SALVIAMO IL MONDO (da noi stessi)

Devo ammettere che all’inizio ero più ottimista. Pensavo che quello che sta accadendo avrebbe cancellato, come una spugna, gli infiniti inutili conflitti. Pensavo che, in noi, tutti i punti esclamativi avrebbero subìto una torsione e si sarebbero trasformati in punti interrogativi. Perché sono quelli, in definitiva, che fanno cozzare le persone: i punti esclamativi. Alcuni sono fondamentali, come il rispetto per gli altri e per la natura. Ma poi ce ne sono una quantità inverosimile di totalmente inutili. Anzi: dannosi.

Pensavo che il virus, in qualche modo, avrebbe controbilanciato il suo carico di grande morte e immenso dolore con una carica direttamente proporzionale di comprensione, desiderio di incontro, abbattimento di difese e relative linee d’attacco. Non è così. Sono semplicemente cambiate le trincee. Gli eserciti hanno semplicemente cambiato terreno. I conflitti si sono spostati in altre zone.

Non voglio entrare nel merito degli aspetti specifici che riguardano la pandemia ma voglio fissare lo sguardo sulla modalità con cui se ne parla. Beh, se ne parla come ieri si parlava di tutto il resto. Raramente c’è dubbio vero, domanda vera, incertezza vera. Raramente ci si sente abbattuti, atterrati, sconfitti. In pochi casi si ha lo sguardo e lo stato d’animo di chi è stato colpito e affondato. Quasi mai ci si sente arresi.

Arrendersi.
Pare proprio una brutta cosa.
Da qualunque lato la si guardi.
Può essere, ma ci sono un paio d’aspetti della resa che sono fondamentali alla vita: l’impotenza e l’umiltà. Varchi. Fessure. Aperture. Punti di passaggio. Cunicoli che portano al nostro essere limitati. Al nostro essere mortali.

Penso che tutti abbiamo provato, almeno una volta, la potenza della debolezza. Penso che a tutti sia capitato di entrare in quel luogo di noi stessi in cui si accettano profondamente la nostra fragilità e la nostra ignoranza. Quella volta in cui il dolore ci ha colpiti così forte da scioglierci. Quando qualcosa di più grande di noi ha scovato l’interruttore del nostro punto debole – la pietra d’angolo sulla quale abbiamo edificato la nostra vita -, l’ha premuto e ci ha fatti diventare come quei pupazzetti fatti di pezzi di legno tenuti insieme da fili. Quelli che, se premi il tasto che c’è sotto, si afflosciano su se stessi. Si afflosciano, vengono giù, cedono alla forza di gravità. Dolcemente. Perché questo è l’aspetto paradossale delle potenze che governano la vita: sono inesorabili, spietate, inarrestabili ma, contemporaneamente, contengono una dose di dolcezza. Gli occhi increduli di chi ha perso qualcuno, le membra senza tensioni di chi è malato, le menti in silenzio di chi è sopraffatto da una tragedia.
Quel silenzio, quell’esser sicuri di una sola cosa: di non sapere.
Di non avere il controllo. Di non poter fare quasi nulla se non…

Se non evitare di causare dolore.

Rivoluzione.
In questi tempi ci penso moltissimo. È una parola che ho amato come non mai. L’ho amata da giovane quando volevo cambiare il mondo, l’ho amata quando incontrai i comunisti, quando misi su un’associazione contro il razzismo, tutte le volte che sono sceso in piazza, quando qualcuno mi raccontò a dovere la storia di Gesù, quando decisi di diventare medico e di andare a curare bambini in Africa, quando mi resi conto che quella non era la mia strada ed entrai all’accademia d’arte drammatica, quando incontrai gli anarchici, durante le interminabili notti di parole con il mio amico drammaturgo, quando per tre anni organizzai, d’estate, un incontro di una settimana con un gruppo di 35 amiche e amici perché sentivo che dovevamo parlare e stare insieme, quando feci uno spettacolo su Che Guevara, quando studiai la rivoluzione Zapatista, quando andai al G8 di Genova, quando feci uno spettacolo su Francesco d’Assisi, ora che tengo laboratori che poi diventano spettacoli, con persone di ogni età e provenienza…

Ma.
Ma ora la vedo diversamente.
Anzi, mi sembra di vederne il principio.

