inchiostro di vene

al parco senza sapere
né dove né quando
né quando iniziò

tempo senza tempo
filamenti sparsi
supernova deflagrata
e polvere dappertutto
signora mia
sulla terra e nello spazio

l’indefinito inghiotte
e dalla botola una voce
“è l’ora della sete”
in fin dei conti
siamo materia sedotta
e poco più

una bimba s’è seduta qui davanti
mangia ciliegie
“non temere, sono Dio”

per i cani come noi il tramonto tramonta
e morta lì
mentre l’asfalto manda calore
fondendo ruote di gomma
che ci portano a spasso in cubicoli di vetro
vibranti di note
di notti
di niente

a saper vedere l’inconsistente
la città collasserebbe
con la campagna tutt’attorno
e le foglie a sussurrare
“ti stavamo già aspettando”

d’altronde il mistero più grande
è la piccola inserviente del trasandato baracchino
che se ne va
posteggiando la schiena da conducente
su un lussuoso sedile d’auto nera lucente

oppure la bimba
posteggiata in passeggino
che mi guarda storto ma senza disamore
chiedendomi
con occhi di specchio di lago
“cosa diavolo vai facendo?”

non so
piccola osservatrice siderale
non so

m’illudo di guardare
strisce fluorescenti
nel cielo nero blu
mentre la vita che ho passeggiato
e poi corso e camminato
mi si addensa sulla schiena
attutita appena
da birra biro e sigaretta

ma va bene
anche quello che non va bene
nessun controllo è possibile
n’est pas?

solo abbandono
ad occhi aperti
gridando forte “aiuto”
e ancor più forte “non salvarmi”

spicco stelle in punta di piedi
mentre la piccola inserviente
è tornata
parcheggiando davanti a me
la sua nera carrozzeria di vernice blu rovente

vedi piccola visitatrice?
in fondo tutto torna
in forma diversa a dar sostanza
alla nostra materia sedotta
scribacchiata tremolando
su panchine arrugginite
solcando fogli bianchi
con punta rossa di pena
e nero inchiostro di vene

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la violenza in me

Sabato 3 Giugno.
Torino: falso allarme bomba, 1.500 persone ferite.

Ciò che è accaduto a Torino dimostra che lo Stato Trasversale del Terrore ha sintetizzato l’essenza di ogni guerra: la paura. Suppongo che dal punto di vista di chi fomenta questa guerra (e sempre di più mi convinco che il quartier generale non sia situato in un punto circoscritto della terra ma sparso ovunque e a tutti i livelli, orizzontali e verticali, al di là di una fede piuttosto che di un’altra) quanto successo a Torino sia il massimo risultato sperato. La paura è un virus che porta all’auto-distruzione. Questo è successo ieri.
E mentre andava in atto, il comando generale festeggiava assistendo comodamente seduto in poltrona, servito da camerieri con guanti bianchi che, dopo il pasto, porgevano bacinelle d’acqua fresca e profumata per sciacquarsi le mani.

Lo stato di paura (nuovo nella forma ma identico nella sostanza a tutti quelli che l’hanno preceduto e, in definitiva, generato) non mira ad una strage quanto ad una specie di enorme suicidio di massa. Chi vuole eliminare sistematicamente degli esseri umani ha sempre una sorta di mania per la pulizia, religiosa o etnica che sia.
È per questo che assoldano disperati di ogni dove: per fare il lavoro sporco. E che abbiano le mani sporche è perfetto, mentre il cervello… no… quello va ripulito. Il lavaggio consiste nel promettere una vita migliore, che sia nel presente o nell’eternità. Dopodiché si siedono in poltrona. E assistono. Niente può ricondurre a loro. Loro sono il “bene”. Loro saranno i primi ad indignarsi. Loro hanno maschere di dolore e di cordoglio. Loro si sacrificheranno per noi e ingaggeranno guerre su guerre per sconfiggere il mostro che loro stessi hanno generato. Ovviamente mandando altri disperati in prima linea. Perché quando si tratta di mandare a morire, la manodopera non basta mai. E così il cerchio si chiude.

Io non sono certo un esperto di politica o di economia ma, per la miseria, ancora nessun politico o economista è riuscito a convincermi del contrario di ciò che mi pare fin troppo evidente.

