non andrà male, è già andata male

Non posso permettermi di parlare della questione sanitaria, della questione politica, della questione economica. Perché mi sento troppo ignorante a riguardo. E la situazione attuale non permette certo un confronto sereno. Non appena si esprime un dubbio o si pone una domanda, c’è sempre qualcuno pronto a decidere di quale schieramento fai parte. Se pensi che un vaccino possa essere la soluzione fai improvvisamente parte di una élite occulta che vuole distruggere l’umanità. Se hai dei dubbi sulla possibile efficacia di un vaccino finisci dritto dritto nella categoria dei complottisti con relative scie chimiche, terra piatta e luna quadrata. Se immagini che chi è al governo stia tentando di fare del proprio meglio sei del PD. Se pensi che siano degli incompetenti sei della Lega. Se credi che bisognerebbe affrettarsi a riaprire tutto sei un assassino. Se pensi che occorra fermarsi per rivedere completamente l’economia sei un assassino.

Per ogni dubbio o domanda o incertezza – ovvero per ogni parte di te che non è sicura e che si sente ignorante – c’è qualcuno dietro l’angolo che usa quello che dici per incasellarti in una categoria e, dalla categoria opposta, spararti contro. Non c’è più spazio per il pensiero libero. Anzi, chi tenta di pensare liberamente è diventato letteralmente intollerabile. Da una parte e dall’altra. Sottolineo: da una parte e dall’altra. L’unica cosa che sembra unire tutti è il bisogno spasmodico di scaraventarti in un gruppo riconoscibile e ben delimitato. Perché è intollerabile avere tra i piedi qualcuno che non sa. Qualcuno che in testa ha solo milioni di domande. Qualcuno che cerca di ascoltare tutti e che si chiede se non ci sia in ognuno almeno una parte di verità. Qualcuno che non faccia parte di nessun tipo di schieramento. È intollerabile avere tra i piedi qualcuno che si sfila dalla logica dello scontro. È insopportabile qualcuno che non abbia un nemico preciso. Perché questo, oggi, identifica la maggior parte delle persone: il nemico. Che triste e misera identità se ciò che le conferisce forma e sostanza è un nemico! “Ho un nemico quindi sono.” Una logica vecchia, trita, miserabile. “Se non sei con me sei contro di me”, declamava Pompeo. Mentre dall’altra parte Cesare suggeriva un più laconico: “Se non sei con me… non sei con me.”

Quindi in verità, nonostante la presunta libertà d’espressione e d’informazione, non c’è spazio per la libertà di pensiero. E l’aspetto letteralmente terrificante di questa costrizione è che essa non viene imposta dall’altro ma assunta dal basso. Il censore non sta in cima, ma in basso. È tra di noi. È in noi. Siamo noi. Il vecchio trucco del potere: spostare in basso il conflitto e, come Pilato, lavarsene le mani.

Noi censori, noi detrattori, noi spie, noi delatori, noi cecchini, noi giudici, noi appostati per spararci contro, noi contro noi. Più semplicemente: tutti contro tutti. Questo, per me, è lo scandalo. Questa è la vergogna. Questo è il motivo per cui ultimamente non mi riconosco più in niente e in nessuno. E le persone che più mi turbano non sono i cosiddetti haters: la loro “logica” mi è ormai chiara da tempo. No, le persone che mi turbano sono quelle intelligenti. Sono loro a farmi paura. Sono loro che hanno ceduto. Sono loro che hanno paura. E quando una persona intelligente ha paura può raggiungere un livello di brutalità terrificante, può arrivare a fare di tutto perché ha dalla sua un’arma potente: l’intelligenza.

Questo è quello che vedo. Di questo mi sento di poter parlare. In base a questo posso dire che non andrà male ma che è già andata male.

Sono profondamente deluso. Perché sono ingenuo. E l’ingenuità non è una dote, no: di questi tempi è un crimine. E forse anche la speranza è un crimine. La mia speranza che la pandemia avrebbe potuto cambiare tutto. La speranza che ci si svegliasse improvvisamente da quell’orrendo incubo che si chiama capitalismo. La speranza che ci guardassimo negli occhi – sì, negli occhi, anche senza toccarsi – e ci dicessimo “abbassiamo le armi, ritroviamoci… non siamo nemici… siamo sorelle, siamo fratelli…” Oh, questo pensiero naïf! Oh questa ingenuità da bambini! Provo un odio nei confronti di questa parte di me senza pari! La odio perché mi fa sognare, perché mi fa sperare, perché mi fa cercare sempre, sempre e sempre il possibile, il fattibile, il salvabile. La odio perché quando qualcuno commette una violenza si innesca una specie di freno automatico che mi dice “aspetta… aspetta a giudicare… guarda bene, osserva, ascolta… lo sai: ogni violenza, in verità, viene da una ferita, da un varco, da una paradossale richiesta d’aiuto… aspetta… aspetta…”

Bello, no? Bello pensarla così, no? Meraviglioso. Peccato che mi si è insinuato un dubbio atroce. Il dubbio è che io non voglia vedere. Che io non voglia vedere la violenza, l’arroganza, la brutalità, la stupidità, la superficialità. Che io non voglia vedere il male. Il male che non è male moralista. Il male che è semplicemente male di chi fa del male a qualcuno. Di chi non sceglie con tutte le proprie forze di convertire il male in entrata in bene in uscita. Quale altra speranza abbiamo? Quale altra speranza abbiamo?! Se qualcuno ti tratta male e tu prendi quel male che t’è piombato addosso senza motivo e lo riversi senza motivo su qualcun altro… quale speranza abbiamo?! Nessuna!

Ed ecco, non ho più speranza. Non ho speranza che domani vada bene perché oggi sta andando male. Ed ora vedo solo questo. Ed ora voglio guardare solo questo. Anche se fa male. Perché fa male. Fa un male cane. Questo scontro capillare, questo conflitto portato a tutti i livelli, questa violenza tra persone ugualmente ignoranti. E impazzisco, letteralmente, se penso che mentre noi ci scanniamo come stupidi idioti, attorno a noi, vicino a noi e lontano da noi, ci sono persone che non hanno più neanche la forza di parlare perché schiacciate dalla miseria, dall’abbandono, dalla violenza di un sistema sociale globale tra i più stupidi che si possa immaginare: quello del “vinca il più forte”. Tutto ruota attorno a questa brutalità e alle sue derivate.

Lavoro da tanti anni con i giovani. Li osservo, li ascolto, sto con loro. E a un certo punto, proprio quest’anno, mentre stavamo lavorando ad uno spettacolo, ho visto una cosa in tutta la sua semplicità: molti di loro cercano di farcela. Farcela. Farcela… a fare cosa? Ad emergere dalla massa indistinta. Come non capirli? Come non capire il successo di tanti talent? Non ti senti nessuno, ti senti solo un numero, sono anni che canti da solo nella tua stanza di un qualunque palazzone di una qualunque periferia e mai nessuno che venga a dirti “ma sai che sei bravo?”, oppure “continua, non ti fermare”. Canti, canti, canti. Da solo. Per dire che esisti. Perché questo è cantare: dire che esisti tu e che esiste quello che vedi e che gli altri non solo non vedono ma calpestano ed umiliano con allegra distrazione. E a un certo punto non ce la fai più. Vuoi solo gridare “io esisto! perché non mi vedete?!”. E allora vai ad un talent. Uno qualunque. Certo, ovvio, giusto! Ci vai per farcela. Per farcela ad esistere. E lì scatta la trappola. “Vinca il più forte”. “Arriva in cima”. “Sconfiggi tutti gli altri”. Che bestialità! E poi nel campo dell’arte… Dio mio!… l’arte! Forse uno dei pochi “luoghi” al mondo in cui è letteralmente impossibile dire chi è il numero uno. Uno dei pochi “luoghi” in cui regna sovrana la Divina Soggettività. Ma che, niente. Facciamo deflagrare anche l’arte, questo ultimo stupido baluardo dell’umanità.

E allora la convinzione è questa: “Devo farcela. Devo diventare il numero uno. Devo sconfiggere gli altri. Devo arrivare in cima”. In cima. In cima a cosa? In cima c’è posto per uno solo. In cima è così stretto che puoi starci solo tu. In cima c’è la solitudine. In cima non c’è l’umanità, ci sei solo tu.

Questo pensano. E non lo dico io: li ho ascoltati con le mie orecchie. Pensano che per salvarsi, in definitiva, occorra uscire dall’umanità. Staccarsi da tutto e da tutti. Soli. Numeri uno. Soli. Soli eclissati.

