messa in scena

La benedizione “Urbi et Orbi” di ieri non mi ha emozionato.
Anzi, mi ha restituito un certo gelo.

Un uomo in uno spazio enorme, solo.
E subito la mente corre alle immagini di medici e infermieri ammassati in anguste stanze d’ospedale, con i malati tutti attorno. Con i lebbrosi, direi, se fossimo ai tempi di San Francesco. Attaccati. A contatto. Così come fece Francesco gettando scandalo, andando dai lebbrosi, stando con loro, toccandoli. Offrendo loro non già la parola ma il proprio corpo. Non che il Papa dovesse fare lo stesso, lo capisco. Ma neanche l’esatto contrario.

Perché quelle immagini così spettacolari? Era come se sentissi, in sottofondo, le parole che si sono detti in cabina regia:
“Sarà incredibile! Ne parleranno i libri di storia! Che immagini!”

Faccio teatro e sono molto sensibile a certe cose. E quando sento che mi si vuol far provare un determinato sentimento, mi chiudo come un riccio. Non ricevo più. La trovo un’imposizione. E così ieri, durante la benedizione. Mi si stava dicendo “Guarda che immagini incredibili! Guarda l’uomo solo sotto la pioggia! Senti che sapore apocalittico!”

Non mi ha emozionato. Ho sentito la volontà di dare il messaggio prima del messaggio stesso. Ho capito cosa mi si voleva dire. Anzi, cosa si voleva che io provassi. E, per quello che mi riguarda, se vuoi che io provi un determinato sentimento l’ultima cosa che devi fare è volere che io lo provi. Altrimenti mi hai perso.

In più la solitudine del Papa.
Ancora.
La solitudine del Papa mentre dice che siamo tutti nella stessa barca. E però, mentre lo dice, lui non c’è nella barca. È solo in uno spazio enorme. Un privilegio, di questi tempi. Come i ricchi che fanno quarantena in case di 38.000 metri quadrati.

Avrei preferito vederlo in uno spazio piccolo, come quello in cui molti di noi stanno vivendo. Avrei preferito vederlo in un’intimità, come quella che molti di noi stanno vivendo. Avrei preferito una nudità della celebrazione, magari violando anche qualche schema, così come molti schemi stanno saltando un po’ ovunque. Avrei preferito che bucasse lo schermo, che ci guardasse in faccia. Avrei tolto ogni solennità e ogni pretesa di immagine da fine del mondo. Avrei preferito che facesse come Mattarella e che, come lui, facesse fatica e sbagliasse. E che ci restituisse umanità, non lontananza e solitudine. Sì, insomma, strano a dirlo da parte mia, ma avrei preferito un po’ di religione: “religio-onis, affine a religare «legare»”.

Oppure che la piazza fosse piena di preti e suore e frati. A due metri di distanza l’uno dall’altro. Con mascherine e guanti. Dappertutto, quasi a circondare il Papa.

Invece l’uomo solo. Ancora l’uomo solo. In una solitudine amplificata da una regia, a mio modo di vedere, stucchevole. Una regia che ha evidenziato l’immagine stessa del motivo per cui ci ritroviamo in questa situazione: la solitudine. Soli nella vita.
Ed ora soli nella morte.

Non sto parlando di fede, sia chiaro. Non mi permetterei mai.
Sto parlando di spettacolarizzazione della fede. Ovvero di spettacolarizzazione di un fatto intimo.

Io lotto da sempre con la religione. E ancor più con la fede. Non nel senso che lotto “contro”, no: lotto in me stesso. Sono anni che giro l’Italia con uno spettacolo su Francesco d’Assisi da me scritto e interpretato. L’ho fatto in tante chiese, ho incontrato tanti religiosi. E spesso li ho visti contenti dello spettacolo. Uno spettacolo che non ricalca certo la classica narrazione su Francesco. Li ho visti contenti perché spogliati. Come Francesco, nudo in piazza davanti agli assisani. Li ho visti, per un attimo, respirare. Ho avuto la sensazione che lo spettacolo li facesse tornare ai motivi essenziali della loro scelta di vita. Ovvero: spogliarsi. Di tutto. Togliere. Decostruire. Destrutturare. Diventare poveri. Ma non in senso unicamente materiale – anche perché di quel tipo di povertà nella chiesa ce n’è ben poca -, bensì in un senso umano. O spirituale. Povertà in quanto ricerca dell’essenza. Che era poi ciò che interessava veramente Francesco.

Ecco allora che ieri non ho visto nulla di tutto questo. Perché quel vuoto e quella solitudine non erano essenza, erano scenografia pura. Quel vuoto era stracolmo.

Spero sia chiaro che il mio non è un tono di polemica o di condanna. In alcun modo. Anzi, se potessi parlare di persona con il Papa lo farei di corsa. Perché spero. Spero, spero, spero. Soprattutto in questi tempi. Spero così tanto che, anche senza volerlo, il mio sperare diventa praticamente preghiera.

Spero nella nostra velocità. E non già nella velocità che occorre per rimettersi in piedi e ricostruire, no, il contrario: spero nella nostra velocità nel decostruire e nello spogliarci. Nel togliere il superfluo. Nel lasciar cadere tutto ciò che ci ha portati al crollo.
E di lì, lentamente, umanamente, ripartire.

Concludo allora con una preghiera rivolta direttamente a lei,
Papa Francesco:
La prego di non essere più solo.
Perché non lo è.

Standard

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s