ho voluto che accadesse tutto questo

Neanche il tempo di realizzare. Di rendere reale quello che accade. Mi sento terribilmente in ritardo rispetto agli eventi. Non ci sto dietro. È successo qualcosa che mi precede. Di molto. Lo rincorrono la mia mente, i mio pensieri, le mie improbabili analisi e ancor più improbabili previsioni, lo rincorrono i miei sentimenti. Ogni tanto riesco a sfiorarne un frammento, ma è questione di un attimo.

La sensazione di massima è che sia irreale, che in qualche modo non stia accadendo veramente. Ed una parte di me, effettivamente, non vuole che stia accadendo. Una grande parte di me non lo vuole. La stessa che detesta i cambiamenti. La mia parte sedentaria. La mia parte costruttiva. La mia parte addizionata. Quella parte che da anni lotta con i denti per assicurarsi qualcosa. Un tetto, qualcosa da mangiare, un lavoro. Quella parte che non vuole che cambi niente. Mai. Quella parte che si era dolcemente messa ad aspettare la morte, ma senza nessuna rassegnazione o tristezza. Dolcemente, come si aspetta un amico che arriverà, prima o poi arriverà. E nel frattempo si prepara al meglio la casa per poterlo ospitare.

Poi l’altra parte. Quella mai doma. Quella che ha sempre tirato brutti scherzi all’altra parte. Quella che mi ha messo a rischio anche quando non ce n’era bisogno. Quella che scalpita. Il cavallo che non si fa cavalcare. La bestia che non si fa addomesticare. Inopportuna, folle, irragionevole, incontrollabile. Quella parte che da un lato mi ha salvato e dall’altro rovina sempre tutto. Quella che fa del male a me e agli altri. Soprattutto a chi mi è più vicino. Ecco, lei, quella parte, non aspettava altro che quello che sta accadendo. Da sempre. Anzi, lo sapeva già.

Ricordo un bar di Bologna, più di vent’anni fa. Ricordo che mi guardai attorno. Vedevo. Non guardavo, non osservavo, non pensavo: vedevo. Uno sguardo che era mio ma che non era mio. Lontano da me ma vicinissimo alle cose. Talmente vicino da vederne il futuro. Questo significa profezia: entrare nel presente. E una volta che lo vedi non ci vuole un granché a vedere dove va. Vedevo. Poi un pensiero. Non pensato, non formulato. Direi “arrivato”. Un pensiero non pensato arrivò. Disse: “Tutto questo non può restare in piedi, crollerà”.

Il sentimento che provai fu di sollievo. Perché la verità, quella né mia né tua né di nessuno ma di tutti e di tutto, è riposante. Mette a tacere la mente. Da un nome a quello che non riesci a nominare. Ti dice quello che sai senza sapere di saperlo.

Quello che sta accadendo io lo sapevo già. In ogni mia fibra, in ogni mia cellula. Una parte di me era, anzi, già qui. Io stesso mi sono preceduto. Da qualche mese ormai stavo lavorando ad uno spettacolo. In scena sarebbero andate una sessantina di persone. Età: dai 15 agli 85 anni. Tema: l’apocalisse. Ricordo all’inizio del progetto questo pensiero ossessivo riguardo l’apocalisse. Che poi non significa altro che “togliere il velo” e dunque “vedere”. Soprattutto ricordo le resistenze. Perché non essendoci testi teatrali adeguati (neanche la Peste di Camus), avrei dovuto costruire una drammaturgia originale. Quanto ho resistito! Ho ipotizzato di tutto pur di non affrontare quel tema. Ma è stato letteralmente più forte di me. Non voleva star giù. Non voleva andarsene. E allora mi sono arreso. Non potevo fare altro.

Da mesi io, i miei collaboratori, giovani, adulti e anziani parlavamo di quello che sta accadendo. Per la precisione, lo stavamo mettendo in atto. In parte, seppure in uno spazio e in un temo delimitati, abbiamo vissuto in anticipo quello che sta accadendo.

Ci sono forze che agiscono. Non parlo di fede, di energia cosmica, né di altro. Non perché abbia un pensiero in merito, semplicemente perché sono cose fuori dalla mia portata. Io sono come il bambino che riceve lo schiaffo. Al bambino non interessa il motivo dello schiaffo. Anzitutto constata l’evento. E così io constato l’evento.

L’evento era già qui. Da tanto, tanto tempo. L’evento ora mostra la sua zampata finale, ma era già qui. Lo abbiamo preparato, forse lo abbiamo voluto. L’evento non è un evento ma l’insieme delle nostre azioni e relazioni. L’evento non è caduto dal cielo ma è salito dalla terra. L’evento siamo noi. Noi con le nostre azioni passate, noi con le nostre azioni presenti.

E allora mi viene da porre una domanda: “Perché abbiamo voluto tutto questo? Perché?” Onestamente non vedo domanda più responsabile di questa. Non “perché è avvenuto?” o “di chi è la colpa?”, no, davvero. Fuggire da qualcosa che abbiamo creato sarebbe, appunto, irresponsabile.

Conosco già l’obiezione e la capisco benissimo:
“Ma chi l’ha voluto?! Pensa per te! Io non l’ho voluto!”

Ok, va bene.
Capisco, davvero.
E lo dico senza nessuna ironia perché anche in me qualcosa protesta allo stesso modo.

Ma ora, oggi, stamattina, non voglio ascoltare quella parte, voglio sentire cosa ha da dire l’altra.

E dunque.
Perché io ho voluto che accadesse tutto questo?