Ma sanno distinguere. E questo lo dico perché l’ho visto con i miei occhi. Se qualcuno offre loro un’altra possibilità, sanno distinguere e scegliere. E non hanno nessun dubbio. Se qualcuno gli offre la possibilità, o anche solo l’eventualità, che la soluzione non sia arrivare in cima da soli ma stare in basso insieme ad altri… sanno esattamente cosa scegliere. Ma chi offre loro questa possibilità? Chi offre loro questa visione se noi stessi, ad ogni livello, abbiamo profondamente accettato la logica del “vinca il più forte”? Per i giovani, si sa, le parole contano fino ad un certo punto. Quello che guardano è quello che fai. Quindi hai voglia a rintontirli di solidarietà quando quello che fai è l’esatto opposto.

Il capitalismo è arrivato ovunque. Non geograficamente ma intimamente. Non vendiamo più oggetti ma noi stessi. Sì: gli abbiamo venduto l’anima. E il capitalismo è fatto di concorrenza, di sfida, di oppressione del nemico. Il suo obiettivo è arrivare primo e schiacciare chi si trova tra i piedi. Tra i princìpi del capitalismo non figura in alcuna maniera la solidarietà. E se a volte appare è solo perché qualcuno ha capito che conviene. Per aiutare gli altri? Ma va! Rido! Conviene sempre per lo stesso motivo: arrivare in cima. Il capitalismo si fonda sullo scontro, sul conflitto, sulla guerra. E non riguarda più solo l’economia o le merci, riguarda tutto. Si capitalizzano denaro, merci, persone, idee, like…

Pensavo che tutto questo, grazie alla sciagura della pandemia, risultasse evidente. Pensavo che la pandemia non fosse solo l’esplosione di una malattia ma una lente d’ingrandimento sull’essere umano. E così è stato. Solo che non mi aspettavo la nostra reazione di fronte alla visione di noi stessi.

Una volta che questa lente si è frapposta tra noi e noi, tra noi e la realtà… cosa abbiamo deciso di fare? Di scannarci. Una mandria folle e cieca, questo siamo. In una corsa che conduce alla distruzione. E non lo vediamo. E l’idea geniale che ci salta in mente, mentre corriamo all’impazzata immersi in un branco che corre verso lo sfacelo… qual è? Qual è il capolavoro? Assumere in noi ogni grado di conflitto. Scannarci a vicenda. Per ogni cosa. Come bestie. Anzi no, chiedo scusa alle bestie perché loro sono innocenti. Noi ci scanniamo da esseri umani. Noi ci scanniamo con intelligenza. In noi c’è la volontà lucida di sopprimere l’altro. E non per cibarcene, come fanno le bestie, no: solo per avere ragione. Solo per arrivare in cima. Solo per sottomettere gli altri. Solo per diventare i numeri uno. Quanto mi fanno ridere alcuni atei! E non lo dico da credente perché manco quello so di me. Ma, ecco, alcuni atei mi fanno ridere più dei credenti perché, pur non credendo in Dio, si comportano come se si sentissero Dio in persona.

Non andrà male, è già andata male.

E questa volta non voglio guardare ciò che non c’è. O che spero ci sia. Questa volta voglio guardare in faccia chi siamo. Chi siamo diventati. Cosa stiamo facendo. E se il virus scomparirà e smetterà di mostrarci chi siamo, cercherò di prendere il suo posto. Dal mio picco, piccolissimo luogo di enorme e dilagante ignoranza. E mai fingerò di sapere. Ma neanche smetterò di vedere con i miei occhi, di sentire con i miei sensi, di ragionare con la mia testa che, per inciso, non è mai stata né mai sarà all’interno di nessuno schieramento. Questa è la mia unica certezza: che non mi troverete mai in nessun recinto. Non già per una mia qualche dote personale ma perché il destino mi ha riservato, in tenerissima età, la visione esatta della stupidità congenita in ogni tipo di schieramento cieco e assolutista.

Sono decenni che cammino sul filo.
E smetterò di farlo solo quando, per un’acrobazia forse troppo ardita, o per un eccesso di spavalderia, cadrò a terra.
Allora sì, saprete dove trovarmi.

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oggi piango

Oggi, con un po’ di vergogna, piango.
Per tutto.
Per tutti.
Oggi non ho idee, né ipotesi, né congetture.
Oggi la mente fa click e la diga crolla.

Piango per il dolore, per l’umanità calpestata, per la natura devastata, piango per le vittime e per i carnefici, piango per questa sete inestinguibile di giustizia e di pace. Piango per le persone sole, piango per il sole, per i pianeti e per le stelle, piango per me e per te, piango per le persone alle quali hanno impedito di accompagnare chi amavano. Perché della morte non si sa niente ma della paura di morire e dell’orrore di morire soli si può impazzire. Piango per la violenza, per tutta la violenza, quella fisica, quella verbale, quella sociale, piango per le creature innocenti e per i loro occhi puntati su chi dovrebbe salvarle e invece le uccide, piango per chi uccide perché non sa più dov’è, né chi è, né se esista al mondo qualcosa per cui valga la pena vivere, e non uccidere. Piango per gli scontri, per i conflitti, piango per gli avvoltoi che volteggiano sulle tragedie, piango per gli sciacalli che si litigano brandelli di dignità umana. Piango. Per tutto. Per tutti. Per questo bisogno ormai allo spasmo di una classe politica buona, sì, buona, nient’altro che questo: buona. Piango per chi sa la verità e nessuno lo ascolta e lo fa fuori. Piango per l’eterna dittatura dell’opinione pubblica che, allegramente distratta, mette la museruola a chi per la verità e per la giustizia ci si gioca la vita. Piango per l’ignoranza, per quella di chi sa di non sapere, per quella di chi non sa di non sapere e soprattutto per quella di chi è convinto di sapere. Piango per tutta la miseria del mondo, per tutto l’abbandono del mondo, per tutta la dignità frantumata a colpi di denaro e ricchezza e potere. Piango per i piccoli e per i grandi, per gli eternamente invisibili e per gli instancabilmente visibili. Piango perché ho una convinzione e mi sento stupido, stupido, molto stupido. Piango per la mia convinzione che se ognuno ricevesse attenzione e amore quest’inferno finirebbe in un istante. Piango per la mia ingenuità che non riesce a vedere il male. Vedo dolore, vedo sofferenza, vedo ferite e vedo tutto questo trasformarsi in rabbia e odio. Piango perché non sono fatto per questo mondo. Piango per il mondo che ci porta sulla schiena, a capo chino, e aspetta, aspetta, aspetta che ci risvegliamo. Piango per la terra che ci porta in grembo, a testa alta, e piange, piange, piange. Perché uccidere una madre è così tremendo che non piange per lei ma per noi, perché non sappiamo più quello che stiamo facendo. Piango perché niente sembra bastare. Neanche una pandemia. Neanche tutti questi morti. Niente basta a fermare tutto. E non parlo di uscire o non uscire, di lavorare o non lavorare. Parlo di un adulto che ci ha schiaffeggiati così forte che siamo finiti a terra con le ossa in frantumi. E quell’adulto chiamalo come vuoi: Natura, Vita, Dio.
Ci ha schiaffeggiati tutti. E ha detto “basta così! vi state uccidendo!” Ci ha schiaffeggiati per amore. E noi non apriamo gli occhi. Ancora non apriamo gli occhi. Piango perché io so una cosa senza saperla dimostrare: so che quello che sta accadendo accade perché dobbiamo rivedere tutto. Tutto. Piango perché speriamo che il mondo di prima si aggiusti. Piango perché spero che il mondo di prima si aggiusti. Piango perché non vogliamo svegliarci. Piango perché non voglio svegliarmi. Piango perché vogliamo vivere come fantasmi. Piango perché voglio vivere come un fantasma. Piango perché non vogliamo vivere. Piango perché non voglio vivere. Piango per me. Per la mia miseria. Per il dolore che ho inferto. Per le volte in cui non mi sono accorto di una ferita ma, anzi, ci ho infilato la lama. Piango per la mia stupidità. Per il mio egoismo. Per la mia ingratitudine.

Oggi è il 1° Maggio.
Festa del lavoro.
Dicono che manca il lavoro.
Non è vero.
Quello che manca è la retribuzione per chi lavora.
Di lavoro invece ce n’è fin troppo.
C’è da rivedere tutto.

Vedo questa lacrima che oggi è scivolata giù.
La vedo come fosse un’ampolla.
Vedo, o forse sogno.
E sogno che venga considerato lavoro
tutto ciò che contribuisce alla vita.
Di tutti.
Di tutto.

