una vita più onesta

Una voce o un incidente o una sensazione.
Ti giri e ti vedi riflesso.
In uno sguardo distratto o in un vetro distrutto o in un avanzo di idea.
Ti vedi per caso.
All’improvviso.
Senza aver avuto il tempo di nascondere il tempo ovunque impresso.

Ti vedi per quel che sei, nonostante l’impegno e le speranze.
Ti vedi e ti arrendi.
Ti arrendi e ti abbandoni.
Ti abbandoni e ti lasci andare alla calma piatta dell’evidenza.
Senza gioia né dolore.
Silenziosamente naufragando.

Sulla riva cocci sparsi.
Li guardi.
Non sai che fartene.
Tanti pezzi tutti tanto diversi.
Rotti, scheggiati, incompiuti.
Riflettono.
Ti restituiscono scomposto, fuori posto, frammentato.
Rifletti.

Osservi ciò che resta e ti chiedi come assemblarci qualcosa.
Non so, una vita più onesta.
Qualcosa che stia in piedi, con un minimo di dignità.

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lettera d’amore d’arte

L’arte.
Parliamo di questo, giusto?

Io non posso parlare d’arte. In definitiva non so cosa sia. E poi, lo sai benissimo, non mi sono mai sentito un artista. La mia relazione con l’arte è del tutto fanciullesca e, direi, provinciale. Per me l’arte è: quasi tutta la musica classica, alcuni dipinti, alcune statue. Vedi? Sono rimasto un adolescente.

Ma, insomma, al di là di ciò che sia o non sia arte – e che non è certo quello che non mi fa dormire -, penso di aver qualcosa da dire sull’argomento. Per la precisione, penso di poterti dare qualche consiglio. E qui, purtroppo o per fortuna, non c’è equivoco. Non ti sto parlando da pari a pari ma da persona che, per una serie di eventi della propria vita, che sia caso, fortuna, destino o che so io, ne sa più di te. E non già grazie ad una scienza infusa o ad un quanto mai fantomatico talento disceso da chissà dove, quanto grazie ad esperienza vissuta, in anni e anni di stretta convivenza con la materia di cui sopra.

Io so ciò che stai facendo.
Tu stai dicendo questo: “Se ho qualcosa da dare, se quello che ho da dare ha veramente senso, se Dio o la vita o l’umanità o l’universo vogliono questo da me… qualcuno o qualcosa arriverà e mi dirà: fallo! Anzi, forse mi obbligherà addirittura a farlo! Mi dirà: mi occupo io di tutto… tu pensa solo a creare!”

Magari le parole non sono esattamente queste ma sono praticamente certo che la tua posizione rispetto alla materia in questione sia questa. Lo so. E lo so perché è una posizione che riconosco. Ed è una posizione che riconosco perché è la mia stessa identica posizione. In me radicata a tal punto che anche quando Dio o la vita o l’umanità o l’universo mi hanno detto che volevano questo da me… io non ero poi così convinto… pensavo “mmmh… mi sa che non sono Dio, la vita, l’umanità o l’universo che mi stanno parlando… questa vocina non mi convince… vuoi vedere che in verità è la mia voce?… vuoi vedere che sono io e solo io ad aver bisogno di tutto questo?… vuoi vedere che ne ho talmente bisogno, del tipo che altrimenti non saprei che senso ha la mia vita, che m’invento pure le vocine?… vuoi vedere che le altre persone, e intendo TUTTE le altre persone, in verità si sono accorte di questo ed avendo pietà di me mi dicono che sono bravo eccetera?… no no no!… non sia mai!… piuttosto faccio una strage!”

Ed è così che ho compiuto la strage. Di me stesso e, di conseguenza, di chi mi stava vicino.

Una parte di questo processo per me è estremamente sensato. Si chiama “onestà” e, di soprannome, “rispetto per l’arte”.

L’altra parte di questo processo, direi l’altra metà, non ha nulla di buono. E soprattutto non ha nulla a che fare con l’onestà o il rispetto. Ha a che fare solo con l’auto-distruzione. Affascinante, eh? Per l’amor del cielo, molto artistica! Poco creativa ma molto artistica. Autobiografica, direi. O piuttosto, se preferisci, infantile.