Frammenti.
L’ho voluto perché non credo ad una vita sicura. Mi sembra un ossimoro. Perché nulla è sicuro e piazzare una cosa sicura in mezzo ad un oceano d’insicurezza mi sembra poco ragionevole. L’ho voluto perché avevo bisogno di un limite. A tutto. Perché avevo bisogno di essere limitato. Perché vivere senza limiti non è cosa di questa terra. Quello forse accadrà dopo la morte. Forse. Mentre la vita su questa terra è un limite dietro l’altro. Non posso scavalcare una montagna, non posso bere il mare, non posso toccare la luna. E giù giù fino ai più piccoli limiti: non posso vivere senza respirare, senza mangiare, senza bere, senza dormire. Ho voluto che accadesse tutto questo perché da anni e anni e anni mi dico che questa vita non è la vita ma una sua brutta copia. Per me vita è sentire tutto, innamorarsi da farti esplodere le vene, amare da farti sbullonare l’anima, piangere urlando come un lupo, ridere da aver bisogno di un catino per versarci tutte le lacrime, gioire per il solo fatto di esistere; vivere è ringraziare e lodare e innalzare inni, e a volte perfino farsi del male. È soffrire senza difenderti. È quel minuscolo istante in cui ti andrebbe bene di morire perché stai provando una gioia che è dolore che è piacere che è male che è felicità distillata che è qualcosa che non sai cos’è ma ti collega a tutto il benedetto sistema solare. Vivere è amare la morte perché è la presenza della morte che garantisce l’esistenza della vita. Volevo che accadesse tutto questo perché avevo smesso da molto di credere nella nostra società. Cos’è? Non so, un mostro mitologico? Cosa diavolo è? Cos’è tutta questa sofferenza sparsa per il mondo? Cosa ci fanno i ricchissimi con tutti quei soldi? Cosa ci fanno? Che poi sono tristi, si ammalano, si deprimono, si suicidano. Non stanno bene, non stanno per niente bene. E allora se i soldi non gli servono manco a quello, cosa diavolo stanno facendo? E, dall’altra parte, cos’è tutta questa miseria? Io non riesco più a sopportarla. È ovunque. È terribile è tremenda è terrificante. “Stai male? Beh, dai, c’è chi sta peggio!” Sai cosa, caro contabile dell’esistenza, ho smesso di sentirmi meglio se qualcuno si sente peggio ed ora se so che qualcuno che sta peggio… sto peggio. Ho voluto che accadesse tutto questo perché non posso neanche più pensare alla natura. Quante immagini ho messo via! Stavo per scoppiare! Manco i server di google contengono tutte le immagini stipate nella mia mente. Foreste in fiamme o devastate, acque plastificate, animali letteralmente torturati. La natura, la natura tutta. Crudele a volte, certo, ma fondamentalmente docile. Come un cucciolo, come un bambino che ti guarda incredulo mentre lo stai facendo a pezzi.

Potei andare avanti per molto.
Ma, ecco, io ho voluto che accadesse tutto questo.
Dolorosamente l’ho voluto. Molto dolorosamente.
E quando, in questi giorni, leggo di persone morte o dei loro cari che non possono stargli vicino, piango. Ma non per loro. Su questo non posso proprio a fingere: io non riesco a piangere per chi non conosco. No, piango per me. Per la mia miseria. Per la mia debolezza. Per il mio essere stato incapace di evitare tutto questo. Per non aver evitato tutte queste morti e tutto questo dolore. Piango per averlo voluto. Disperatamente. Come fossi un attacco di panico. Io ho sofferto di attacchi di panico. Li ho odiati come non mai! Poi mi sono fermato. Li ho ascoltati. Con una certa dose di rabbia ho chiesto loro “cosa diavolo volete da me?!” Nessuna risposta. Ancora dolore, ancora paura. Finché non sono stato fiaccato del tutto. A quel punto, quando ero talmente a terra da essere praticamente sotto terra, mi hanno risposto. “Vogliamo che ti fermi. Vogliamo solo che ti fermi. E che scendi da una vita che non è la tua vita ma quella che altri o i tuoi fantasmi o le tue paure e preoccupazioni o il tuo io ipertrofico vogliono per te. Fermati. E ditti chi sei.”

Ho voluto tutto questo perché ci fermassimo. E ancora non lo siamo, fermi. Siamo in casa, non possiamo usciere, ma ancora non siamo fermi. “Dobbiamo ripartire in fretta!” No, dobbiamo fermarci in fretta. Poi ripartiremo. Poi. Non ora. Ora metteremmo in piedi una brutta copia del passato. Un’orrenda copia del passato. Perché se ripartiamo come prima i deboli diventeranno più deboli, i potenti più potenti, i poveri più poveri, i ricchi più ricchi.

Siamo scesi dal treno in corsa. Ma stiamo ancora correndo. Cerchiamo di risalire al volo, come nei film. Io dico: fermiamoci. Lasciamo che il terno corra via. Perché quel treno non è la nostra vita ma qualcosa che ci è sfuggito di mano e ci precede. Lasciamolo andare via. Con tutta la paura che ciò comporta. Con il terrore di ritrovarci in un deserto, vicino ad un binario vuoto, senza più nulla.

Fosse per me farei una cosa molto semplice e molto chiara: azzererei i calendari. Questo farei. Non siamo nel 2020, no, siamo in un nuovo anno 0. Con tutta la paura e l’eccitazione che questo comporta. La storia ora non va avanti, si ferma. E riparte oggi. Oggi, 6 Aprile dell’anno 0.

In questi giorni le uniche musiche che riesco ad ascoltare sono quelle cantate da cori di donne e uomini. Nessun protagonista, nessun antagonista, nessun attore principale, nessuna comparsa. Cori, solo cori. Cori di voci, accordi tra esseri umani, cori di persone fuori dal coro ma nel cuore esatto della vita. Di una vita che, questa volta, si è fermata. E ci sta aspettando.