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risveglio

Scrivo da un limbo. Scrivo da una quarantena. Il tempo è dilatato, sospeso, rarefatto. La sensazione è che si sia improvvisamente fermata una folle corsa. Ed ora mi guardo attorno, attonito. Come se non avessi capito cosa è successo. Lo so cosa è successo, l’ho capito. Ma, ugualmente, non lo sto capendo. C’è qualcosa che va oltre il virus e la pandemia. C’è una specie di lento, lentissimo, risveglio.

È come il tempo che ti ci vuole, al mattino, per uscire dal sogno e rientrare nella realtà. Solo che in questo caso il tempo è molto più lungo. Ma la sensazione è identica. E così come nel sogno hai fatto cose che nella vita non avresti mai fatto, così ora fatichi a riconoscerti. Altro che capire come sarà domani, cosa faremo,
dove andremo. Il problema è molto più piccolo e, al contempo, totalizzante. Il problema è che non so chi sono.
O meglio: non so chi ero.

Chi era quello sempre di corsa, spesso ansioso, quello che pur di non arrivare tardi ad un appuntamento si presentava un’ora prima, quello che si agitava per ogni cosa, quello che costruiva, costruiva, costruiva? E soprattutto: cosa costruiva? So che lavorava per la sopravvivenza, questo lo so. Ma per il resto? Cosa stava facendo? Cosa stava costruendo? E la risposta allarmante è: niente. Niente. Nessuna direzione precisa, nessuna ferrea intenzione, nessuna linea d’orizzonte. Solo un continuo fare, fare, fare.
Fare cosa, esattamente?

O, forse, la domanda è ancora più semplice: a che punto ero arrivato? Dov’ero? E non sto parlando solo di lavoro, professione, eccetera. Non sto parlando solo di soldi, questioni materiali, eccetera. No. Dov’ero rispetto al grande mosaico dell’esistenza? Dov’ero all’interno di quel viaggio iniziato tanti anni fa, quando venni al mondo senza neanche averlo chiesto? O magari l’ho chiesto ma, di sicuro, non lo ricordo.

Quello che ricordo, invece, è la luce del sole che entrava nella stanza e io, ragazzino irriverente, che ballavo. Per niente. Per nessuno. Neanche per me. Ballavo perché ero vivo. Perché sentivo che ero vivo. Ballavo una scomposta danza di gratitudine. Ecco, sì, ringraziavo. Ringraziavo non so chi e non so cosa del fatto di esistere, del puro fatto di esistere. Una gioia la cui ragione risiedeva nella gioia stessa. Sì, insomma, gioia pura. Distillata.
E poi cosa è successo?

E poi si sono successi una serie infinita di surrogati. Alcuni degni, molto degni, altri meno, molto meno, ma pur sempre surrogati.
Tra i primi sicuramente l’amore, l’amicizia, la ricerca di un senso, il teatro, i figli. Tra i secondi… lasciamo perdere. Ma quel contatto non è mai più stato così potente. O meglio, a volte lo è stato, ma sempre più raro.

Dunque? Cos’è successo? È successo che di quella gioia ce n’è stata sempre meno. È successo che per raggiungerla ho fatto di tutto, anche cose che è meglio non dire. È successo che ho svenduto il mio puro esistere – non richiesto e non meritato ma ricevuto come dono incommensurabile -, per… cosa? Per cosa ho svenduto la mia vita? E a chi l’ho svenduta? Non saprei, davvero. Ed è questa la sensazione che provo forte in questo periodo: che non so esattamente cosa ho fatto, né perché, né per chi. Che ho vissuto ma non ho vissuto.

Non sto dicendo che tutto è stato brutto e triste. Anzi! Ci sono state, e ci sono tutt’ora, cose letteralmente meravigliose. Chi c’è stato poco sono io. Per la vita che ho vissuto fino ad ora ci sarebbero miliardi di motivi che meriterebbero la mia gioia. Talmente tanti che non vedo l’ora di avere una nipotina da ammorbare con i miei racconti.
Ma io ci sono stato? O meglio: fino a che punto ci sono stato?
Ed ora: fino a che punto ci sono?

Impercettibile.
Sensazione impercettibile.
Quella di una non completa aderenza.
Come di una pellicola tra me e l’esistenza.

Questo provo, nel limbo di questi giorni. Un lento risveglio dal mio non esserci stato completamente, dal mio aver vissuto in apnea, schivando la vita stessa. In definitiva: rifuggendo la gioia.

Mi si dirà che la felicità fa più paura della tristezza. Sì, lo so. Chi mi conosce meglio mi dirà che dipende dall’infanzia che ho avuto. Sì, in parte è vero. Ma quello di cui parlo… pardon… quello di cui cerco di parlare, non riguarda contingenze o psicologismi. Anzi, direi che è tutt’altro che materiale e razionale. È un tipo di pensiero magico, direi. Quello che hai da bambino o da ragazzino. È il tuo relazionarti all’esistente come ad un miracolo, in quell’età in cui non pensi certo alle religioni. E non pensi neanche a Dio perché Dio, qualunque cosa sia, a quell’età è ovunque. Non lo pensi perché lo vivi, ne fai esperienza. Non lo pensi perché ne sei parte. Non lo pensi perché lo senti ovunque. Lo chiamo Dio ma potrei chiamarlo Vita o Amore.
O Gioia.

Sono diventato un attore, so scrivere delle cose, mi destreggio nella regia, ho una famiglia follemente meravigliosa, una donna che amo e che mi ama e che “grazie destino!”, una figlia non di sangue che secondo me ormai ha il mio stesso sangue, un figlio di sangue che è l’unica opera d’arte alla cui nascita io abbia contribuito, ho amici, non sono solo, riesco a pagare tetto, acqua, luce, riscaldamento, cibo. Sì, insomma, ci sono.

Ci sono.
No, non ci sono.
Non ci sono per intero.

Mi manca una parte. Forse piccola. Sicuramente irrazionale. Magari folle. Ma mi manca. Quella parte che non sta in nessuna casella, in nessun codice, in nessun ordine, in nessun numero, in nessun curriculum, in nessun conto corrente, in nessuna gerarchia, in nessuna categoria. Quella parte che non interpreta l’esistente ma lo riceve e lo beve e se ne inebria. Quella parte che danza scomposta inneggiando alla vita tutta, morte compresa. Quella parte che ha dato vita a tutto. Quella parte che non è una parte ma è tutto.

Ci siamo noi. Ci sono le case. Ci sono le città. Ci sono i paesi. Ci sono le nazioni. Ci sono i continenti. C’è il mondo. C’è il cielo. C’è il sole. C’è la luna. Ci sono le stelle. Ci sono le galassie.
C’è l’universo.

C’è questo secondo. C’è questo minuto. C’è questa ora. C’è questo giorno. C’è questa settimana. C’è questo mese. C’è questo anno. C’è questo secolo. C’è questo millennio. C’è questa era.
C’è il tempo.

E noi siamo dentro a tutta questa vertigine letteralmente impensabile. E ogni scienziato onesto vi dirà che è impensabile.
E anche ogni religioso onesto vi dirà la stessa cosa.
C’è l’impensabile. E questo impensabile c’è da sempre, ovunque e per sempre. E noi. E io. E io ho smesso di sentirlo. E io ho smesso di sentirmene parte. Perché… perché avevo da fare… perché avevo un appuntamento… perché stavo costruendo…. perché ero dentro una folle corsa. Ed ora che sono sceso mi chiedo dov’è, l’impensabile.
Mi chiedo che fine ha fatto. Mi chiedo che fine ho fatto.

Dov’è tutto?
Perché non lo sento?
Dove sono io?
Dov’è la gioia?
Chi sono io?

È un virus, sì. È una pandemia, sì.
È dolore, sì. È morte, sì. È paura, sì.
Ma non è solo questo.
È quello che sta succedendo, sì.
Ma non è, assolutamente, solo questo.

Forse è un risveglio.
Forse.
Nel caso dovremo ammettere che prima stavamo dormendo
e che, dormendo,
stavamo vivendo il sogno di qualcuno
che non siamo noi.

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SALVIAMO IL MONDO (da noi stessi)

Devo ammettere che all’inizio ero più ottimista. Pensavo che quello che sta accadendo avrebbe cancellato, come una spugna, gli infiniti inutili conflitti. Pensavo che, in noi, tutti i punti esclamativi avrebbero subìto una torsione e si sarebbero trasformati in punti interrogativi. Perché sono quelli, in definitiva, che fanno cozzare le persone: i punti esclamativi. Alcuni sono fondamentali, come il rispetto per gli altri e per la natura. Ma poi ce ne sono una quantità inverosimile di totalmente inutili. Anzi: dannosi.