Secondo me questa non è una guerra da vincere ma una guerra da disertare. Il solo mettersi in una predisposizione di vittoria o sconfitta significa già aver perso. Significa aver accettato a testa bassa il paradigma che vogliono imporci, ovvero l’odio verso l’altro e, a conti fatti, l’auto-distruzione. Perché è questo l’apice che può raggiungere l’intelligenza razionale lasciata sola al comando: il suicidio. Il dominio totale sulla vita. Il diventare Dio a se stessa e, in quanto divinità, dispensare vita e morte. E laddove io nutro un totale rispetto per chi si suicida a causa di un dolore insostenibile o di qualcosa che io non posso arrivare a comprendere, in maniera uguale e contraria non ho rispetto nei confronti di chi istiga al suicidio. Un conto è togliersi la propria vita, un conto è convincere qualcuno a togliersi la sua e, nell’atto stesso di farlo, a toglierla ad altri.

No, questa guerra non va combattuta, va disertata. E la prima cosa da fare è disinnescare tutte le mine che sono state piazzate e che sono pronte ad esplodere. Basta un passo falso. Come accade tutti i giorni. Ormai la violenza dilagante è sotto gli occhi di tutti.
La violenza delle guerre armate e degli attentati, certo, ma anche la violenza quotidiana, che sia in uno scambio di battute su un social e in una qualunque situazione della vita che degenera senza controllo e senza senso. Violenza, violenza, violenza ovunque e per qualunque motivo. Ed è esattamente in questo che stanno vincendo. Ed è questo ciò che dobbiamo disertare. Certo, non evitando il conflitto: ormai è ben chiaro a tutti che un certo tipo di “pacifismo” o di “buonismo” non sono altro che l’altro lato della medaglia della questione. Ovvero una fuga. No, non si tratta di fuggire ma di disertare, che è una cosa diversa. Quando si fugge lo si fa a testa bassa e schiena curva, quando si diserta lo si fa a testa alta e schiena dritta. Lo si fa fieri di ciò che si sta facendo. Non lo si fa per fuggire ma per costruire. Non è una reazione ma un’azione. Non lo si fa da vittime di un destino avverso ma da artefici di un possibile futuro. Come diceva Revelli riguardo gli zapatisti: “A un certo punto smisero di guardarsi attraverso gli occhi del mondo e cominciarono a guardare il mondo attraverso i loro occhi”.

Quando si diserta la prima domanda che ci si fa è: “Dove andiamo?” Essendo che questo tipo di guerra è ormai ovunque, io penso che non si debba andare in nessun altro luogo se non in quello in cui ci si trova. Disertare da dentro, se si può dire. Disinnescare la violenza quotidiana a qualunque altitudine e latitudine. Cercare, agognare, costruire, promuovere, favorire la pace.

Questa parola.
Pace.

Questa parola così abusata. Oltraggiata, direi. Tacito diceva “Fecero un deserto e lo chiamarono pace”. L’uso della parola “pace” per parlare di guerra è un’aberrazione linguistica che porta ad aberrazioni della mente. Fino ad arrivare alla nota espressione “Guerra umanitaria”. Follia pura.

E dall’altra parte, la pace di quelli che fingono una sorta di candido ed equilibrato distaccato dalle cose. Quelli che guardano dall’alto le miserie umane. Quelli che fanno raccolte fondi per la pace nel mondo salvo poi dar fondo alla loro pretesa che il mondo non venga a scomodarli difendendosi dietro ad un muro che nessuno può oltrepassare perché “va bene la pace nel mondo, va bene tutto, ma se entri a casa mia, io… candidamente, amorevolmente, pacificamente… ti sparo”.

Io non so quale pace vada trovata. L’unica sensazione è che debba essere una pace vera, concreta. Ovvero lottata. Sicuramente una pace che sia aspirazione alla giustizia sociale. Una pace che si trova non già al di fuori del conflitto ma, in qualche modo, dentro il conflitto stesso. Un’oasi nel cuore del deserto. Una diserzione a testa alta. Un cambiamento profondo. Umano. Antropologico. Insomma, sì, una rivoluzione. Ma più intesa come “Il tempo che l’astro, visto dal centro di moto, impiega per ritornare nella stessa posizione tra le stelle”. Tutto questo nella speranza che un giorno, un Tacito del futuro, scriverà: “Fecero una diserzione e la chiamarono pace”.

