ho voluto che accadesse tutto questo

Neanche il tempo di realizzare. Di rendere reale quello che accade. Mi sento terribilmente in ritardo rispetto agli eventi. Non ci sto dietro. È successo qualcosa che mi precede. Di molto. Lo rincorrono la mia mente, i miei pensieri, le mie improbabili analisi e ancor più improbabili previsioni, lo rincorrono i miei sentimenti. Ogni tanto riesco a sfiorarne un frammento, ma è questione di un attimo.

La sensazione di massima è che sia irreale, che in qualche modo non stia accadendo veramente. Ed una parte di me, effettivamente, non vuole che stia accadendo. Una grande parte di me non lo vuole. La stessa che detesta i cambiamenti. La mia parte sedentaria. La mia parte costruttiva. La mia parte addizionata. Quella parte che da anni lotta con i denti per assicurarsi qualcosa. Un tetto, qualcosa da mangiare, un lavoro. Quella parte che non vuole che cambi niente. Mai. Quella parte che si era dolcemente messa ad aspettare la morte, ma senza nessuna rassegnazione o tristezza. Dolcemente, come si aspetta un amico che arriverà, prima o poi arriverà. E nel frattempo si prepara al meglio la casa per poterlo ospitare.

Poi l’altra parte. Quella mai doma. Quella che ha sempre tirato brutti scherzi all’altra parte. Quella che mi ha messo a rischio anche quando non ce n’era bisogno. Quella che scalpita. Il cavallo che non si fa cavalcare. La bestia che non si fa addomesticare. Inopportuna, folle, irragionevole, incontrollabile. Quella parte che da un lato mi ha salvato e dall’altro rovina sempre tutto. Quella che fa del male a me e agli altri. Soprattutto a chi mi è più vicino. Ecco, lei, quella parte, non aspettava altro che quello che sta accadendo. Da sempre. Anzi, lo sapeva già.

Ricordo un bar di Bologna, più di vent’anni fa. Ricordo che mi guardai attorno. Vedevo. Non guardavo, non osservavo, non pensavo: vedevo. Uno sguardo che era mio ma che non era mio. Lontano da me ma vicinissimo alle cose. Talmente vicino da vederne il futuro. Questo significa profezia: entrare nel presente. E una volta che lo vedi non ci vuole un granché a vedere dove va. Vedevo. Poi un pensiero. Non pensato, non formulato. Direi “arrivato”. Un pensiero non pensato arrivò. Disse: “Tutto questo non può restare in piedi, crollerà”.

Il sentimento che provai fu di sollievo. Perché la verità, quella né mia né tua né di nessuno ma di tutti e di tutto, è riposante. Mette a tacere la mente. Da un nome a quello che non riesci a nominare. Ti dice quello che sai senza sapere di saperlo.

Quello che sta accadendo io lo sapevo già. In ogni mia fibra, in ogni mia cellula. Una parte di me era, anzi, già qui. Io stesso mi sono preceduto. Da qualche mese ormai stavo lavorando ad uno spettacolo. In scena sarebbero andate una sessantina di persone. Età: dai 15 agli 85 anni. Tema: l’apocalisse. Ricordo all’inizio del progetto questo pensiero ossessivo riguardo l’apocalisse. Che poi non significa altro che “togliere il velo” e dunque “vedere”. Soprattutto ricordo le resistenze. Perché non essendoci testi teatrali adeguati (neanche la Peste di Camus), avrei dovuto costruire una drammaturgia originale. Quanto ho resistito! Ho ipotizzato di tutto pur di non affrontare quel tema. Ma è stato letteralmente più forte di me. Non voleva star giù. Non voleva andarsene. E allora mi sono arreso. Non potevo fare altro.

Da mesi io, i miei collaboratori, giovani, adulti e anziani parlavamo di quello che sta accadendo. Per la precisione, lo stavamo mettendo in atto. In parte, seppure in uno spazio e in un temo delimitati, abbiamo vissuto in anticipo quello che sta accadendo.