Pensavo che il virus, in qualche modo, avrebbe controbilanciato il suo carico di grande morte e immenso dolore con una carica direttamente proporzionale di comprensione, desiderio di incontro, abbattimento di difese e relative linee d’attacco. Non è così. Sono semplicemente cambiate le trincee. Gli eserciti hanno semplicemente cambiato terreno. I conflitti si sono spostati in altre zone.

Non voglio entrare nel merito degli aspetti specifici che riguardano la pandemia ma voglio fissare lo sguardo sulla modalità con cui se ne parla. Beh, se ne parla come ieri si parlava di tutto il resto. Raramente c’è dubbio vero, domanda vera, incertezza vera. Raramente ci si sente abbattuti, atterrati, sconfitti. In pochi casi si ha lo sguardo e lo stato d’animo di chi è stato colpito e affondato. Quasi mai ci si sente arresi.

Arrendersi.
Pare proprio una brutta cosa.
Da qualunque lato la si guardi.
Può essere, ma ci sono un paio d’aspetti della resa che sono fondamentali alla vita: l’impotenza e l’umiltà. Varchi. Fessure. Aperture. Punti di passaggio. Cunicoli che portano al nostro essere limitati. Al nostro essere mortali.

Penso che tutti abbiamo provato, almeno una volta, la potenza della debolezza. Penso che a tutti sia capitato di entrare in quel luogo di noi stessi in cui si accettano profondamente la nostra fragilità e la nostra ignoranza. Quella volta in cui il dolore ci ha colpiti così forte da scioglierci. Quando qualcosa di più grande di noi ha scovato l’interruttore del nostro punto debole – la pietra d’angolo sulla quale abbiamo edificato la nostra vita -, l’ha premuto e ci ha fatti diventare come quei pupazzetti fatti di pezzi di legno tenuti insieme da fili. Quelli che, se premi il tasto che c’è sotto, si afflosciano su se stessi. Si afflosciano, vengono giù, cedono alla forza di gravità. Dolcemente. Perché questo è l’aspetto paradossale delle potenze che governano la vita: sono inesorabili, spietate, inarrestabili ma, contemporaneamente, contengono una dose di dolcezza. Gli occhi increduli di chi ha perso qualcuno, le membra senza tensioni di chi è malato, le menti in silenzio di chi è sopraffatto da una tragedia.
Quel silenzio, quell’esser sicuri di una sola cosa: di non sapere.
Di non avere il controllo. Di non poter fare quasi nulla se non…

Se non evitare di causare dolore.

Rivoluzione.
In questi tempi ci penso moltissimo. È una parola che ho amato come non mai. L’ho amata da giovane quando volevo cambiare il mondo, l’ho amata quando incontrai i comunisti, quando misi su un’associazione contro il razzismo, tutte le volte che sono sceso in piazza, quando qualcuno mi raccontò a dovere la storia di Gesù, quando decisi di diventare medico e di andare a curare bambini in Africa, quando mi resi conto che quella non era la mia strada ed entrai all’accademia d’arte drammatica, quando incontrai gli anarchici, durante le interminabili notti di parole con il mio amico drammaturgo, quando per tre anni organizzai, d’estate, un incontro di una settimana con un gruppo di 35 amiche e amici perché sentivo che dovevamo parlare e stare insieme, quando feci uno spettacolo su Che Guevara, quando studiai la rivoluzione Zapatista, quando andai al G8 di Genova, quando feci uno spettacolo su Francesco d’Assisi, ora che tengo laboratori che poi diventano spettacoli, con persone di ogni età e provenienza…

Ma.
Ma ora la vedo diversamente.
Anzi, mi sembra di vederne il principio.

È come se avessi individuato il primo passo, quello necessario, quello fondamentale: evitare di causare dolore. Non parlo di “fare del bene”… no, ho capito che questa intenzione è quantomeno sdrucciola e può nascondere insidie pericolosissime. Parlo invece di qualcosa di più semplice e meno eclatante: evitare di causare dolore.

Questo cambio di prospettiva può sembrare una cosa da niente ma cela un presupposto per me importante: in assenza di una grande attenzione provochiamo dolore. Siamo geneticamente portati a provocare dolore. Anche non volendo, sia chiaro. Non sto dicendo che siamo cattivi di natura, sto dicendo che siamo un potenziale di dolore per altri. E anche per noi stessi, s’intende.

La rivoluzione dei domatori, la chiamerei. Di chi ha coscienza del proprio potenziale e lo tiene a bada, gli mette le briglie. Qualche giorno fa, scherzando, ho detto alla mia compagna: “Il prossimo spettacolo lo intitoliamo SALVIAMO IL MONDO”.
“Da noi stessi”, ha aggiunto lei.
Esattamente questo.

Quante volte ho provato vergogna per aver causato dolore. Letteralmente vergogna. Una cosa senza scuse. Un’umiliazione senza scampo. Qualcosa di cui hai perso il controllo. E quando ti fermi, ti guardi e vedi quello che hai fatto, quasi non ti riconosci. Una vergogna tremenda. Ma, ecco, non basta soffrirne affinché non accada più. Può accadere in ogni istante. Basta una parola sbagliata, un gesto inconsulto, una mancanza, un’assenza.
D’altronde da distrazione a distruzione è un attimo.

“Eh ma tutto questo cosa c’entra con la pandemia e la rivoluzione?! Qui dobbiamo uscirne, dobbiamo fare, dobbiamo ripartire, ricostruire, trovare i colpevoli, giudicare, accusare, condannare! Dobbiamo rifare tutto: economia, sanità, stati, nazioni, Europa, Mondo! Non abbiamo mica tempo da perdere a stare attenti a non ferire un imbecille che spara cazzate o a non inquinare per salvare gli uccellini, madre natura e tutto il cucuzzaro!”

Già.
Non abbiamo tempo.
E il mio non è certo un manifesto politico convincente.
Lo so benissimo.
Ma, tant’è.

Non causare dolore.
A nessuno.
A niente.
Mettere le briglie alla parte distruttiva della nostra persona.
Non offendere.
Non colpire.
Non insultare.
Non oltraggiare.
Non calpestare.
Non uccidere.
Non… non… non…

Per la prima volta capisco l’incipit della maggior parte dei comandamenti: 8 su 10 iniziano con “Non”.
Sottintende che causare dolore è sempre ed eternamente possibile. Presuppone che il bene verso l’altro non significa, in definitiva, fare qualcosa per l’altro quanto piuttosto difendere l’altro da noi stessi.

Io la conosco una persona che cerca in tutti i modi di fare questo ed è la persona della quale direi, più di tutte, che fa del bene. Perché sta attenta a non fare del male. E la cosa ingloriosa, per lei e per le persone come lei, è di essere invisibili. Perché invisibile è la loro azione. Perché non sono di quelle persone che aiutano gli altri “in pompa-magna, tacchi a spillo e un beauty-case imitazione coccodrillo”, no: sono persone invisibili perché invisibile è il loro campo di battaglia. Sono rivoluzionarie di natura. Di quelle che non ricevono né onorificenze né premi. E magari neanche un grazie. Perché il loro intervento è prima. Perché la loro azione è a priori. Perché agiscono sempre. Perché ti salvano senza che tu lo sappia.
E questo, forse, è l’unico modo per salvare qualcuno.

E allora sì – in nome di queste persone, guerriere senza armi, rivoluzionarie senza bandiera, ribelli senza slogan -, sì:

SALVIAMO IL MONDO
da noi stessi

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ho voluto che accadesse tutto questo

Neanche il tempo di realizzare. Di rendere reale quello che accade. Mi sento terribilmente in ritardo rispetto agli eventi. Non ci sto dietro. È successo qualcosa che mi precede. Di molto. Lo rincorrono la mia mente, i miei pensieri, le mie improbabili analisi e ancor più improbabili previsioni, lo rincorrono i miei sentimenti. Ogni tanto riesco a sfiorarne un frammento, ma è questione di un attimo.

La sensazione di massima è che sia irreale, che in qualche modo non stia accadendo veramente. Ed una parte di me, effettivamente, non vuole che stia accadendo. Una grande parte di me non lo vuole. La stessa che detesta i cambiamenti. La mia parte sedentaria. La mia parte costruttiva. La mia parte addizionata. Quella parte che da anni lotta con i denti per assicurarsi qualcosa. Un tetto, qualcosa da mangiare, un lavoro. Quella parte che non vuole che cambi niente. Mai. Quella parte che si era dolcemente messa ad aspettare la morte, ma senza nessuna rassegnazione o tristezza. Dolcemente, come si aspetta un amico che arriverà, prima o poi arriverà. E nel frattempo si prepara al meglio la casa per poterlo ospitare.