Ed ora, dopo tutte queste parole, dopo tutte queste “belle parole”, chiudo con un atto di vergogna. Perché appena dopo aver finito di scrivere quanto sopra, ho avuto un moto di rabbia contro mio figlio. Al di là del fatto che io avessi o meno ragione constato,
per l’ennesima volta e con grande dolore, che la violenza è in me. Anzitutto in me.

È bastato un passo falso. Come accade tutti i giorni.

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vorrei

Vorrei viaggiare
nel senso di respirare
e stare in silenzio
e cento camere d’albergo
belle o brutte non importa
e poi bere e poi fumare
e pregare
e guardare
e ascoltare
e ricevere
e inchinarmi e ringraziare
e poi ciao ciao salutare.

Tutto.

Che è poi tutto e tutti. E tutto in tutti. E tutti in tutto.

Avere il tempo di salutare
e poi tornare e dire fare baciare lettere teste menti
e lavorare tanto ai componimenti
nel senso di vivere per restituire il mal tolto
il rubato
l’arraffato
il ghermito
la merce che scotta
la pace che lotta
la vita che è vita solo se è rotta.
E infine
dal filo
oplà
ringraziare.

Vorrei il tempo della vita
che è quello di ascoltare e poi obbedire.
Vorrei il niente utile al niente e il tutto al vento
come i capelli delle bimbe controvento.
Vorrei il niente da fare
per lasciarmi incantare.
Stare seduto dove capita
sull’orlo del giorno per giorno
e assistere al nonnulla
che parla una lingua muta
segreta e impercettibile.
Vorrei tornare a casa
una volta ancora
e stare in compagnia delle fondamenta:
guardare – ascoltare – non aver nulla da fare.
Vorrei una volta ancora fare l’unica cosa che so fare:
testimoniare e ringraziare.
Vorrei salutare tutta la vita
prima di andare
perché poi devo tornare
e lasciare tutto a tutti
prima di mai più ripartire.

Per questo vorrei viaggiare.
Per potermi fermare.

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una vita più onesta

Una voce o un incidente o una sensazione.
Ti giri e ti vedi riflesso.
In uno sguardo distratto o in un vetro distrutto o in un avanzo di idea.
Ti vedi per caso.
All’improvviso.
Senza aver avuto il tempo di nascondere il tempo ovunque impresso.

Ti vedi per quel che sei, nonostante l’impegno e le speranze.
Ti vedi e ti arrendi.
Ti arrendi e ti abbandoni.
Ti abbandoni e ti lasci andare alla calma piatta dell’evidenza.
Senza gioia né dolore.
Silenziosamente naufragando.

Sulla riva cocci sparsi.
Li guardi.
Non sai che fartene.
Tanti pezzi tutti tanto diversi.
Rotti, scheggiati, incompiuti.
Riflettono.
Ti restituiscono scomposto, fuori posto, frammentato.
Rifletti.

Osservi ciò che resta e ti chiedi come assemblarci qualcosa.
Non so, una vita più onesta.
Qualcosa che stia in piedi, con un minimo di dignità.

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lettera d’amore d’arte

L’arte.
Parliamo di questo, giusto?

Io non posso parlare d’arte. In definitiva non so cosa sia. E poi, lo sai benissimo, non mi sono mai sentito un artista. La mia relazione con l’arte è del tutto fanciullesca e, direi, provinciale. Per me l’arte è: quasi tutta la musica classica, alcuni dipinti, alcune statue. Vedi? Sono rimasto un adolescente.

Ma, insomma, al di là di ciò che sia o non sia arte – e che non è certo quello che non mi fa dormire -, penso di aver qualcosa da dire sull’argomento. Per la precisione, penso di poterti dare qualche consiglio. E qui, purtroppo o per fortuna, non c’è equivoco. Non ti sto parlando da pari a pari ma da persona che, per una serie di eventi della propria vita, che sia caso, fortuna, destino o che so io, ne sa più di te. E non già grazie ad una scienza infusa o ad un quanto mai fantomatico talento disceso da chissà dove, quanto grazie ad esperienza vissuta, in anni e anni di stretta convivenza con la materia di cui sopra.

Io so ciò che stai facendo.
Tu stai dicendo questo: “Se ho qualcosa da dare, se quello che ho da dare ha veramente senso, se Dio o la vita o l’umanità o l’universo vogliono questo da me… qualcuno o qualcosa arriverà e mi dirà: fallo! Anzi, forse mi obbligherà addirittura a farlo! Mi dirà: mi occupo io di tutto… tu pensa solo a creare!”