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messa in scena

La benedizione “Urbi et Orbi” di ieri non mi ha emozionato.
Anzi, mi ha restituito un certo gelo.

Un uomo in uno spazio enorme, solo.
E subito la mente corre alle immagini di medici e infermieri ammassati in anguste stanze d’ospedale, con i malati tutti attorno. Con i lebbrosi, direi, se fossimo ai tempi di San Francesco. Attaccati. A contatto. Così come fece Francesco gettando scandalo, andando dai lebbrosi, stando con loro, toccandoli. Offrendo loro non già la parola ma il proprio corpo. Non che il Papa dovesse fare lo stesso, lo capisco. Ma neanche l’esatto contrario.

Perché quelle immagini così spettacolari? Era come se sentissi, in sottofondo, le parole che si sono detti in cabina regia:
“Sarà incredibile! Ne parleranno i libri di storia! Che immagini!”

Faccio teatro e sono molto sensibile a certe cose. E quando sento che mi si vuol far provare un determinato sentimento, mi chiudo come un riccio. Non ricevo più. La trovo un’imposizione. E così ieri, durante la benedizione. Mi si stava dicendo “Guarda che immagini incredibili! Guarda l’uomo solo sotto la pioggia! Senti che sapore apocalittico!”

Non mi ha emozionato. Ho sentito la volontà di dare il messaggio prima del messaggio stesso. Ho capito cosa mi si voleva dire. Anzi, cosa si voleva che io provassi. E, per quello che mi riguarda, se vuoi che io provi un determinato sentimento l’ultima cosa che devi fare è volere che io lo provi. Altrimenti mi hai perso.

In più la solitudine del Papa.
Ancora.
La solitudine del Papa mentre dice che siamo tutti nella stessa barca. E però, mentre lo dice, lui non c’è nella barca. È solo in uno spazio enorme. Un privilegio, di questi tempi. Come i ricchi che fanno quarantena in case di 38.000 metri quadrati.

Avrei preferito vederlo in uno spazio piccolo, come quello in cui molti di noi stanno vivendo. Avrei preferito vederlo in un’intimità, come quella che molti di noi stanno vivendo. Avrei preferito una nudità della celebrazione, magari violando anche qualche schema, così come molti schemi stanno saltando un po’ ovunque. Avrei preferito che bucasse lo schermo, che ci guardasse in faccia. Avrei tolto ogni solennità e ogni pretesa di immagine da fine del mondo. Avrei preferito che facesse come Mattarella e che, come lui, facesse fatica e sbagliasse. E che ci restituisse umanità, non lontananza e solitudine. Sì, insomma, strano a dirlo da parte mia, ma avrei preferito un po’ di religione: “religio-onis, affine a religare «legare»”.

Oppure che la piazza fosse piena di preti e suore e frati. A due metri di distanza l’uno dall’altro. Con mascherine e guanti. Dappertutto, quasi a circondare il Papa.

Invece l’uomo solo. Ancora l’uomo solo. In una solitudine amplificata da una regia, a mio modo di vedere, stucchevole. Una regia che ha evidenziato l’immagine stessa del motivo per cui ci ritroviamo in questa situazione: la solitudine. Soli nella vita.
Ed ora soli nella morte.

Non sto parlando di fede, sia chiaro. Non mi permetterei mai.
Sto parlando di spettacolarizzazione della fede. Ovvero di spettacolarizzazione di un fatto intimo.

Io lotto da sempre con la religione. E ancor più con la fede. Non nel senso che lotto “contro”, no: lotto in me stesso. Sono anni che giro l’Italia con uno spettacolo su Francesco d’Assisi da me scritto e interpretato. L’ho fatto in tante chiese, ho incontrato tanti religiosi. E spesso li ho visti contenti dello spettacolo. Uno spettacolo che non ricalca certo la classica narrazione su Francesco. Li ho visti contenti perché spogliati. Come Francesco, nudo in piazza davanti agli assisani. Li ho visti, per un attimo, respirare. Ho avuto la sensazione che lo spettacolo li facesse tornare ai motivi essenziali della loro scelta di vita. Ovvero: spogliarsi. Di tutto. Togliere. Decostruire. Destrutturare. Diventare poveri. Ma non in senso unicamente materiale – anche perché di quel tipo di povertà nella chiesa ce n’è ben poca -, bensì in un senso umano. O spirituale. Povertà in quanto ricerca dell’essenza. Che era poi ciò che interessava veramente Francesco.

Ecco allora che ieri non ho visto nulla di tutto questo. Perché quel vuoto e quella solitudine non erano essenza, erano scenografia pura. Quel vuoto era stracolmo.

Spero sia chiaro che il mio non è un tono di polemica o di condanna. In alcun modo. Anzi, se potessi parlare di persona con il Papa lo farei di corsa. Perché spero. Spero, spero, spero. Soprattutto in questi tempi. Spero così tanto che, anche senza volerlo, il mio sperare diventa praticamente preghiera.

Spero nella nostra velocità. E non già nella velocità che occorre per rimettersi in piedi e ricostruire, no, il contrario: spero nella nostra velocità nel decostruire e nello spogliarci. Nel togliere il superfluo. Nel lasciar cadere tutto ciò che ci ha portati al crollo.
E di lì, lentamente, umanamente, ripartire.

Concludo allora con una preghiera rivolta direttamente a lei,
Papa Francesco:
La prego di non essere più solo.
Perché non lo è.