Poi l’altra parte. Quella mai doma. Quella che ha sempre tirato brutti scherzi all’altra parte. Quella che mi ha messo a rischio anche quando non ce n’era bisogno. Quella che scalpita. Il cavallo che non si fa cavalcare. La bestia che non si fa addomesticare. Inopportuna, folle, irragionevole, incontrollabile. Quella parte che da un lato mi ha salvato e dall’altro rovina sempre tutto. Quella che fa del male a me e agli altri. Soprattutto a chi mi è più vicino. Ecco, lei, quella parte, non aspettava altro che quello che sta accadendo. Da sempre. Anzi, lo sapeva già.

Ricordo un bar di Bologna, più di vent’anni fa. Ricordo che mi guardai attorno. Vedevo. Non guardavo, non osservavo, non pensavo: vedevo. Uno sguardo che era mio ma che non era mio. Lontano da me ma vicinissimo alle cose. Talmente vicino da vederne il futuro. Questo significa profezia: entrare nel presente. E una volta che lo vedi non ci vuole un granché a vedere dove va. Vedevo. Poi un pensiero. Non pensato, non formulato. Direi “arrivato”. Un pensiero non pensato arrivò. Disse: “Tutto questo non può restare in piedi, crollerà”.

Il sentimento che provai fu di sollievo. Perché la verità, quella né mia né tua né di nessuno ma di tutti e di tutto, è riposante. Mette a tacere la mente. Da un nome a quello che non riesci a nominare. Ti dice quello che sai senza sapere di saperlo.

Quello che sta accadendo io lo sapevo già. In ogni mia fibra, in ogni mia cellula. Una parte di me era, anzi, già qui. Io stesso mi sono preceduto. Da qualche mese ormai stavo lavorando ad uno spettacolo. In scena sarebbero andate una sessantina di persone. Età: dai 15 agli 85 anni. Tema: l’apocalisse. Ricordo all’inizio del progetto questo pensiero ossessivo riguardo l’apocalisse. Che poi non significa altro che “togliere il velo” e dunque “vedere”. Soprattutto ricordo le resistenze. Perché non essendoci testi teatrali adeguati (neanche la Peste di Camus), avrei dovuto costruire una drammaturgia originale. Quanto ho resistito! Ho ipotizzato di tutto pur di non affrontare quel tema. Ma è stato letteralmente più forte di me. Non voleva star giù. Non voleva andarsene. E allora mi sono arreso. Non potevo fare altro.

Da mesi io, i miei collaboratori, giovani, adulti e anziani parlavamo di quello che sta accadendo. Per la precisione, lo stavamo mettendo in atto. In parte, seppure in uno spazio e in un temo delimitati, abbiamo vissuto in anticipo quello che sta accadendo.

Ci sono forze che agiscono. Non parlo di fede, di energia cosmica, né di altro. Non perché abbia un pensiero in merito, semplicemente perché sono cose fuori dalla mia portata. Io sono come il bambino che riceve lo schiaffo. Al bambino non interessa il motivo dello schiaffo. Anzitutto constata l’evento. E così io constato l’evento.

L’evento era già qui. Da tanto, tanto tempo. L’evento ora mostra la sua zampata finale, ma era già qui. Lo abbiamo preparato, forse lo abbiamo voluto. L’evento non è un evento ma l’insieme delle nostre azioni e relazioni. L’evento non è caduto dal cielo ma è salito dalla terra. L’evento siamo noi. Noi con le nostre azioni passate, noi con le nostre azioni presenti.

E allora mi viene da porre una domanda: “Perché abbiamo voluto tutto questo? Perché?” Onestamente non vedo domanda più responsabile di questa. Non “perché è avvenuto?” o “di chi è la colpa?”, no, davvero. Fuggire da qualcosa che abbiamo creato sarebbe, appunto, irresponsabile.

Conosco già l’obiezione e la capisco benissimo:
“Ma chi l’ha voluto?! Pensa per te! Io non l’ho voluto!”

Ok, va bene.
Capisco, davvero.
E lo dico senza nessuna ironia perché anche in me qualcosa protesta allo stesso modo.

Ma ora, oggi, stamattina, non voglio ascoltare quella parte, voglio sentire cosa ha da dire l’altra.

E dunque.
Perché io ho voluto che accadesse tutto questo?

Frammenti.
L’ho voluto perché non credo ad una vita sicura. Mi sembra un ossimoro. Perché nulla è sicuro e piazzare una cosa sicura in mezzo ad un oceano d’insicurezza mi sembra poco ragionevole. L’ho voluto perché avevo bisogno di un limite. A tutto. Perché avevo bisogno di essere limitato. Perché vivere senza limiti non è cosa di questa terra. Quello forse accadrà dopo la morte. Forse. Mentre la vita su questa terra è un limite dietro l’altro. Non posso scavalcare una montagna, non posso bere il mare, non posso toccare la luna. E giù giù fino ai più piccoli limiti: non posso vivere senza respirare, senza mangiare, senza bere, senza dormire. Ho voluto che accadesse tutto questo perché da anni e anni e anni mi dico che questa vita non è la vita ma una sua brutta copia. Per me vita è sentire tutto, innamorarsi da farti esplodere le vene, amare da farti sbullonare l’anima, piangere urlando come un lupo, ridere da aver bisogno di un catino per versarci tutte le lacrime, gioire per il solo fatto di esistere; vivere è ringraziare e lodare e innalzare inni, e a volte perfino farsi del male. È soffrire senza difenderti. È quel minuscolo istante in cui ti andrebbe bene di morire perché stai provando una gioia che è dolore che è piacere che è male che è felicità distillata che è qualcosa che non sai cos’è ma ti collega a tutto il benedetto sistema solare. Vivere è amare la morte perché è la presenza della morte che garantisce l’esistenza della vita. Volevo che accadesse tutto questo perché avevo smesso da molto di credere nella nostra società. Cos’è? Non so, un mostro mitologico? Cosa diavolo è? Cos’è tutta questa sofferenza sparsa per il mondo? Cosa ci fanno i ricchissimi con tutti quei soldi? Cosa ci fanno? Che poi sono tristi, si ammalano, si deprimono, si suicidano. Non stanno bene, non stanno per niente bene. E allora se i soldi non gli servono manco a quello, cosa diavolo stanno facendo? E, dall’altra parte, cos’è tutta questa miseria? Io non riesco più a sopportarla. È ovunque. È terribile è tremenda è terrificante. “Stai male? Beh, dai, c’è chi sta peggio!” Sai cosa, caro contabile dell’esistenza, ho smesso di sentirmi meglio se qualcuno si sente peggio ed ora se so che qualcuno sta peggio… sto peggio. Ho voluto che accadesse tutto questo perché non posso neanche più pensare alla natura. Quante immagini ho messo via! Stavo per scoppiare! Manco i server di google contengono tutte le immagini stipate nella mia mente. Foreste in fiamme o devastate, acque plastificate, animali letteralmente torturati. La natura, la natura tutta. Crudele a volte, certo, ma fondamentalmente docile. Come un cucciolo, come un bambino che ti guarda incredulo mentre lo stai facendo a pezzi.

Potei andare avanti per molto.
Ma, ecco, io ho voluto che accadesse tutto questo.
Dolorosamente l’ho voluto. Molto dolorosamente.
E quando, in questi giorni, leggo di persone morte o dei loro cari che non possono stargli vicino, piango. Ma non per loro. Su questo non posso proprio fingere: io non riesco a piangere per chi non conosco. No, piango per me. Per la mia miseria. Per la mia debolezza. Per il mio essere stato incapace di evitare tutto questo. Per non aver evitato tutte queste morti e tutto questo dolore. Piango per averlo voluto. Disperatamente. Come fossi un attacco di panico. Io ho sofferto di attacchi di panico. Li ho odiati come non mai! Poi mi sono fermato. Li ho ascoltati. Con una certa dose di rabbia ho chiesto loro “cosa diavolo volete da me?!” Nessuna risposta. Ancora dolore, ancora paura. Finché non sono stato fiaccato del tutto. A quel punto, quando ero talmente a terra da essere praticamente sotto terra, mi hanno risposto. “Vogliamo che ti fermi. Vogliamo solo che ti fermi. E che scendi da una vita che non è la tua vita ma quella che altri o i tuoi fantasmi o le tue paure e preoccupazioni o il tuo io ipertrofico vogliono per te. Fermati. E ditti chi sei.”