È come se avessi individuato il primo passo, quello necessario, quello fondamentale: evitare di causare dolore. Non parlo di “fare del bene”… no, ho capito che questa intenzione è quantomeno sdrucciola e può nascondere insidie pericolosissime. Parlo invece di qualcosa di più semplice e meno eclatante: evitare di causare dolore.

Questo cambio di prospettiva può sembrare una cosa da niente ma cela un presupposto per me importante: in assenza di una grande attenzione provochiamo dolore. Siamo geneticamente portati a provocare dolore. Anche non volendo, sia chiaro. Non sto dicendo che siamo cattivi di natura, sto dicendo che siamo un potenziale di dolore per altri. E anche per noi stessi, s’intende.

La rivoluzione dei domatori, la chiamerei. Di chi ha coscienza del proprio potenziale e lo tiene a bada, gli mette le briglie. Qualche giorno fa, scherzando, ho detto alla mia compagna: “Il prossimo spettacolo lo intitoliamo SALVIAMO IL MONDO”.
“Da noi stessi”, ha aggiunto lei.
Esattamente questo.

Quante volte ho provato vergogna per aver causato dolore. Letteralmente vergogna. Una cosa senza scuse. Un’umiliazione senza scampo. Qualcosa di cui hai perso il controllo. E quando ti fermi, ti guardi e vedi quello che hai fatto, quasi non ti riconosci. Una vergogna tremenda. Ma, ecco, non basta soffrirne affinché non accada più. Può accadere in ogni istante. Basta una parola sbagliata, un gesto inconsulto, una mancanza, un’assenza.
D’altronde da distrazione a distruzione è un attimo.

“Eh ma tutto questo cosa c’entra con la pandemia e la rivoluzione?! Qui dobbiamo uscirne, dobbiamo fare, dobbiamo ripartire, ricostruire, trovare i colpevoli, giudicare, accusare, condannare! Dobbiamo rifare tutto: economia, sanità, stati, nazioni, Europa, Mondo! Non abbiamo mica tempo da perdere a stare attenti a non ferire un imbecille che spara cazzate o a non inquinare per salvare gli uccellini, madre natura e tutto il cucuzzaro!”

Già.
Non abbiamo tempo.
E il mio non è certo un manifesto politico convincente.
Lo so benissimo.
Ma, tant’è.

Non causare dolore.
A nessuno.
A niente.
Mettere le briglie alla parte distruttiva della nostra persona.
Non offendere.
Non colpire.
Non insultare.
Non oltraggiare.
Non calpestare.
Non uccidere.
Non… non… non…

Per la prima volta capisco l’incipit della maggior parte dei comandamenti: 8 su 10 iniziano con “Non”.
Sottintende che causare dolore è sempre ed eternamente possibile. Presuppone che il bene verso l’altro non significa, in definitiva, fare qualcosa per l’altro quanto piuttosto difendere l’altro da noi stessi.

Io la conosco una persona che cerca in tutti i modi di fare questo ed è la persona della quale direi, più di tutte, che fa del bene. Perché sta attenta a non fare del male. E la cosa ingloriosa, per lei e per le persone come lei, è di essere invisibili. Perché invisibile è la loro azione. Perché non sono di quelle persone che aiutano gli altri “in pompa-magna, tacchi a spillo e un beauty-case imitazione coccodrillo”, no: sono persone invisibili perché invisibile è il loro campo di battaglia. Sono rivoluzionarie di natura. Di quelle che non ricevono né onorificenze né premi. E magari neanche un grazie. Perché il loro intervento è prima. Perché la loro azione è a priori. Perché agiscono sempre. Perché ti salvano senza che tu lo sappia.
E questo, forse, è l’unico modo per salvare qualcuno.

E allora sì – in nome di queste persone, guerriere senza armi, rivoluzionarie senza bandiera, ribelli senza slogan -, sì:

SALVIAMO IL MONDO
da noi stessi

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