Magari le parole non sono esattamente queste ma sono praticamente certo che la tua posizione rispetto alla materia in questione sia questa. Lo so. E lo so perché è una posizione che riconosco. Ed è una posizione che riconosco perché è la mia stessa identica posizione. In me radicata a tal punto che anche quando Dio o la vita o l’umanità o l’universo mi hanno detto che volevano questo da me… io non ero poi così convinto… pensavo “mmmh… mi sa che non sono Dio, la vita, l’umanità o l’universo che mi stanno parlando… questa vocina non mi convince… vuoi vedere che in verità è la mia voce?… vuoi vedere che sono io e solo io ad aver bisogno di tutto questo?… vuoi vedere che ne ho talmente bisogno, del tipo che altrimenti non saprei che senso ha la mia vita, che m’invento pure le vocine?… vuoi vedere che le altre persone, e intendo TUTTE le altre persone, in verità si sono accorte di questo ed avendo pietà di me mi dicono che sono bravo eccetera?… no no no!… non sia mai!… piuttosto faccio una strage!”

Ed è così che ho compiuto la strage. Di me stesso e, di conseguenza, di chi mi stava vicino.

Una parte di questo processo per me è estremamente sensato. Si chiama “onestà” e, di soprannome, “rispetto per l’arte”.

L’altra parte di questo processo, direi l’altra metà, non ha nulla di buono. E soprattutto non ha nulla a che fare con l’onestà o il rispetto. Ha a che fare solo con l’auto-distruzione. Affascinante, eh? Per l’amor del cielo, molto artistica! Poco creativa ma molto artistica. Autobiografica, direi. O piuttosto, se preferisci, infantile.

Ed io, in te, vedo questa seconda parte che guadagna metri su metri rispetto la prima. E non posso non denunciare lo svilupparsi di un processo che di positivo non ha e non avrà mai niente. E che, anzi, porterà solo dolore a te, a chi ti sta vicino e, a conti fatti, al creato.

Ma l’inghippo… dov’è?
È questo che dobbiamo capire, no?
Dov’è il punto di rottura?
Dov’è che la strada, da buona che era, improvvisamente imbocca una via senza uscita e va a finire in un precipizio?

Quel bivio io lo conosco bene.
Ci sono due cartelli.
Uno recita: “fare per fare”
L’altro: “fare per…”
E al posto dei punti di sospensione ognuno può mettere ciò che preferisce.

Voilà.
Questo è quello che ho da dirti.
Ovvero: segui le indicazioni del primo cartello.

Se segui le indicazioni del secondo cartello siete finiti tu, il tuo talento, la tua arte e tutto il resto. Il secondo riguarda il riconoscimento del mondo. I ruoli. Il denaro. I complimenti. I premi. Le onorificenze. La posizione. Questo a livello terra terra, diciamo così. E so che questo livello non ti riguarda. Ma c’è anche un livello più sottile, figlio di quello grossolano di cui sopra, che invece secondo me ti riguarda.

Quando ti vedo pensare sconsolata a tutto questo è come se sentissi una vocina provenire da te, una vocina che dice a te stessa: “Lo vedi che non vali niente? Lascia perdere, dai retta.”

Ma non temere, dolce fiore di campo, c’è la soluzione. E io ce l’ho. Per il semplice fatto che ho percorso questa strada tante e tante volte più di te, e tante volte mi sono sfracellato, e una sola volta mi sono salvato e non posso, in alcun modo, dimenticare la strada che mi ha portato alla salvezza. In questo e solo in questo campo, s’intende.

Il cartello indica “fare per fare”.
Questo è il cartello di cui ti devi fidare.
E una volta imboccata la strada devi fare tutto e non chiedere niente.
E quando dico “niente”, dico proprio “niente”.

Non devi chiedere al tuo “fare” che sia bello, di valore, sensato, apprezzato, amato, ben giudicato, non gli devi chiedere che dia senso alla tua vita, alla tua persona, all’esistenza tutta, non devi chiedergli di darti conforto, calore, compagnia… e soprattutto non devi chiedergli che, attraverso di esso, gli altri si accorgeranno finalmente di te!

Capisci cosa intendo?
L’arte non è e non può in alcun modo essere un riscatto per un’ingiustizia ma un fiore che nasce DA un’ingiustizia.