Ho voluto tutto questo perché ci fermassimo. E ancora non lo siamo, fermi. Siamo in casa, non possiamo usciere, ma ancora non siamo fermi. “Dobbiamo ripartire in fretta!” No, dobbiamo fermarci in fretta. Poi ripartiremo. Poi. Non ora. Ora metteremmo in piedi una brutta copia del passato. Un’orrenda copia del passato. Perché se ripartiamo come prima i deboli diventeranno più deboli, i potenti più potenti, i poveri più poveri, i ricchi più ricchi.

Siamo scesi dal treno in corsa. Ma stiamo ancora correndo. Cerchiamo di risalire al volo, come nei film. Io dico: fermiamoci. Lasciamo che il terno corra via. Perché quel treno non è la nostra vita ma qualcosa che ci è sfuggito di mano e ci precede. Lasciamolo andare via. Con tutta la paura che ciò comporta. Con il terrore di ritrovarci in un deserto, vicino ad un binario vuoto, senza più nulla.

Fosse per me farei una cosa molto semplice e molto chiara: azzererei i calendari. Questo farei. Non siamo nel 2020, no, siamo in un nuovo anno 0. Con tutta la paura e l’eccitazione che questo comporta. La storia ora non va avanti, si ferma. E riparte oggi. Oggi, 6 Aprile dell’anno 0.

In questi giorni le uniche musiche che riesco ad ascoltare sono quelle cantate da cori di donne e uomini. Nessun protagonista, nessun antagonista, nessun attore principale, nessuna comparsa. Cori, solo cori. Cori di voci, accordi tra esseri umani, cori di persone fuori dal coro ma nel cuore esatto della vita. Di una vita che, questa volta, si è fermata. E ci sta aspettando.

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messa in scena

La benedizione “Urbi et Orbi” di ieri non mi ha emozionato.
Anzi, mi ha restituito un certo gelo.

Un uomo in uno spazio enorme, solo.
E subito la mente corre alle immagini di medici e infermieri ammassati in anguste stanze d’ospedale, con i malati tutti attorno. Con i lebbrosi, direi, se fossimo ai tempi di San Francesco. Attaccati. A contatto. Così come fece Francesco gettando scandalo, andando dai lebbrosi, stando con loro, toccandoli. Offrendo loro non già la parola ma il proprio corpo. Non che il Papa dovesse fare lo stesso, lo capisco. Ma neanche l’esatto contrario.

Perché quelle immagini così spettacolari? Era come se sentissi, in sottofondo, le parole che si sono detti in cabina regia:
“Sarà incredibile! Ne parleranno i libri di storia! Che immagini!”

Faccio teatro e sono molto sensibile a certe cose. E quando sento che mi si vuol far provare un determinato sentimento, mi chiudo come un riccio. Non ricevo più. La trovo un’imposizione. E così ieri, durante la benedizione. Mi si stava dicendo “Guarda che immagini incredibili! Guarda l’uomo solo sotto la pioggia! Senti che sapore apocalittico!”

Non mi ha emozionato. Ho sentito la volontà di dare il messaggio prima del messaggio stesso. Ho capito cosa mi si voleva dire. Anzi, cosa si voleva che io provassi. E, per quello che mi riguarda, se vuoi che io provi un determinato sentimento l’ultima cosa che devi fare è volere che io lo provi. Altrimenti mi hai perso.

In più la solitudine del Papa.
Ancora.
La solitudine del Papa mentre dice che siamo tutti nella stessa barca. E però, mentre lo dice, lui non c’è nella barca. È solo in uno spazio enorme. Un privilegio, di questi tempi. Come i ricchi che fanno quarantena in case di 38.000 metri quadrati.

Avrei preferito vederlo in uno spazio piccolo, come quello in cui molti di noi stanno vivendo. Avrei preferito vederlo in un’intimità, come quella che molti di noi stanno vivendo. Avrei preferito una nudità della celebrazione, magari violando anche qualche schema, così come molti schemi stanno saltando un po’ ovunque. Avrei preferito che bucasse lo schermo, che ci guardasse in faccia. Avrei tolto ogni solennità e ogni pretesa di immagine da fine del mondo. Avrei preferito che facesse come Mattarella e che, come lui, facesse fatica e sbagliasse. E che ci restituisse umanità, non lontananza e solitudine. Sì, insomma, strano a dirlo da parte mia, ma avrei preferito un po’ di religione: “religio-onis, affine a religare «legare»”.

Oppure che la piazza fosse piena di preti e suore e frati. A due metri di distanza l’uno dall’altro. Con mascherine e guanti. Dappertutto, quasi a circondare il Papa.

Invece l’uomo solo. Ancora l’uomo solo. In una solitudine amplificata da una regia, a mio modo di vedere, stucchevole. Una regia che ha evidenziato l’immagine stessa del motivo per cui ci ritroviamo in questa situazione: la solitudine. Soli nella vita.
Ed ora soli nella morte.

Non sto parlando di fede, sia chiaro. Non mi permetterei mai.
Sto parlando di spettacolarizzazione della fede. Ovvero di spettacolarizzazione di un fatto intimo.

Io lotto da sempre con la religione. E ancor più con la fede. Non nel senso che lotto “contro”, no: lotto in me stesso. Sono anni che giro l’Italia con uno spettacolo su Francesco d’Assisi da me scritto e interpretato. L’ho fatto in tante chiese, ho incontrato tanti religiosi. E spesso li ho visti contenti dello spettacolo. Uno spettacolo che non ricalca certo la classica narrazione su Francesco. Li ho visti contenti perché spogliati. Come Francesco, nudo in piazza davanti agli assisani. Li ho visti, per un attimo, respirare. Ho avuto la sensazione che lo spettacolo li facesse tornare ai motivi essenziali della loro scelta di vita. Ovvero: spogliarsi. Di tutto. Togliere. Decostruire. Destrutturare. Diventare poveri. Ma non in senso unicamente materiale – anche perché di quel tipo di povertà nella chiesa ce n’è ben poca -, bensì in un senso umano. O spirituale. Povertà in quanto ricerca dell’essenza. Che era poi ciò che interessava veramente Francesco.

Ecco allora che ieri non ho visto nulla di tutto questo. Perché quel vuoto e quella solitudine non erano essenza, erano scenografia pura. Quel vuoto era stracolmo.

Spero sia chiaro che il mio non è un tono di polemica o di condanna. In alcun modo. Anzi, se potessi parlare di persona con il Papa lo farei di corsa. Perché spero. Spero, spero, spero. Soprattutto in questi tempi. Spero così tanto che, anche senza volerlo, il mio sperare diventa praticamente preghiera.

Spero nella nostra velocità. E non già nella velocità che occorre per rimettersi in piedi e ricostruire, no, il contrario: spero nella nostra velocità nel decostruire e nello spogliarci. Nel togliere il superfluo. Nel lasciar cadere tutto ciò che ci ha portati al crollo.
E di lì, lentamente, umanamente, ripartire.

Concludo allora con una preghiera rivolta direttamente a lei,
Papa Francesco:
La prego di non essere più solo.
Perché non lo è.

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c’è se non ci sei tu

La paura.
La paura sana e la paura insana.

La paura insana è fatta di angoscia per qualcosa che non è né qui né ora. Quindi per qualcosa che è ovunque. Come se ti stesse sempre rincorrendo. E se qualcosa ti rincorre tu, ovviamente, non fai altro che scappare. E questo fomenta ulteriormente la tua paura.

Se non riesci a fermarti nel tempo e nello spazio, la paura ti divora. Se corri continuamente la paura ti divora. Se scappi continuamente la paura ti tiene in pugno. La madre di tutte le paure, poi, la paura di morire, non si sconfigge in alcun modo. Non è un avversario alla tua portata. Soprattutto, direi, non c’è partita. E tu pensi – ingenuo e, in qualche modo, tenero – di poterle sfuggire. E allora corri, corri, corri. Dove? Dove stai andando esattamente? E soprattutto: questa tua fuga serve e qualcosa? Quando poggi la testa al cuscino sei più tranquillo? Dormi bene? Riesci a dormire? Ti svegli sereno? Riesci a stare fermo? Riesci a non fare niente? Riesci a vedere quello che ti sta attorno? Riesci a meravigliarti di ciò che esiste? Riesci a renderti conto che esisti? Oppure è tutta un’interminabile apnea?