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c’è se non ci sei tu

La paura.
La paura sana e la paura insana.

La paura insana è fatta di angoscia per qualcosa che non è né qui né ora. Quindi per qualcosa che è ovunque. Come se ti stesse sempre rincorrendo. E se qualcosa ti rincorre tu, ovviamente, non fai altro che scappare. E questo fomenta ulteriormente la tua paura.

Se non riesci a fermarti nel tempo e nello spazio, la paura ti divora. Se corri continuamente la paura ti divora. Se scappi continuamente la paura ti tiene in pugno. La madre di tutte le paure, poi, la paura di morire, non si sconfigge in alcun modo. Non è un avversario alla tua portata. Soprattutto, direi, non c’è partita. E tu pensi – ingenuo e, in qualche modo, tenero – di poterle sfuggire. E allora corri, corri, corri. Dove? Dove stai andando esattamente? E soprattutto: questa tua fuga serve e qualcosa? Quando poggi la testa al cuscino sei più tranquillo? Dormi bene? Riesci a dormire? Ti svegli sereno? Riesci a stare fermo? Riesci a non fare niente? Riesci a vedere quello che ti sta attorno? Riesci a meravigliarti di ciò che esiste? Riesci a renderti conto che esisti? Oppure è tutta un’interminabile apnea?

Lavori tutto l’anno. Poi magari d’estate vai una settimana al mare e, se ti va bene, stai bene. Se riesci a staccare veramente. Se riesci a prendere distanza da ciò che fai durante tutto l’anno. Se riesci a staccarti veramente dal te stesso occupato e preoccupato. Magari non riesci il primo giorno. E nemmeno il secondo. E magari nemmeno il terzo e il quarto. Ma poi, il quinto giorno, in un attimo, e per un attimo, sei completamente dove sei. Magari stai facendo il morto in acqua. Già, magari la morte è proprio quella cosa lì. Oppure sei seduto in spiaggia, di sera, quasi tutto sono andati via, il sole scende, riesci a sentire la lingua del mare. Oppure una mattina ti svegli presto e cammini. Ed è tutto fermo. E niente di te pensa al dopo perché il dopo non esiste. Oppure sei a cena con lei. È bellissima. Lo è sempre stata. Sei semplicemente tu che hai smesso di vederla perché sempre in fuga, sempre di corsa, sempre a scappare. E invece ora la vedi. E non parlate di niente perché non c’è niente di cui parlare. O meglio, va bene parlare di tutto perché, qualunque sia l’argomento, in realtà le stai dicendo solo “sei bellissima ti amo per sempre”.

Insomma, capita che ti fermi. Che ti fermi veramente. Non solo il corpo, quello è capacissimo di fermarsi. Quello è tutto fatto di presente. Ti fermi… tutto. Nessuna parte di te, da quelle visibili a quelle invisibili, è altrove. Sei lì. Esattamente lì. Esattamente in quel momento. E quello che provi è amore. Non quello dei film. Non quello delle frasi d’amore. Non quello smielato e sdolcinato che esiste solo nella tua testa. Non quello che è fuga, come tutto il resto. No, l’altro. Quello che per nominarlo occorrerebbe una parola un po’ più dura di “amore”. Quello che comprende tutto, pure la morte. Ecco, chiamiamolo “amorte”.

Sei lì che provi amorte e sei felice e malinconico nello stesso identico istante. Provi una gioia così vasta – tanto vasta che per descriverne la misura la mente corre subito alle immagini dello spazio – che comprende tutto, pure il dolore. Pure la paura. Pure l’angoscia. Dolcemente. È un’accettazione. Ma non passiva, no, in nessun modo. È attiva. È azione distillata. Come la parola “poesia” che deriva da “poiéō”, ovvero “faccio”. Sei attivo e pieno di vita perché tu stesso sei vita. Allo stato puro. È un attimo, un frangente, un istante. Non può durare troppo a lungo, non lo reggeresti. Tant’è che a un certo punto la testa ti salva. Ti fa pensare a qualcosa. Non importa a cosa ma, ecco, ti viene in soccorso altrimenti ci resteresti secco. Ti dice “pensa a cosa fare dopo, attento che se fai il morto in acqua e nessuno ti vede rischi che arriva un motoscafo e ti trancia in due, da dove viene questa musica?, ma perché mettono la musica in spiaggia?, le sigarette!, dopo voglio prendere una birra, ma non quella alla spina, non so perché ma non mi piace, meglio una birra sciacquina in bottiglia, bel ristorante, certo potrebbero distanziare un po’ più i tavoli, e adesso che ordino?, prenderei tutto, odio i menù, sempre troppa roba da scegliere e poi sono sicuro che riesco sempre a prendere la cosa meno buona, magari più tardi facciamo l’amore, ma guarda quanta gente in giro a quest’ora, devo riuscire a comprare una casa al mare, voglio finire i miei giorni al mare, signora scusi!… le è caduto qualcosa…”

E te ne vai da dove sei. Ma va bene così. In quel punto, in quell’incrocio che è l’incrocio di tutto, si riesce a stare per pochissimo tempo. Gira roba troppo grossa da sostenere. A volte spero, o forse sogno, che quell’incrocio, esattamente quell’incrocio, sia la morte. Spero, o forse sogno, che la morte ti venga e prendere per mano con una tenda in spalla e ti dica “vieni, ora ti faccio vedere la tua nuova casa”. E una volta arrivati all’incrocio, all’incrocio dei venti, all’incrocio dei tempi, ti dice “ecco, questa è la tua tenda, mettila qui”. “E poi?”, fai tu. “E poi niente: ora ti fermi e stai qui. Tutto qui. Per intero. Ora non scappi più”. “Ma io volevo la casa al mare!”.