Non è un atto riparatore, non è un atto che riporta in paro la bilancia. No, è un atto folle, un atto che non ripara le crepe ma che le dilata per far entrare ancora più luce, è un atto che fa saltare in aria tutte le bilance e i bilanci. Non appartiene al grande insieme della giustizia, appartiene all’insieme ancor più grande dell’offerta, del dono, del canto per il canto, del fare per il fare. Senza nulla in cambio. Senza aspettarsi nulla in cambio. Se tu chiedi all’arte di restituirti qualcosa, lei indosserà la maschera del fool, ti guarderà, sorriderà e ti dirà “Mia dolce creatura, l’ufficio assicurazioni, pareggi di bilancio e compagnia bella… lo trovi alla porta accanto.”

E ora, per andare avanti, ci vuole un’altra lingua, non certo la mia.
Ora ci vuole chi ha saputo dire esattamente ciò che sto tentando di comunicarti. Si chiama Calvino. In una delle città invisibili secondo me riassume in maniera pressoché perfetta l’unico modo possibile di relazionarsi all’arte che poi, portata alla sua essenza più pura, non è altro che la vita.

Calvino dice così:
Forse tutto sta a sapere quali parole pronunciare, quali gesti compiere, e in quale ordine e ritmo, oppure basta lo sguardo la risposta il cenno di qualcuno, basta che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il suo piacere diventi piacere altrui: in quel momento tutti gli spazi cambiano, le altezze, le distanze, la città si trasfigura, diventa cristallina, trasparente come una libellula.

“Basta che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il suo piacere diventi piacere altrui.”

Non hai da pensare ad altro che al tuo stesso piacere. E poi a far sì che diventi piacere altrui. In che modo? Semplicemente non tenendoti per te ciò che fai. Tutto qui.

Ma il primo passo, il primo santo e sacrosanto passo è: “che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla.”

Se vuoi cantare canta per il piacere di cantare.
Se vuoi scrivere scrivi per il piacere di scrivere.
Se vuoi fare fai per il piacere di fare.

Slaccia tutto questo, che è poi l’anima tua – perché è di questo che stiamo parlando -, da qualunque cosa che non sia il tuo piacere. Slaccialo dalla giustizia, dalla vittoria, dalla rivincita, dalla realizzazione, dal riconoscimento e, per l’amore del cielo, dal denaro.

E allora… eccomi.
E allora sì, so esattamente in che modo posso aiutarti. Posso aiutarti accompagnandoti. Solo accompagnandoti. Solo avvisandoti quando stai seguendo il cartello sbagliato. E posso dirti quando stai caricando pesi eccessivi sul tuo canto. Perché… accidenti tesoro… stiamo parlando di un fiore appena nato… di un filo d’erba… non puoi mica piazzargli sopra un cubo di cemento armato.

Non farti rovinare la vita da quel senso del dovere che ti è stato iniettato come un veleno. E per farlo, fidati di me, devi usare l’unico antidoto esistente contro il senso di dovere: il principio di piacere.

Il piacere è talmente importante per l’arte – che è poi creatività -, da essere, nella nostra vita, strumento per attirarci verso la creazione.
Si fa l’amore perché si prova piacere.
I figli nascono perché si fa l’amore.
L’umanità si crea e si ricrea attraverso il piacere.
L’arte è l’essenza e l’estratto di questo immane processo.

Quindi, mia piacevole creatura e coraggiosa compagna d’arte, ho solo una dritta per te:
Fai qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il tuo piacere diventi piacere altrui.

