c’è se non ci sei tu

La paura.
La paura sana e la paura insana.

La paura insana è fatta di angoscia per qualcosa che non è né qui né ora. Quindi per qualcosa che è ovunque. Come se ti stesse sempre rincorrendo. E se qualcosa ti rincorre tu, ovviamente, non fai altro che scappare. E questo fomenta ulteriormente la tua paura.

Se non riesci a fermarti nel tempo e nello spazio, la paura ti divora. Se corri continuamente la paura ti divora. Se scappi continuamente la paura ti tiene in pugno. La madre di tutte le paure, poi, la paura di morire, non si sconfigge in alcun modo. Non è un avversario alla tua portata. Soprattutto, direi, non c’è partita. E tu pensi – ingenuo e, in qualche modo, tenero – di poterle sfuggire. E allora corri, corri, corri. Dove? Dove stai andando esattamente? E soprattutto: questa tua fuga serve e qualcosa? Quando poggi la testa al cuscino sei più tranquillo? Dormi bene? Riesci a dormire? Ti svegli sereno? Riesci a stare fermo? Riesci a non fare niente? Riesci a vedere quello che ti sta attorno? Riesci a meravigliarti di ciò che esiste? Riesci a renderti conto che esisti? Oppure è tutta un’interminabile apnea?

Lavori tutto l’anno. Poi magari d’estate vai una settimana al mare e, se ti va bene, stai bene. Se riesci a staccare veramente. Se riesci a prendere distanza da ciò che fai durante tutto l’anno. Se riesci a staccarti veramente dal te stesso occupato e preoccupato. Magari non riesci il primo giorno. E nemmeno il secondo. E magari nemmeno il terzo e il quarto. Ma poi, il quinto giorno, in un attimo, e per un attimo, sei completamente dove sei. Magari stai facendo il morto in acqua. Già, magari la morte è proprio quella cosa lì. Oppure sei seduto in spiaggia, di sera, quasi tutto sono andati via, il sole scende, riesci a sentire la lingua del mare. Oppure una mattina ti svegli presto e cammini. Ed è tutto fermo. E niente di te pensa al dopo perché il dopo non esiste. Oppure sei a cena con lei. È bellissima. Lo è sempre stata. Sei semplicemente tu che hai smesso di vederla perché sempre in fuga, sempre di corsa, sempre a scappare. E invece ora la vedi. E non parlate di niente perché non c’è niente di cui parlare. O meglio, va bene parlare di tutto perché, qualunque sia l’argomento, in realtà le stai dicendo solo “sei bellissima ti amo per sempre”.

Insomma, capita che ti fermi. Che ti fermi veramente. Non solo il corpo, quello è capacissimo di fermarsi. Quello è tutto fatto di presente. Ti fermi… tutto. Nessuna parte di te, da quelle visibili a quelle invisibili, è altrove. Sei lì. Esattamente lì. Esattamente in quel momento. E quello che provi è amore. Non quello dei film. Non quello delle frasi d’amore. Non quello smielato e sdolcinato che esiste solo nella tua testa. Non quello che è fuga, come tutto il resto. No, l’altro. Quello che per nominarlo occorrerebbe una parola un po’ più dura di “amore”. Quello che comprende tutto, pure la morte. Ecco, chiamiamolo “amorte”.

Sei lì che provi amorte e sei felice e malinconico nello stesso identico istante. Provi una gioia così vasta – tanto vasta che per descriverne la misura la mente corre subito alle immagini dello spazio – che comprende tutto, pure il dolore. Pure la paura. Pure l’angoscia. Dolcemente. È un’accettazione. Ma non passiva, no, in nessun modo. È attiva. È azione distillata. Come la parola “poesia” che deriva da “poiéō”, ovvero “faccio”. Sei attivo e pieno di vita perché tu stesso sei vita. Allo stato puro. È un attimo, un frangente, un istante. Non può durare troppo a lungo, non lo reggeresti. Tant’è che a un certo punto la testa ti salva. Ti fa pensare a qualcosa. Non importa a cosa ma, ecco, ti viene in soccorso altrimenti ci resteresti secco. Ti dice “pensa a cosa fare dopo, attento che se fai il morto in acqua e nessuno ti vede rischi che arriva un motoscafo e ti trancia in due, da dove viene questa musica?, ma perché mettono la musica in spiaggia?, le sigarette!, dopo voglio prendere una birra, ma non quella alla spina, non so perché ma non mi piace, meglio una birra sciacquina in bottiglia, bel ristorante, certo potrebbero distanziare un po’ più i tavoli, e adesso che ordino?, prenderei tutto, odio i menù, sempre troppa roba da scegliere e poi sono sicuro che riesco sempre a prendere la cosa meno buona, magari più tardi facciamo l’amore, ma guarda quanta gente in giro a quest’ora, devo riuscire a comprare una casa al mare, voglio finire i miei giorni al mare, signora scusi!… le è caduto qualcosa…”

E te ne vai da dove sei. Ma va bene così. In quel punto, in quell’incrocio che è l’incrocio di tutto, si riesce a stare per pochissimo tempo. Gira roba troppo grossa da sostenere. A volte spero, o forse sogno, che quell’incrocio, esattamente quell’incrocio, sia la morte. Spero, o forse sogno, che la morte ti venga e prendere per mano con una tenda in spalla e ti dica “vieni, ora ti faccio vedere la tua nuova casa”. E una volta arrivati all’incrocio, all’incrocio dei venti, all’incrocio dei tempi, ti dice “ecco, questa è la tua tenda, mettila qui”. “E poi?”, fai tu. “E poi niente: ora ti fermi e stai qui. Tutto qui. Per intero. Ora non scappi più”. “Ma io volevo la casa al mare!”.

E mentre sistemi la tenda cominci a sentire le parole del mare e apri la tenda e dentro c’è lei che ha ordinato tutto il menù e c’è un vassoio con 28.011 birre sciacquine in bottiglia e pensi alla parola “amore” che è troppo dolce e che è molto meglio “amorte” e fai per salutare la morte e ringraziarla di tutto ma lei non c’è più e non ci sarà mai più e mai più avrai paura perché ora non scappi perché ora è ora e qui è qui e lei è lei e tu sei tu.

In questi giorni penso cose del genere. Sogno cose del genere. E spero che questa sospensione ci aiuti a non vivere più nella paura. Nella paura insana. Quella che c’è solo se non ci sei tu.

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3 thoughts on “c’è se non ci sei tu

  1. Bandini io ti amo. Grazie, questi pensieri, o cose simili, mi abitano in questi giorni. Insieme a una calma sconosciuta, alla consapevolezza della mia presenza a me stessa e alle mille occupazioni di casa, che non cessano, come sempre. Questo tempo risveglia fantasmi e consapevolezze, una verità cui non siamo avvezzi.

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