E mentre sistemi la tenda cominci a sentire le parole del mare e apri la tenda e dentro c’è lei che ha ordinato tutto il menù e c’è un vassoio con 28.011 birre sciacquine in bottiglia e pensi alla parola “amore” che è troppo dolce e che è molto meglio “amorte” e fai per salutare la morte e ringraziarla di tutto ma lei non c’è più e non ci sarà mai più e mai più avrai paura perché ora non scappi perché ora è ora e qui è qui e lei è lei e tu sei tu.

In questi giorni penso cose del genere. Sogno cose del genere. E spero che questa sospensione ci aiuti a non vivere più nella paura. Nella paura insana. Quella che c’è solo se non ci sei tu.

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ovunque sono io non sono

C’è chi lotta, c’è chi non lotta, c’è chi vive, c’è chi muore.
E poi ci sono anch’io. E come me tanti altri.

Noi eternamente in riserva, parcheggiati ad un angolo di strada.
Noi assetati di birra e benzina. Noi sigaretta tra le dita, noi che non possiamo smettere di fumare perché ardiamo. Noi né vivi né morti ma fuoco che è già cenere. Noi che i Grandi Maestri non ci capiscono perché non fruttiamo, noi che i Grandi Artisti ci temono perché dilapidiamo, noi con tutti d’accordo perché da sempre scordati.
Noi fuori dal coro e fuori dal coro di quelli fuori dal coro. Noi mai contro e mai a favore. Noi fuori dal gioco delle parti perché interi. Purtroppo interi.

C’è chi vince, c’è chi perde, c’è chi non gioca.
A noi non è concesso il sogno della vittoria; noi possiamo sognare solo la rivincita perché sconfitti in partenza. Ma la rivincita non ci si addice perché presuppone rivalsa, vendetta e altre attività che induriscono il sangue. E il nostro sangue non può indurirsi, né coagularsi: le nostre ferite non smettono di sanguinare.

Non giochiamo, non vinciamo, non perdiamo.
Ma sappiamo ridere.
Di tutto.
E sappiamo piangere.
Per niente.

Ce ne sono, di quelli come noi, che hanno imparato a fare delle cose. E ci campano. O meglio, ci sopravvivono. Perché anche quelli che diventano ricchi restano sempre poveri. A noi il denaro non c’innalza, ci abbassa ulteriormente. Così come non ci cambiano le cose della vita, perché siamo altrove.

Noi vorremmo solo arrivare qui. Questo è il nostro grande sogno. Ma non ci è concesso. C’è sempre qualcosa, una patina, una pellicola, una camera d’aria che ci separa da qui.

A volte qualcuno si arrabbia con noi: “Dove sei?!”

Sono qui, amico mio. Sono qui, fratello mio. Sono qui, sorella mia. Sono qui, amore mio. Sono qui per quello che mi è concesso. Il resto non dipende da me. Non so da chi dipende. Né da cosa. Io sono il margine. Non l’emarginato, non il marginale, no: il margine stesso. Io sono, senza averlo voluto né chiesto, la linea di confine tra il visibile e l’invisibile. Io eternamente strappato. Da qui. Da ora. E da sempre. Né vincitore, né sconfitto, né conformista, né alternativo, né appartenente ad alcuna categoria. Eppure mi puoi vedere ovunque. Nella grande piramide gerarchica posso occupare qualunque posto a sedere, dal marciapiede al trono. Mi puoi vedere ovunque ma non mi puoi trovare in nessun posto. Perché ovunque sono io non sono.

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quello che ci fa paura degli stranieri siamo noi

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
Questo straniero va accolto e, soprattutto, va ascoltato. Andrebbero creati Centri di Primo Ascolto. Appena lo straniero arriva noi andiamo ad ascoltare la sua storia. Le storie di chi ha conosciuto il dolore, l’umiliazione, la sopraffazione, la miseria, la fame, la sete, la paura… sono le storie che ci salvano la vita. Non hanno sempre fatto così i nonni andati in guerra? Non ci hanno sempre raccontato le loro storie? Raccontare è un’azione che non prevede concetti di “altruismo” ed “egoismo”, raccontare è le due cose contemporaneamente. I nostri nonni, parlando, tentavano di liberare se stessi dai fantasmi di un passato troppo doloroso e c’insegnavano a puntare lo sguardo sulle cose importanti del vivere. Quelle che vedi più facilmente quando non le hai. Quando sei in guerra o vivi nella miseria o nella violenza o nel dolore o nell’abbandono. Quelle che dimentichi più facilmente quando sei invaso dal superfluo. Ed è lui, il superfluo, l’unico immigrato che dovremmo rispedire a casa sua. Anzi, dovremmo proprio farlo andare a fondo. Così, giusto per aiutarlo a non essere più superficiale.

Lo straniero che arriva da un altro paese, dicevamo.
Lo straniero che magari viene da una guerra, così come i nostri nonni sono arrivati a noi passando attraverso una guerra. Ma anche lo straniero che viene dalla miseria, o da una dittatura, o da qualsiasi tipo di violenza… insomma, da una qualunque di queste guerre. Questo straniero va accolto e va ascoltato. Perché il suo sguardo ci riporta all’essenza stessa del vivere. Ci riporta al centro dell’esistenza. Ci ricorda cosa è importante e cosa no. Ci aiuta a sganciarci dalla superficie e dalla superficialità.