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non lo so

I buoni mi mettono ansia. Sono tremendi i buoni. Sono cattivi. Cattivissimi. Non c’è nessuno più cattivo dei buoni. I buoni amano tutti. Amano tutta l’umanità. Solo che a te non ti vedono mai.
Ti stanno davanti, ti dicono quanto amano l’umanità e non ti vedono. Tu ti sbracci, per farti notare, per dire che ci sei, per chiedere loro se ti vogliono bene. A te. Proprio a te. E loro ti rispondono che sì, certo, ti vogliono bene perché loro vogliono bene a tutti. Salvo poi non ricordarsi manco come ti chiami. I buoni amano tutta l’umanità tranne uno: te. Amano tutti fuorché quello con cui parlano. Per i buoni tutti sono umanità tranne il povero disgraziato con cui si trovano a parlare. Anzi, per loro spesso l’umanità, per essere degna di tale nome, è preferibile che sia lontana. Molto lontana. I buoni danno 9 euro al mese per garantire ad un bambino che sta dall’altra parte del mondo di andare a scuola. Salvo poi non fare niente per aiutare quello che è venuto dallo stesso posto e che ora è in classe con uno dei loro figli. I buoni vanno ad aiutare i poveri viaggiando per migliaia di chilometri. Salvo poi irrigidirsi e tirar dritto davanti al povero che si ritrovano tutti i giorni sotto casa. Perché per loro quello non è un povero. E allora partono. E il povero che sta sotto casa urla loro dietro “DOVE VAI?! ASPETTA! SONO QUI!”. Ma loro non lo sentono. Lui non è un povero. Anzi, a dirla tutta… è così vicino… così qui… così sempre qui che… mi sa che non fa parte manco dell’umanità. Allora lui, il povero che sta qui e che per questo non è più povero, non capisce più nulla. Si dice “ma come?… non sono più povero?!… non me n’ero accorto!”. Poi telefona a suo fratello “pronto… ciao… senti, tra qualche giorno dovrebbe arrivare uno buono, uno che ama tutti… ecco, fai il favore, se ti dà dei soldi mandami qua qualcosa ché non ce la faccio più”

E poi ci sono i cattivi. I cattivi mi fanno tristezza. La loro attività fondamentale è quella di trattenere. Tutto quello che arriva, lo trattengono. Hanno paura, i cattivi. Una paura fottuta. Hanno paura che se gli arriva qualcosa poi non torna più e allora… la bloccano.
I cattivi accumulano. Mettono da parte. Capitalizzano. E poi fanno i duri, se la tirano, imitano i cattivi dei film. I film sono pieni di cattivi. E nei film sono molto affascinanti. Peccato sia soltanto una pessima favola. I cattivi sono sostanzialmente tirchi, avari, ingenerosi. Hanno le braccina corte. Come i dinosauri. Però, a differenza dei bestioni, questi esseri minuscoli paiono non volersi estinguere. Il male è affascinante solo per chi non sa cosa sia. Il male è semplicemente misero. Triste. Piccolo. Vigliacco. Meschino. Hannah Arendt parla della banalità del male.
Io parlerei della meschinità del male.

Mi sono stufato. Sia dei buoni che dei cattivi. Sia del bene che del male. A volte mi chiedo se io sia buono o cattivo. Ma sempre di più mi accorgo che è una domanda senza senso. E se qualcuno mi dice che sono buono mi viene da ridere. Mentre se qualcuno mi dice che sono cattivo… mi viene da ridere.

Sono stufo di questo modo di ragionare. Di questo sistema binario che appartiene alla razionalità. Io adoro la razionalità. La amo.
Ma, poverina, a un certo punto non ce la fa più. Lei ci prova ed è da stimare. Ma poi… si blocca. Perché non sa riassumere, non sa conciliare, non riesce ad armonizzare. Le manca sempre qualcosa.
E sempre le mancherà. Non riuscirà mai a contemplare l’ignoto, l’inconoscibile, il misterioso, il mancante. E qui si aprono altre due categorie: il razionale e il poeta. Quello che sa vivere e quello che sta con la testa tra le nuvole. Quello che realizza e quello che sogna. Insomma: altre due categorie, altri due modi per ridurre l’irriducibile, altre due strade che non portano a nulla.

Questo sappiamo fare: categorie. E subito dopo, direi irresistibilmente, elaboriamo gerarchie. Come bravi ragionieri dell’esistenza. Prima cataloghiamo e poi sistemiamo. E anche qui, tanto per non farci mancare niente, prendono il via due categorie:
i sistemici e gli anarchici. Altre due fandonie. I primi mettono in vetta alla loro gerarchia quelli che ce l’hanno fatta, i secondi quelli che non ce l’hanno fatta. Ma non chiedete a nessuno dei due di provare a ragionare senza il concetto stesso di gerarchia… potrebbero impazzire e imbrattarvi la casa di brandelli di cervello. Del loro cervello. Esploso dopo cotanto sforzo.

A questo punto chiedo a me stesso “e allora?… qual è la soluzione?… qual è l’uno al di sopra del bene e del male?”

Non lo so.
Questa è la mia risposta.
Non lo so.
E la chiudo qui.
In bilico.
Come sempre.
Su questo stramaledetto filo sul quale un giorno mi misi per gioco e che ora mi accorgo essere l’unico posto al mondo in cui possa stare.
E ci posso stare solo perché il disequilibrio, l’essenza stessa del camminare sul filo, minaccia costantemente il mio poterci stare.

