smesso di sentirmene parte. Perché… perché avevo da fare… perché avevo un appuntamento… perché stavo costruendo…. perché ero dentro una folle corsa. Ed ora che sono sceso mi chiedo dov’è, l’impensabile.
Mi chiedo che fine ha fatto. Mi chiedo che fine ho fatto.

Dov’è tutto?
Perché non lo sento?
Dove sono io?
Dov’è la gioia?
Chi sono io?

È un virus, sì. È una pandemia, sì.
È dolore, sì. È morte, sì. È paura, sì.
Ma non è solo questo.
È quello che sta succedendo, sì.
Ma non è, assolutamente, solo questo.

Forse è un risveglio.
Forse.
Nel caso dovremo ammettere che prima stavamo dormendo
e che, dormendo,
stavamo vivendo il sogno di qualcuno
che non siamo noi.

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