Alcuni vorrebbero che gli stranieri andassero a fondo.
Io vorrei che gli stranieri portassero a fondo noi. Laggiù dove tutto si capovolge e la terra diventa cielo e il cielo diventa terra. A testa in giù. A ribaltare lo sguardo. Questo sguardo che è sempre e solo lo sguardo del Centro. Ovvero lo sguardo del potere, del denaro, del successo. Lo sguardo col quale, ad un certo punto, abbiamo deciso di guardare gli altri e noi stessi. Quello sguardo per cui se non hai potere, denaro e successo sei una nullità.

Ecco, ribaltare questa follia.
Smettere di guardarci con gli occhi di chi sta al Centro e cominciare a guardare chi sta al centro con i nostri occhi. Smettere di considerare i margini come luoghi da abbandonare o, al limite, da recuperare con qualche azione caritatevole, e cominciare a pensarli e a viverli come centri dell’esistenza. Ai margini del potere, ai margini del denaro, ai margini del successo. Ai margini di tutto ma al centro della vita.

Per fare questo, prima di trasformare la nostra condizione, dobbiamo cominciare a guardarla in un altro modo. Guardare l’inferno dicendosi “tanto lo so che qui in mezzo c’è il paradiso!” Girare lo sguardo. Chiedere aiuto a chi è in grado di farci girare lo sguardo. Allo straniero.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
E poi c’è lo straniero in patria.
Il povero, il disabile o diversamente abile (questo tipo di straniero è talmente straniero che non sappiamo neanche come chiamarlo), il bambino, il vecchio, l’alcolizzato, il tossico, il carcerato, l’omosessuale, la donna violentata…
Il nostro paese è pieno di stranieri, e non già di altri paesi ma del nostro stesso paese. Questi stranieri andrebbero ascoltati esattamente come gli altri. Anche le loro storie salvano vite. Cambia la zona del Margine da cui provengono ma pur sempre di margine si parla.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
C’è lo straniero in patria.
E poi ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ovvero coloro che, dal Centro, mettono in contrapposizione e in conflitto gli stranieri. Gli stranieri sono costituzionalmente fratelli. Da ovunque vengano. Si incontrano, si osservano e si riconoscono. Sanno di aver incontrato un fratello che, come loro, sta ai margini. Sanno di aver incontrato un compaesano. Il loro stato, quello sì, è transnazionale. Sono loro i veri Stati Uniti. Ma non d’America. L’America è un concetto troppo angusto. No, loro sono gli Stati Uniti di Ovunque e di Sempre. Loro sono l’unico stato che c’è da sempre e che ci sarà per sempre. E al Centro questa cosa non va giù. Al Centro questa cosa fa paura. Il Centro si sente costantemente minacciato da questi Stati Uniti dei Margini per cui può fare una sola cosa: tentare di metterli in conflitto tra di loro. Tentare di innescare una guerra civile.

Io non vedo immigrati, italiani, europei, il mio paese, il tuo paese, i partiti buoni, i partiti cattivi… io vedo solo il Centro e il Margine. Io vedo il Centro in guerra contro il Margine.

Ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ci sono quelli che con le loro azioni e soprattutto con le loro parole – dal momento che, essendo pure vigliacchi, preferiscono parlare piuttosto che agire – tentano continuamente di mettere in conflitto gli stranieri di tutto il mondo. Perché è l’unico modo che conoscono per restare saldamente al potere.
Delinquenti, assassini, criminali.

Il Centro è terrorizzato dal Margine.
Ma non perché quest’ultimo viene a rubargli il lavoro o la donna. Oh no. È terrorizzato perché viene a ribaltargli il pensiero. Viene a stabilire una nuova gerarchia di valori. Anzi, viene ad eliminare il concetto stesso di “gerarchia” con tutti i suoi derivati di “vincitore e perdente”, “capo e servo”, “primo e ultimo”, “italiano e straniero”. Viene a capovolgere il mondo sottosopra. Viene a toglierli la terra da sotto i piedi e il cielo da sopra la testa. Viene a portare una visione della vita diametralmente opposta.

Il Margine arriva e sfila dalle mani del Centro tutti i suoi giocattoli. E poi gli sfila via gli onori, i riconoscimenti, i titoli, la reputazione, il curriculum, il denaro, le cose, le case, i vestiti. E lo lascia nudo. Nudo. Ovvero vicino all’essenza. E lì il Centro… non ci vuole andare. A tal punto che, pur di non guardarsi nella propria essenza, si è costruito una vita piena di cose superficiali. Perché lì, nei pressi dell’essenza, c’è il deserto, il vuoto, il nulla. C’è quella terra arida che chi vive ai margini ha dovuto attraversare, quel luogo che conoscono bene tutti gli stranieri della terra.
Quel luogo tremendo che, una volta abitato, ti dice chi sei. Perché nella miseria, nell’abbandono, nella solitudine, nella paura scopri chi sei veramente. E lo straniero, da qualunque luogo provenga, con la sua sola presenza, te lo ricorda.

Perché abbiamo paura degli stranieri?
Perché abbiamo paura di sapere chi siamo.
Perché abbiamo paura di scoprire chi siamo diventati.
Perché abbiamo paura di noi stessi.

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è che non dormo più

La pagina bianca
e la voglia di dire no.

No, non ho niente da dire
no, perché anche se avessi qualcosa da dire non sarebbe importante
no, parole
no, ancora scrivere quello che mi fa fatica anche solo a pensare
no, cavare fuori ciò che sta nascosto
no, spogliarsi e sfogliarsi per l’ennesima volta
no.

Ma qualcosa
accompagnato da un senso di nausea
mi riporta qui
eternamente qui.

Non c’è alcuna ragione
non c’è alcun motivo
non c’è nessuna utilità
non c’è senso
non c’è niente che legittimi
tutto questo.