Ci sono forze che agiscono. Non parlo di fede, di energia cosmica, né di altro. Non perché abbia un pensiero in merito, semplicemente perché sono cose fuori dalla mia portata. Io sono come il bambino che riceve lo schiaffo. Al bambino non interessa il motivo dello schiaffo. Anzitutto constata l’evento. E così io constato l’evento.

L’evento era già qui. Da tanto, tanto tempo. L’evento ora mostra la sua zampata finale, ma era già qui. Lo abbiamo preparato, forse lo abbiamo voluto. L’evento non è un evento ma l’insieme delle nostre azioni e relazioni. L’evento non è caduto dal cielo ma è salito dalla terra. L’evento siamo noi. Noi con le nostre azioni passate, noi con le nostre azioni presenti.

E allora mi viene da porre una domanda: “Perché abbiamo voluto tutto questo? Perché?” Onestamente non vedo domanda più responsabile di questa. Non “perché è avvenuto?” o “di chi è la colpa?”, no, davvero. Fuggire da qualcosa che abbiamo creato sarebbe, appunto, irresponsabile.

Conosco già l’obiezione e la capisco benissimo:
“Ma chi l’ha voluto?! Pensa per te! Io non l’ho voluto!”

Ok, va bene.
Capisco, davvero.
E lo dico senza nessuna ironia perché anche in me qualcosa protesta allo stesso modo.

Ma ora, oggi, stamattina, non voglio ascoltare quella parte, voglio sentire cosa ha da dire l’altra.

E dunque.
Perché io ho voluto che accadesse tutto questo?

Frammenti.
L’ho voluto perché non credo ad una vita sicura. Mi sembra un ossimoro. Perché nulla è sicuro e piazzare una cosa sicura in mezzo ad un oceano d’insicurezza mi sembra poco ragionevole. L’ho voluto perché avevo bisogno di un limite. A tutto. Perché avevo bisogno di essere limitato. Perché vivere senza limiti non è cosa di questa terra. Quello forse accadrà dopo la morte. Forse. Mentre la vita su questa terra è un limite dietro l’altro. Non posso scavalcare una montagna, non posso bere il mare, non posso toccare la luna. E giù giù fino ai più piccoli limiti: non posso vivere senza respirare, senza mangiare, senza bere, senza dormire. Ho voluto che accadesse tutto questo perché da anni e anni e anni mi dico che questa vita non è la vita ma una sua brutta copia. Per me vita è sentire tutto, innamorarsi da farti esplodere le vene, amare da farti sbullonare l’anima, piangere urlando come un lupo, ridere da aver bisogno di un catino per versarci tutte le lacrime, gioire per il solo fatto di esistere; vivere è ringraziare e lodare e innalzare inni, e a volte perfino farsi del male. È soffrire senza difenderti. È quel minuscolo istante in cui ti andrebbe bene di morire perché stai provando una gioia che è dolore che è piacere che è male che è felicità distillata che è qualcosa che non sai cos’è ma ti collega a tutto il benedetto sistema solare. Vivere è amare la morte perché è la presenza della morte che garantisce l’esistenza della vita. Volevo che accadesse tutto questo perché avevo smesso da molto di credere nella nostra società. Cos’è? Non so, un mostro mitologico? Cosa diavolo è? Cos’è tutta questa sofferenza sparsa per il mondo? Cosa ci fanno i ricchissimi con tutti quei soldi? Cosa ci fanno? Che poi sono tristi, si ammalano, si deprimono, si suicidano. Non stanno bene, non stanno per niente bene. E allora se i soldi non gli servono manco a quello, cosa diavolo stanno facendo? E, dall’altra parte, cos’è tutta questa miseria? Io non riesco più a sopportarla. È ovunque. È terribile è tremenda è terrificante. “Stai male? Beh, dai, c’è chi sta peggio!” Sai cosa, caro contabile dell’esistenza, ho smesso di sentirmi meglio se qualcuno si sente peggio ed ora se so che qualcuno sta peggio… sto peggio. Ho voluto che accadesse tutto questo perché non posso neanche più pensare alla natura. Quante immagini ho messo via! Stavo per scoppiare! Manco i server di google contengono tutte le immagini stipate nella mia mente. Foreste in fiamme o devastate, acque plastificate, animali letteralmente torturati. La natura, la natura tutta. Crudele a volte, certo, ma fondamentalmente docile. Come un cucciolo, come un bambino che ti guarda incredulo mentre lo stai facendo a pezzi.