E quindi non lo so.
E non lo voglio sapere.

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tremenda morte di puro amore

Nelle piaghe della vita
dove i pavoni scomodano grandi dolori
e cortei di morte
si annida quieto e irriverente
il sorriso del buffone.

È quel tutto che il poeta cerca
nell’eterna malinconia di non ghermirlo
e sul quale il misero inciampa
mentre striscia moribondo
ai piedi dell’orgoglio.

Quel che dico è che c’è
un canto per il mancante
ed uno per l’imminente
un canto per il trascendente
ed uno per l’immanente.

E mentre tu spogli la rosa
chiedendoti perché non sei rosa
lei si lascia fare
chiedendosi quando tu
ti lascerai spogliare
come conviene ad una sposa.

Coraggio,
dolce fiore di campo,
fatti spetalare dal tuo dio
e lascia a terra il tuo velluto fertile
ché c’è già un uccello fremente
pronto ad adagiarsi
sul tuo glorioso niente.

Sai com’è
le stagioni si affrontano nudi
e il futuro non arriva
se non dissotterrando il passato
con la vanga del presente.

Ah, il presente!
Ah, l’eterno presente!

Il presente è come i cani
che son sempre lì
perché solo questo si può dire di noi cani:
che siam sempre qui.

Qualcuno passa e ci lascia un osso
e noi lo usiamo per affilare i denti
e sbranare quel presente
che ci buttano noncuranti
gongolanti e soddisfatti
dei loro rumorosi dolori
che noi conosciamo a memoria
per averli impressi muti
tra le nostre ossa rotte
che ringhiando nascondiamo.

Ma ora sorridi,
fiore spetalato,
passante disossato,
esistente tenero e piagato.

Sorridi perché l’inverno s’è fatto estate
e l’affronterai nuda,
purché tu creda a questo cane gobbo
che benedice sorridendo
la maledizione di questo mondo.

Sorridi perché d’estate
c’è pieno di gente che non sa che farsene
di queste ossa,
che non sa che farsene
di queste piaghe,
che non sa che farsene
di questo silenzio che noi cani
poveri bastardi randagi abbandonati
conosciamo meglio dei granelli di sabbia
del più disossato e arido deserto.

Sotto il pianto tutti vedono il gran senso
tutti scorgono il gran valore
tutti acclamano l’eroe!

Ma tu guarda bene nel sorriso
perché non è altro
che una cicatrice su una piaga antica
e rimarginata
perché nessuno se ne avveda.

Chi ha sofferto sorride,
dolce fiore di campo,
e la cenere la usa per soffiarci sopra
e brillare in controluce,
perché dopo il dolore non c’è più nulla,
neanche il dolore,
e non resta che socchiudere gli occhi
al dolce sole calante
di questa sera furente.

Ne conosciamo di messe in scena
noi
cani dimenticati
agli angoli dei clamori.
E sappiamo dov’è il sipario
e quando inizia la farsa;
sappiamo la miseria del protagonista
e il valore della comparsa.

Che ci dimentichino
o ci carezzino distrattamente
noi sappiamo dare spettacolo
ed ululare contro il sole
che tutto mostra
tranne l’invisibile
che ci nasconde.

Tutto è rumore
a parte questo risibile presente
che non puoi cogliere
se non spogliandoti di tutto,
dolce fiore;
se non scavallando la poesia
e rasentando i compatti muri,
ammuffiti d’amore,
di questa lontana periferia
frequentata da saltimbanchi e giocolieri,
pagliacci, fool e menestrelli,
abitata da chi fa festa
scodinzolando come un cane
per un osso
lanciato a terra da chi spreme il suo dolore
fino a farne un trofeo da gran signore,
da gran dottore,
da primo attore.

La poesia è una scala,
sali in cima e si fa stretta.
Poi diventa una fessura
dalla quale non si passa.

Allora non puoi che accomodarti lì
e stenderti
e spetalarti
e svellutarti
e socchiudere
i tuoi bei denti bianchi
in un sorriso malandrino.

Fino a quando non lo senti,
sul palato,
sulla lingua,
e fino in gola,
il nettare divino
che colma ogni vuoto
mutando il tuo dolore
in una tremenda morte
di puro amore.

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