Eppure dal vuoto nero deserto
una voce
una voce appena
una voce magari immaginaria
o ingannevole
o solo sognata
mi chiama.

Mi dice sempre e solo una cosa:
“non chiudere”.

Non chiudere.
Santissimo cielo.
Sai di cosa stai parlando?
Voce immaginaria o ingannevole o solo sognata
sai di cosa stai parlando?

Sono stanco del mio dire
che è come un cane che gira e rigira su se stesso
per cercare la combinazione esatta per sdraiarsi
e acquietarsi
e dormire.
Sono stanco del mio girare e rigirare
senza mai quiete
né riposo.

Ormai nel sonno sogno il sonno dei giusti
o dei bambini
o dei cani.
Sogno il sonno di chi si è dato
e chiude gli occhi
incurante del ritorno.

È che non dormo più.
Tutt’al più faccio lunghe pause
a occhi chiusi.

Ti ho amata
voce immaginaria o ingannevole o solo sognata.
Ti ho amata come si ama una fortuna
arrivata da chissà dove.
Ti ho amata per non avermi mai concesso di morire
prima del tempo.
Ti ho amata come la pianta ama la pioggia
senza sapere perché.

Ora invece ti temo.
Sembra che tu non abbia fine
o limite
o confine.
Ti temo.
La tua sete sembra inestinguibile.

E dunque
cosa vuoi da me?
Non lo so più.
O forse non l’ho mai saputo
nella convinzione di saperlo.

Vorrei dirti buonanotte
ma la mia notte non è più notte
e il tuo incessante richiamo
è il sole nascente
di un’alba costante
che mi tiene vigile
senza che io sappia perché
per cosa
fino a quando
e perché proprio io.

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l’altra vita

Nella notte buia scrosciante di pioggia
seduto ad un tavolo bianco
non riesco ad afferrare neanche un pensiero.

Ho trascorso la vita a far la corte alla morte,
a provocarla.

Chissà chi mi ha suggerito di rischiare sempre tutto?
Chissà come m’è presa questa manìa?

Ho detto di no a tutto quello che ho potuto.
Per sfidarlo.
Per dirgli “Hey, tutto… se mi vuoi devi venire a prendermi.
Non penserai mica che mi metta a rincorrerti!”

Mi sono seduto a contemplare
e a lasciar scorrere.

Ogni cosa contiene la propria fine
e questo io lo so da sempre.
Una saggezza che non conviene avere.
Un sapere che è meglio non sapere
se vuoi vivere questa vita.
Questa vita qui.

Perché poi ce n’è un’altra
anche questo so
anche questo ho sempre saputo.

Ho sforzato l’intelletto fino al limite
fino a quel punto in cui basta un passo
e non c’è più nessuno sforzo da fare.

L’altra vita
è troppo rischiosa.
Non puoi crederci a caso
non puoi inventarti delle cose
non puoi mai dire di sapere cosa sia.
Puoi sapere che c’è

ma non cosa sia.
Non puoi mai sapere cosa sia.

Ho detto di no a questa vita per dire sì all’altra.
All’altra ho detto sempre
testardamente
ostinatamente
irragionevolmente
sì.

E dov’è?
Dov’è, dov’è?
Dicci.
Dacci le prove.
Dimostracelo.
Faccela vedere.

A nulla servirebbero prove e dimostrazioni.
L’altra vita non tollera né prove né dimostrazioni.

Mi piace la scienza quando arriva al limite.
Quando non ce la fa più.
Quando si ferma e dice “non ho più fiato”.
Mi piace quando è onesta fino a questo punto.
Mi piace lo sguardo dello scienziato
che dopo aver passato ore su fogli, calcoli e microscopiche entità
alza lo sguardo
e per un attimo,
guardando il cielo,
tenta di pensare l’universo,
tenta di trasformare l’infinito in un pensiero.
E non ce la fa.
E lo sa che non potrà mai farcela.
E allora sorride sussurrando “ma io, tutto questo… come lo spiego?”

Impossibile spiegare ciò che è già spiegato di per sé
come una vela gonfia di vento.

La pioggia cede il passo alla musica.
Eccola, questa è l’altra vita.
Questa dissolvenza perfetta.
Queste poche gocce che ritmano ciò che non puoi ritmare,
questo tempo esatto in cui accade tutta la perfezione
che noi chiamiamo vita
o caso
o che non chiamiamo affatto
e ci passiamo sopra
senza sentire
né vedere
né vivere.

Dice “devi vivere la vita”.

Non penso tu abbia mai vissuto
perché vivere significa sparire
in questo mare senza fine
e non aver più le parole
per dire
l’indicibile.

Io invece di parole ne ho ancora.
Non molte, a dir la verità.

Ho sofferto il dovuto
gioito il dovuto
pianto il dovuto.
Le ossa mi si sono spaccate tutte.
Non ce n’è una intera.
Ho provato un dolore che non ha suono
né pianto
né dolore.
Un dolore che silenzia tutto
e ti abbandona vuoto
schiacciato
calpestato e inutile
come un pacchetto di sigarette accartocciato da mille auto che gli passano sopra nella grande strada deserta in una notte buia scrosciante di pioggia.

Ho vissuto questa vita,
come si dice,
ed ora le parole
una ad una
mi abbandonano.

Guardo le vite degli altri
e mi sembrano tutte migliori della mia.
Questo l’ho sempre pensato.
Ora so perché.
Sono migliori perché non sono la mia.
Perché non sono mie.
La mia è la peggior vita possibile
perché è mia.

Chi mi ha dato tutta questa vita?
Non pensi che sia un po’ troppa?
Cosa dovrei farmene?
Dovrei essere felice?