Potei andare avanti per molto.
Ma, ecco, io ho voluto che accadesse tutto questo.
Dolorosamente l’ho voluto. Molto dolorosamente.
E quando, in questi giorni, leggo di persone morte o dei loro cari che non possono stargli vicino, piango. Ma non per loro. Su questo non posso proprio fingere: io non riesco a piangere per chi non conosco. No, piango per me. Per la mia miseria. Per la mia debolezza. Per il mio essere stato incapace di evitare tutto questo. Per non aver evitato tutte queste morti e tutto questo dolore. Piango per averlo voluto. Disperatamente. Come fossi un attacco di panico. Io ho sofferto di attacchi di panico. Li ho odiati come non mai! Poi mi sono fermato. Li ho ascoltati. Con una certa dose di rabbia ho chiesto loro “cosa diavolo volete da me?!” Nessuna risposta. Ancora dolore, ancora paura. Finché non sono stato fiaccato del tutto. A quel punto, quando ero talmente a terra da essere praticamente sotto terra, mi hanno risposto. “Vogliamo che ti fermi. Vogliamo solo che ti fermi. E che scendi da una vita che non è la tua vita ma quella che altri o i tuoi fantasmi o le tue paure e preoccupazioni o il tuo io ipertrofico vogliono per te. Fermati. E ditti chi sei.”

Ho voluto tutto questo perché ci fermassimo. E ancora non lo siamo, fermi. Siamo in casa, non possiamo usciere, ma ancora non siamo fermi. “Dobbiamo ripartire in fretta!” No, dobbiamo fermarci in fretta. Poi ripartiremo. Poi. Non ora. Ora metteremmo in piedi una brutta copia del passato. Un’orrenda copia del passato. Perché se ripartiamo come prima i deboli diventeranno più deboli, i potenti più potenti, i poveri più poveri, i ricchi più ricchi.

Siamo scesi dal treno in corsa. Ma stiamo ancora correndo. Cerchiamo di risalire al volo, come nei film. Io dico: fermiamoci. Lasciamo che il terno corra via. Perché quel treno non è la nostra vita ma qualcosa che ci è sfuggito di mano e ci precede. Lasciamolo andare via. Con tutta la paura che ciò comporta. Con il terrore di ritrovarci in un deserto, vicino ad un binario vuoto, senza più nulla.

Fosse per me farei una cosa molto semplice e molto chiara: azzererei i calendari. Questo farei. Non siamo nel 2020, no, siamo in un nuovo anno 0. Con tutta la paura e l’eccitazione che questo comporta. La storia ora non va avanti, si ferma. E riparte oggi. Oggi, 6 Aprile dell’anno 0.

In questi giorni le uniche musiche che riesco ad ascoltare sono quelle cantate da cori di donne e uomini. Nessun protagonista, nessun antagonista, nessun attore principale, nessuna comparsa. Cori, solo cori. Cori di voci, accordi tra esseri umani, cori di persone fuori dal coro ma nel cuore esatto della vita. Di una vita che, questa volta, si è fermata. E ci sta aspettando.

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3 thoughts on “ho voluto che accadesse tutto questo

  1. Tienila viva quella parte “mai doma”, quella che non è la maschera del teatrante ma l’intima, profonda verità che siamo. La parte che la verità sa guardarla e accoglierla, soffrire, incazzarsi, innamorarsi, bestemmiare se serve. E poi, quando questo stato di cose finirà, almeno nella forma, chiama. Io voglio essere uno di quelli che salgono sul palco con gli occhi aperti a raccontare agli altri che non siamo, forse almeno noi, domabili.

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