Lavori tutto l’anno. Poi magari d’estate vai una settimana al mare e, se ti va bene, stai bene. Se riesci a staccare veramente. Se riesci a prendere distanza da ciò che fai durante tutto l’anno. Se riesci a staccarti veramente dal te stesso occupato e preoccupato. Magari non riesci il primo giorno. E nemmeno il secondo. E magari nemmeno il terzo e il quarto. Ma poi, il quinto giorno, in un attimo, e per un attimo, sei completamente dove sei. Magari stai facendo il morto in acqua. Già, magari la morte è proprio quella cosa lì. Oppure sei seduto in spiaggia, di sera, quasi tutto sono andati via, il sole scende, riesci a sentire la lingua del mare. Oppure una mattina ti svegli presto e cammini. Ed è tutto fermo. E niente di te pensa al dopo perché il dopo non esiste. Oppure sei a cena con lei. È bellissima. Lo è sempre stata. Sei semplicemente tu che hai smesso di vederla perché sempre in fuga, sempre di corsa, sempre a scappare. E invece ora la vedi. E non parlate di niente perché non c’è niente di cui parlare. O meglio, va bene parlare di tutto perché, qualunque sia l’argomento, in realtà le stai dicendo solo “sei bellissima ti amo per sempre”.

Insomma, capita che ti fermi. Che ti fermi veramente. Non solo il corpo, quello è capacissimo di fermarsi. Quello è tutto fatto di presente. Ti fermi… tutto. Nessuna parte di te, da quelle visibili a quelle invisibili, è altrove. Sei lì. Esattamente lì. Esattamente in quel momento. E quello che provi è amore. Non quello dei film. Non quello delle frasi d’amore. Non quello smielato e sdolcinato che esiste solo nella tua testa. Non quello che è fuga, come tutto il resto. No, l’altro. Quello che per nominarlo occorrerebbe una parola un po’ più dura di “amore”. Quello che comprende tutto, pure la morte. Ecco, chiamiamolo “amorte”.

Sei lì che provi amorte e sei felice e malinconico nello stesso identico istante. Provi una gioia così vasta – tanto vasta che per descriverne la misura la mente corre subito alle immagini dello spazio – che comprende tutto, pure il dolore. Pure la paura. Pure l’angoscia. Dolcemente. È un’accettazione. Ma non passiva, no, in nessun modo. È attiva. È azione distillata. Come la parola “poesia” che deriva da “poiéō”, ovvero “faccio”. Sei attivo e pieno di vita perché tu stesso sei vita. Allo stato puro. È un attimo, un frangente, un istante. Non può durare troppo a lungo, non lo reggeresti. Tant’è che a un certo punto la testa ti salva. Ti fa pensare a qualcosa. Non importa a cosa ma, ecco, ti viene in soccorso altrimenti ci resteresti secco. Ti dice “pensa a cosa fare dopo, attento che se fai il morto in acqua e nessuno ti vede rischi che arriva un motoscafo e ti trancia in due, da dove viene questa musica?, ma perché mettono la musica in spiaggia?, le sigarette!, dopo voglio prendere una birra, ma non quella alla spina, non so perché ma non mi piace, meglio una birra sciacquina in bottiglia, bel ristorante, certo potrebbero distanziare un po’ più i tavoli, e adesso che ordino?, prenderei tutto, odio i menù, sempre troppa roba da scegliere e poi sono sicuro che riesco sempre a prendere la cosa meno buona, magari più tardi facciamo l’amore, ma guarda quanta gente in giro a quest’ora, devo riuscire a comprare una casa al mare, voglio finire i miei giorni al mare, signora scusi!… le è caduto qualcosa…”

E te ne vai da dove sei. Ma va bene così. In quel punto, in quell’incrocio che è l’incrocio di tutto, si riesce a stare per pochissimo tempo. Gira roba troppo grossa da sostenere. A volte spero, o forse sogno, che quell’incrocio, esattamente quell’incrocio, sia la morte. Spero, o forse sogno, che la morte ti venga e prendere per mano con una tenda in spalla e ti dica “vieni, ora ti faccio vedere la tua nuova casa”. E una volta arrivati all’incrocio, all’incrocio dei venti, all’incrocio dei tempi, ti dice “ecco, questa è la tua tenda, mettila qui”. “E poi?”, fai tu. “E poi niente: ora ti fermi e stai qui. Tutto qui. Per intero. Ora non scappi più”. “Ma io volevo la casa al mare!”.

E mentre sistemi la tenda cominci a sentire le parole del mare e apri la tenda e dentro c’è lei che ha ordinato tutto il menù e c’è un vassoio con 28.011 birre sciacquine in bottiglia e pensi alla parola “amore” che è troppo dolce e che è molto meglio “amorte” e fai per salutare la morte e ringraziarla di tutto ma lei non c’è più e non ci sarà mai più e mai più avrai paura perché ora non scappi perché ora è ora e qui è qui e lei è lei e tu sei tu.

In questi giorni penso cose del genere. Sogno cose del genere. E spero che questa sospensione ci aiuti a non vivere più nella paura. Nella paura insana. Quella che c’è solo se non ci sei tu.

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ovunque sono io non sono

C’è chi lotta, c’è chi non lotta, c’è chi vive, c’è chi muore.
E poi ci sono anch’io. E come me tanti altri.

Noi eternamente in riserva, parcheggiati ad un angolo di strada.
Noi assetati di birra e benzina. Noi sigaretta tra le dita, noi che non possiamo smettere di fumare perché ardiamo. Noi né vivi né morti ma fuoco che è già cenere. Noi che i Grandi Maestri non ci capiscono perché non fruttiamo, noi che i Grandi Artisti ci temono perché dilapidiamo, noi con tutti d’accordo perché da sempre scordati.
Noi fuori dal coro e fuori dal coro di quelli fuori dal coro. Noi mai contro e mai a favore. Noi fuori dal gioco delle parti perché interi. Purtroppo interi.

C’è chi vince, c’è chi perde, c’è chi non gioca.
A noi non è concesso il sogno della vittoria; noi possiamo sognare solo la rivincita perché sconfitti in partenza. Ma la rivincita non ci si addice perché presuppone rivalsa, vendetta e altre attività che induriscono il sangue. E il nostro sangue non può indurirsi, né coagularsi: le nostre ferite non smettono di sanguinare.

Non giochiamo, non vinciamo, non perdiamo.
Ma sappiamo ridere.
Di tutto.
E sappiamo piangere.
Per niente.

Ce ne sono, di quelli come noi, che hanno imparato a fare delle cose. E ci campano. O meglio, ci sopravvivono. Perché anche quelli che diventano ricchi restano sempre poveri. A noi il denaro non c’innalza, ci abbassa ulteriormente. Così come non ci cambiano le cose della vita, perché siamo altrove.

Noi vorremmo solo arrivare qui. Questo è il nostro grande sogno. Ma non ci è concesso. C’è sempre qualcosa, una patina, una pellicola, una camera d’aria che ci separa da qui.

A volte qualcuno si arrabbia con noi: “Dove sei?!”

Sono qui, amico mio. Sono qui, fratello mio. Sono qui, sorella mia. Sono qui, amore mio. Sono qui per quello che mi è concesso. Il resto non dipende da me. Non so da chi dipende. Né da cosa. Io sono il margine. Non l’emarginato, non il marginale, no: il margine stesso. Io sono, senza averlo voluto né chiesto, la linea di confine tra il visibile e l’invisibile. Io eternamente strappato. Da qui. Da ora. E da sempre. Né vincitore, né sconfitto, né conformista, né alternativo, né appartenente ad alcuna categoria. Eppure mi puoi vedere ovunque. Nella grande piramide gerarchica posso occupare qualunque posto a sedere, dal marciapiede al trono. Mi puoi vedere ovunque ma non mi puoi trovare in nessun posto. Perché ovunque sono io non sono.

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quello che ci fa paura degli stranieri siamo noi

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
Questo straniero va accolto e, soprattutto, va ascoltato. Andrebbero creati Centri di Primo Ascolto. Appena lo straniero arriva noi andiamo ad ascoltare la sua storia. Le storie di chi ha conosciuto il dolore, l’umiliazione, la sopraffazione, la miseria, la fame, la sete, la paura… sono le storie che ci salvano la vita. Non hanno sempre fatto così i nonni andati in guerra? Non ci hanno sempre raccontato le loro storie? Raccontare è un’azione che non prevede concetti di “altruismo” ed “egoismo”, raccontare è le due cose contemporaneamente. I nostri nonni, parlando, tentavano di liberare se stessi dai fantasmi di un passato troppo doloroso e c’insegnavano a puntare lo sguardo sulle cose importanti del vivere. Quelle che vedi più facilmente quando non le hai. Quando sei in guerra o vivi nella miseria o nella violenza o nel dolore o nell’abbandono. Quelle che dimentichi più facilmente quando sei invaso dal superfluo. Ed è lui, il superfluo, l’unico immigrato che dovremmo rispedire a casa sua. Anzi, dovremmo proprio farlo andare a fondo. Così, giusto per aiutarlo a non essere più superficiale.

