quello che ci fa paura degli stranieri siamo noi

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
Questo straniero va accolto e, soprattutto, va ascoltato. Andrebbero creati Centri di Primo Ascolto. Appena lo straniero arriva noi andiamo ad ascoltare la sua storia. Le storie di chi ha conosciuto il dolore, l’umiliazione, la sopraffazione, la miseria, la fame, la sete, la paura… sono le storie che ci salvano la vita. Non hanno sempre fatto così i nonni andati in guerra? Non ci hanno sempre raccontato le loro storie? Raccontare è un’azione che non prevede concetti di “altruismo” ed “egoismo”, raccontare è le due cose contemporaneamente. I nostri nonni, parlando, tentavano di liberare se stessi dai fantasmi di un passato troppo doloroso e c’insegnavano a puntare lo sguardo sulle cose importanti del vivere. Quelle che vedi più facilmente quando non le hai. Quando sei in guerra o vivi nella miseria o nella violenza o nel dolore o nell’abbandono. Quelle che dimentichi più facilmente quando sei invaso dal superfluo. Ed è lui, il superfluo, l’unico immigrato che dovremmo rispedire a casa sua. Anzi, dovremmo proprio farlo andare a fondo. Così, giusto per aiutarlo a non essere più superficiale.

Lo straniero che arriva da un altro paese, dicevamo.
Lo straniero che magari viene da una guerra, così come i nostri nonni sono arrivati a noi passando attraverso una guerra. Ma anche lo straniero che viene dalla miseria, o da una dittatura, o da qualsiasi tipo di violenza… insomma, da una qualunque di queste guerre. Questo straniero va accolto e va ascoltato. Perché il suo sguardo ci riporta all’essenza stessa del vivere. Ci riporta al centro dell’esistenza. Ci ricorda cosa è importante e cosa no. Ci aiuta a sganciarci dalla superficie e dalla superficialità.

Alcuni vorrebbero che gli stranieri andassero a fondo.
Io vorrei che gli stranieri portassero a fondo noi. Laggiù dove tutto si capovolge e la terra diventa cielo e il cielo diventa terra. A testa in giù. A ribaltare lo sguardo. Questo sguardo che è sempre e solo lo sguardo del Centro. Ovvero lo sguardo del potere, del denaro, del successo. Lo sguardo col quale, ad un certo punto, abbiamo deciso di guardare gli altri e noi stessi. Quello sguardo per cui se non hai potere, denaro e successo sei una nullità.

Ecco, ribaltare questa follia.
Smettere di guardarci con gli occhi di chi sta al Centro e cominciare a guardare chi sta al centro con i nostri occhi. Smettere di considerare i margini come luoghi da abbandonare o, al limite, da recuperare con qualche azione caritatevole, e cominciare a pensarli e a viverli come centri dell’esistenza. Ai margini del potere, ai margini del denaro, ai margini del successo. Ai margini di tutto ma al centro della vita.

Per fare questo, prima di trasformare la nostra condizione, dobbiamo cominciare a guardarla in un altro modo. Guardare l’inferno dicendosi “tanto lo so che qui in mezzo c’è il paradiso!” Girare lo sguardo. Chiedere aiuto a chi è in grado di farci girare lo sguardo. Allo straniero.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
E poi c’è lo straniero in patria.
Il povero, il disabile o diversamente abile (questo tipo di straniero è talmente straniero che non sappiamo neanche come chiamarlo), il bambino, il vecchio, l’alcolizzato, il tossico, il carcerato, l’omosessuale, la donna violentata…
Il nostro paese è pieno di stranieri, e non già di altri paesi ma del nostro stesso paese. Questi stranieri andrebbero ascoltati esattamente come gli altri. Anche le loro storie salvano vite. Cambia la zona del Margine da cui provengono ma pur sempre di margine si parla.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
C’è lo straniero in patria.
E poi ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ovvero coloro che, dal Centro, mettono in contrapposizione e in conflitto gli stranieri. Gli stranieri sono costituzionalmente fratelli. Da ovunque vengano. Si incontrano, si osservano e si riconoscono. Sanno di aver incontrato un fratello che, come loro, sta ai margini. Sanno di aver incontrato un compaesano. Il loro stato, quello sì, è transnazionale. Sono loro i veri Stati Uniti. Ma non d’America. L’America è un concetto troppo angusto. No, loro sono gli Stati Uniti di Ovunque e di Sempre. Loro sono l’unico stato che c’è da sempre e che ci sarà per sempre. E al Centro questa cosa non va giù. Al Centro questa cosa fa paura. Il Centro si sente costantemente minacciato da questi Stati Uniti dei Margini per cui può fare una sola cosa: tentare di metterli in conflitto tra di loro. Tentare di innescare una guerra civile.

Io non vedo immigrati, italiani, europei, il mio paese, il tuo paese, i partiti buoni, i partiti cattivi… io vedo solo il Centro e il Margine. Io vedo il Centro in guerra contro il Margine.

Ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ci sono quelli che con le loro azioni e soprattutto con le loro parole – dal momento che, essendo pure vigliacchi, preferiscono parlare piuttosto che agire – tentano continuamente di mettere in conflitto gli stranieri di tutto il mondo. Perché è l’unico modo che conoscono per restare saldamente al potere.
Delinquenti, assassini, criminali.

Il Centro è terrorizzato dal Margine.
Ma non perché quest’ultimo viene a rubargli il lavoro o la donna. Oh no. È terrorizzato perché viene a ribaltargli il pensiero. Viene a stabilire una nuova gerarchia di valori. Anzi, viene ad eliminare il concetto stesso di “gerarchia” con tutti i suoi derivati di “vincitore e perdente”, “capo e servo”, “primo e ultimo”, “italiano e straniero”. Viene a capovolgere il mondo sottosopra. Viene a toglierli la terra da sotto i piedi e il cielo da sopra la testa. Viene a portare una visione della vita diametralmente opposta.

Il Margine arriva e sfila dalle mani del Centro tutti i suoi giocattoli. E poi gli sfila via gli onori, i riconoscimenti, i titoli, la reputazione, il curriculum, il denaro, le cose, le case, i vestiti. E lo lascia nudo. Nudo. Ovvero vicino all’essenza. E lì il Centro… non ci vuole andare. A tal punto che, pur di non guardarsi nella propria essenza, si è costruito una vita piena di cose superficiali. Perché lì, nei pressi dell’essenza, c’è il deserto, il vuoto, il nulla. C’è quella terra arida che chi vive ai margini ha dovuto attraversare, quel luogo che conoscono bene tutti gli stranieri della terra.
Quel luogo tremendo che, una volta abitato, ti dice chi sei. Perché nella miseria, nell’abbandono, nella solitudine, nella paura scopri chi sei veramente. E lo straniero, da qualunque luogo provenga, con la sua sola presenza, te lo ricorda.

Perché abbiamo paura degli stranieri?
Perché abbiamo paura di sapere chi siamo.
Perché abbiamo paura di scoprire chi siamo diventati.
Perché abbiamo paura di noi stessi.

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6 thoughts on “quello che ci fa paura degli stranieri siamo noi

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