Felice.
Strana parola.
A volte è bellissima.
A volte non significa nulla.
Anzi, a volte significa “triste”.
A volte la parola “felice” significa “triste”.

Ma sì
canta
canta tu che puoi.
Disarticola quel che hai.
Sbrindellalo su verso il cielo.
Chiedi aiuto e pietà e perdono e grazia e grazie.
Io sto a terra.
Parecchio a terra.
Ho rincorso una vita che non si può dimostrare
e non c’è nessuno che ti dia un premio.
Non c’è premio.
C’è solo credere.
Non c’è né pensare né sapere né vedere.
C’è solo credere.

Sono stato schifosamente male
ma mai
maledizione
mai che mi sia stato concesso di non credere.
Mai che,
immerso nel male,
non abbia creduto al bene.
Dio mi ha dato il libero arbitrio.
Io evidentemente me lo sono tolto
perché libero non sono.
Questa particella
così minuscola che mai nessuno scienziato potrà vedere
non mi lascia libero
di non credere.

In cosa, in chi, in che cosa?

Non ha importanza.
Non ha alcuna importanza.
Lascia che i mistici e i teologi si scervellino su questo problema
che più che un problema è uno sciocco passatempo.
Non si crede in qualcuno o in qualcosa.
Si crede e basta.
Senza sapere in chi o in cosa.
Questa è la tragedia.

Ho lottato all’inverosimile
tant’è che ancora la resistenza
vigila in me.
Ho un piccolo esercito in me.
L’esercito della resistenza.
Un esercito fedelissimo al quale devo quasi tutto.
E anche ora che il comandante ha disertato
l’esercito lotta,
chissà,
forse in memoria dei bei tempi andati.

E quando si accosta lo sciocco di turno che blatera il suo
“devi lasciarti andare”
non ho modo di spiegargli quanto devo al mio esercito
e che se i miei soldati vogliono ancora lottare
che lo facciano pure.
Devo loro l’essere rimasto vigile.
Devo loro l’intelligenza e la parola.
Devo loro l’onestà e la sete di verità.
E allora che lottino.
Io li guardo.
E faccio il tifo per loro.
Ho disertato
ma li guardo con amore.

Quando poi un giorno l’esercito si ritirerà
so che verrà da me a rendermi gli onori
di tante battaglie combattute.
E allora li abbraccerò tutti
uno ad uno
ringraziandoli
per avermi così tanto amato.

Chissà cosa c’è dopo la resistenza?
Chi sa cosa c’è nell’abbandono?
Chissà come sarà realizzare di aver perso tutto?

Bene.
Ora sarà meglio farsi un bicchiere.
Perché dove non arriva il pensiero
arrivano l’alcol, le sigarette e tutto ciò che fa male.
Farsi del male può essere un atto di fede.
Spalanca le porte dello spirito,
ti fa sapere che sei finito,
schiude le finestre sull’altra vita.
L’altra vita bizzarra e bizzosa.
L’altra vita che è eternamente capovolta.
Il che significa che quando pensi “ho capito: è capovolta”
lei si ri-capovolge.
E così tutte le volte che pensi che sia capovolta.

L’altra vita che è questa vita ora in questo momento in cui miliardi di cose accadono a miliardi di persone tutte contemporaneamente mentre le stelle sfavillano e muoiono senza clamore espandendo l’infinito oltre l’infinito in questa notte buia scrosciante di pioggia che ha lasciato spazio alla musica mentre un ragazzino chissà dove affacciato alla finestra si chiede quale sia il senso della vita e quel ragazzino è tuo figlio e tu non sai cosa dirgli e vorresti proteggerlo da tutto e ti senti l’essere più incapace che sia mai stato creato incapace persino di mantenerlo insomma sì come si dice sì dài senza paura sì dài dillo… un fallito. Un fallito per questa vita e per questo mondo. Come si dice? Uno che non ce l’ha fatta. Uno dei tanti che non ce l’ha fatta. Uno dei tanti. Ecco allora che arrivi al fondo del fondo. Uno dei tanti. Niente di speciale. Niente di nuovo. Niente di originale. Niente che meriti attenzione. Mi hai dato tutta questa vita e sai io che ne ho fatto? Ne ho fatto una cosa uguale a tutte le altre cose. L’ho smembrata, l’ho spezzata, l’ho sparsa al vento e ho ululato “non so che farmene”

Forse piangi.
Non so,
forse piangi.
Beh, anch’io.
A volte.
Anche se ultimamente sempre di meno.
Mi si è bloccato qualcosa all’altezza dello sterno.
Credo si tratti di un blocco di marmo.

Sì, a volte piango ancora.
Ma non sono lacrime che vengono spinte fuori,
sono lacrime chiamate da fuori.
Mi capita quando vedo qualcosa di molto piccolo
ed immensamente bello.
Per lo più sono cose estremamente semplici
che non sanno manco di esistere.
Piango per la loro umiltà.
Perché esistono senza pensare di essere viste.
Piango d’amore.
Quell’amore io lo provo. Lo provo che mi squassa.
Quello è l’amore più grande che io provo.
Il più grande e il più vero.
Che è poi quello che provo per te.
Perché tu vivi pensando di non essere vista.
Ed una bellezza così non s’inventa.
Non passa.
Non appassisce.
Ed è l’unica vera grande bellezza che esista.

La vita
questa vita
forse va male
forse sbaglio
forse che ne so.
Ma tu non scordare mai che nell’altra vita
io ti so
come nessuno ti ha mai saputa
e ti amo
come nessuno ti ha mai amata
perché ho ricevuto in dono
occhi per vederti
anche in questa vita.

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