Lo straniero che arriva da un altro paese, dicevamo.
Lo straniero che magari viene da una guerra, così come i nostri nonni sono arrivati a noi passando attraverso una guerra. Ma anche lo straniero che viene dalla miseria, o da una dittatura, o da qualsiasi tipo di violenza… insomma, da una qualunque di queste guerre. Questo straniero va accolto e va ascoltato. Perché il suo sguardo ci riporta all’essenza stessa del vivere. Ci riporta al centro dell’esistenza. Ci ricorda cosa è importante e cosa no. Ci aiuta a sganciarci dalla superficie e dalla superficialità.

Alcuni vorrebbero che gli stranieri andassero a fondo.
Io vorrei che gli stranieri portassero a fondo noi. Laggiù dove tutto si capovolge e la terra diventa cielo e il cielo diventa terra. A testa in giù. A ribaltare lo sguardo. Questo sguardo che è sempre e solo lo sguardo del Centro. Ovvero lo sguardo del potere, del denaro, del successo. Lo sguardo col quale, ad un certo punto, abbiamo deciso di guardare gli altri e noi stessi. Quello sguardo per cui se non hai potere, denaro e successo sei una nullità.

Ecco, ribaltare questa follia.
Smettere di guardarci con gli occhi di chi sta al Centro e cominciare a guardare chi sta al centro con i nostri occhi. Smettere di considerare i margini come luoghi da abbandonare o, al limite, da recuperare con qualche azione caritatevole, e cominciare a pensarli e a viverli come centri dell’esistenza. Ai margini del potere, ai margini del denaro, ai margini del successo. Ai margini di tutto ma al centro della vita.

Per fare questo, prima di trasformare la nostra condizione, dobbiamo cominciare a guardarla in un altro modo. Guardare l’inferno dicendosi “tanto lo so che qui in mezzo c’è il paradiso!” Girare lo sguardo. Chiedere aiuto a chi è in grado di farci girare lo sguardo. Allo straniero.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
E poi c’è lo straniero in patria.
Il povero, il disabile o diversamente abile (questo tipo di straniero è talmente straniero che non sappiamo neanche come chiamarlo), il bambino, il vecchio, l’alcolizzato, il tossico, il carcerato, l’omosessuale, la donna violentata…
Il nostro paese è pieno di stranieri, e non già di altri paesi ma del nostro stesso paese. Questi stranieri andrebbero ascoltati esattamente come gli altri. Anche le loro storie salvano vite. Cambia la zona del Margine da cui provengono ma pur sempre di margine si parla.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
C’è lo straniero in patria.
E poi ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ovvero coloro che, dal Centro, mettono in contrapposizione e in conflitto gli stranieri. Gli stranieri sono costituzionalmente fratelli. Da ovunque vengano. Si incontrano, si osservano e si riconoscono. Sanno di aver incontrato un fratello che, come loro, sta ai margini. Sanno di aver incontrato un compaesano. Il loro stato, quello sì, è transnazionale. Sono loro i veri Stati Uniti. Ma non d’America. L’America è un concetto troppo angusto. No, loro sono gli Stati Uniti di Ovunque e di Sempre. Loro sono l’unico stato che c’è da sempre e che ci sarà per sempre. E al Centro questa cosa non va giù. Al Centro questa cosa fa paura. Il Centro si sente costantemente minacciato da questi Stati Uniti dei Margini per cui può fare una sola cosa: tentare di metterli in conflitto tra di loro. Tentare di innescare una guerra civile.

Io non vedo immigrati, italiani, europei, il mio paese, il tuo paese, i partiti buoni, i partiti cattivi… io vedo solo il Centro e il Margine. Io vedo il Centro in guerra contro il Margine.

Ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ci sono quelli che con le loro azioni e soprattutto con le loro parole – dal momento che, essendo pure vigliacchi, preferiscono parlare piuttosto che agire – tentano continuamente di mettere in conflitto gli stranieri di tutto il mondo. Perché è l’unico modo che conoscono per restare saldamente al potere.
Delinquenti, assassini, criminali.

Il Centro è terrorizzato dal Margine.
Ma non perché quest’ultimo viene a rubargli il lavoro o la donna. Oh no. È terrorizzato perché viene a ribaltargli il pensiero. Viene a stabilire una nuova gerarchia di valori. Anzi, viene ad eliminare il concetto stesso di “gerarchia” con tutti i suoi derivati di “vincitore e perdente”, “capo e servo”, “primo e ultimo”, “italiano e straniero”. Viene a capovolgere il mondo sottosopra. Viene a toglierli la terra da sotto i piedi e il cielo da sopra la testa. Viene a portare una visione della vita diametralmente opposta.

Il Margine arriva e sfila dalle mani del Centro tutti i suoi giocattoli. E poi gli sfila via gli onori, i riconoscimenti, i titoli, la reputazione, il curriculum, il denaro, le cose, le case, i vestiti. E lo lascia nudo. Nudo. Ovvero vicino all’essenza. E lì il Centro… non ci vuole andare. A tal punto che, pur di non guardarsi nella propria essenza, si è costruito una vita piena di cose superficiali. Perché lì, nei pressi dell’essenza, c’è il deserto, il vuoto, il nulla. C’è quella terra arida che chi vive ai margini ha dovuto attraversare, quel luogo che conoscono bene tutti gli stranieri della terra.
Quel luogo tremendo che, una volta abitato, ti dice chi sei. Perché nella miseria, nell’abbandono, nella solitudine, nella paura scopri chi sei veramente. E lo straniero, da qualunque luogo provenga, con la sua sola presenza, te lo ricorda.

Perché abbiamo paura degli stranieri?
Perché abbiamo paura di sapere chi siamo.
Perché abbiamo paura di scoprire chi siamo diventati.
Perché abbiamo paura di noi stessi.

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è che non dormo più

La pagina bianca
e la voglia di dire no.

No, non ho niente da dire
no, perché anche se avessi qualcosa da dire non sarebbe importante
no, parole
no, ancora scrivere quello che mi fa fatica anche solo a pensare
no, cavare fuori ciò che sta nascosto
no, spogliarsi e sfogliarsi per l’ennesima volta
no.

Ma qualcosa
accompagnato da un senso di nausea
mi riporta qui
eternamente qui.

Non c’è alcuna ragione
non c’è alcun motivo
non c’è nessuna utilità
non c’è senso
non c’è niente che legittimi
tutto questo.

Eppure dal vuoto nero deserto
una voce
una voce appena
una voce magari immaginaria
o ingannevole
o solo sognata
mi chiama.

Mi dice sempre e solo una cosa:
“non chiudere”.

Non chiudere.
Santissimo cielo.
Sai di cosa stai parlando?
Voce immaginaria o ingannevole o solo sognata
sai di cosa stai parlando?

Sono stanco del mio dire
che è come un cane che gira e rigira su se stesso
per cercare la combinazione esatta per sdraiarsi
e acquietarsi
e dormire.
Sono stanco del mio girare e rigirare
senza mai quiete
né riposo.

Ormai nel sonno sogno il sonno dei giusti
o dei bambini
o dei cani.
Sogno il sonno di chi si è dato
e chiude gli occhi
incurante del ritorno.

È che non dormo più.
Tutt’al più faccio lunghe pause
a occhi chiusi.

Ti ho amata
voce immaginaria o ingannevole o solo sognata.
Ti ho amata come si ama una fortuna
arrivata da chissà dove.
Ti ho amata per non avermi mai concesso di morire
prima del tempo.
Ti ho amata come la pianta ama la pioggia
senza sapere perché.

Ora invece ti temo.
Sembra che tu non abbia fine
o limite
o confine.
Ti temo.
La tua sete sembra inestinguibile.

E dunque
cosa vuoi da me?
Non lo so più.
O forse non l’ho mai saputo
nella convinzione di saperlo.

Vorrei dirti buonanotte
ma la mia notte non è più notte
e il tuo incessante richiamo
è il sole nascente
di un’alba costante
che mi tiene vigile
senza che io sappia perché
per cosa
fino a quando
e perché proprio io.

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