Ed io, in te, vedo questa seconda parte che guadagna metri su metri rispetto la prima. E non posso non denunciare lo svilupparsi di un processo che di positivo non ha e non avrà mai niente. E che, anzi, porterà solo dolore a te, a chi ti sta vicino e, a conti fatti, al creato.

Ma l’inghippo… dov’è?
È questo che dobbiamo capire, no?
Dov’è il punto di rottura?
Dov’è che la strada, da buona che era, improvvisamente imbocca una via senza uscita e va a finire in un precipizio?

Quel bivio io lo conosco bene.
Ci sono due cartelli.
Uno recita: “fare per fare”
L’altro: “fare per…”
E al posto dei punti di sospensione ognuno può mettere ciò che preferisce.

Voilà.
Questo è quello che ho da dirti.
Ovvero: segui le indicazioni del primo cartello.

Se segui le indicazioni del secondo cartello siete finiti tu, il tuo talento, la tua arte e tutto il resto. Il secondo riguarda il riconoscimento del mondo. I ruoli. Il denaro. I complimenti. I premi. Le onorificenze. La posizione. Questo a livello terra terra, diciamo così. E so che questo livello non ti riguarda. Ma c’è anche un livello più sottile, figlio di quello grossolano di cui sopra, che invece secondo me ti riguarda.

Quando ti vedo pensare sconsolata a tutto questo è come se sentissi una vocina provenire da te, una vocina che dice a te stessa: “Lo vedi che non vali niente? Lascia perdere, dai retta.”

Ma non temere, dolce fiore di campo, c’è la soluzione. E io ce l’ho. Per il semplice fatto che ho percorso questa strada tante e tante volte più di te, e tante volte mi sono sfracellato, e una sola volta mi sono salvato e non posso, in alcun modo, dimenticare la strada che mi ha portato alla salvezza. In questo e solo in questo campo, s’intende.

Il cartello indica “fare per fare”.
Questo è il cartello di cui ti devi fidare.
E una volta imboccata la strada devi fare tutto e non chiedere niente.
E quando dico “niente”, dico proprio “niente”.

Non devi chiedere al tuo “fare” che sia bello, di valore, sensato, apprezzato, amato, ben giudicato, non gli devi chiedere che dia senso alla tua vita, alla tua persona, all’esistenza tutta, non devi chiedergli di darti conforto, calore, compagnia… e soprattutto non devi chiedergli che, attraverso di esso, gli altri si accorgeranno finalmente di te!

Capisci cosa intendo?
L’arte non è e non può in alcun modo essere un riscatto per un’ingiustizia ma un fiore che nasce DA un’ingiustizia.

Non è un atto riparatore, non è un atto che riporta in paro la bilancia. No, è un atto folle, un atto che non ripara le crepe ma che le dilata per far entrare ancora più luce, è un atto che fa saltare in aria tutte le bilance e i bilanci. Non appartiene al grande insieme della giustizia, appartiene all’insieme ancor più grande dell’offerta, del dono, del canto per il canto, del fare per il fare. Senza nulla in cambio. Senza aspettarsi nulla in cambio. Se tu chiedi all’arte di restituirti qualcosa, lei indosserà la maschera del fool, ti guarderà, sorriderà e ti dirà “Mia dolce creatura, l’ufficio assicurazioni, pareggi di bilancio e compagnia bella… lo trovi alla porta accanto.”

E ora, per andare avanti, ci vuole un’altra lingua, non certo la mia.
Ora ci vuole chi ha saputo dire esattamente ciò che sto tentando di comunicarti. Si chiama Calvino. In una delle città invisibili secondo me riassume in maniera pressoché perfetta l’unico modo possibile di relazionarsi all’arte che poi, portata alla sua essenza più pura, non è altro che la vita.

Calvino dice così:
Forse tutto sta a sapere quali parole pronunciare, quali gesti compiere, e in quale ordine e ritmo, oppure basta lo sguardo la risposta il cenno di qualcuno, basta che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il suo piacere diventi piacere altrui: in quel momento tutti gli spazi cambiano, le altezze, le distanze, la città si trasfigura, diventa cristallina, trasparente come una libellula.

“Basta che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il suo piacere diventi piacere altrui.”

Non hai da pensare ad altro che al tuo stesso piacere. E poi a far sì che diventi piacere altrui. In che modo? Semplicemente non tenendoti per te ciò che fai. Tutto qui.

Ma il primo passo, il primo santo e sacrosanto passo è: “che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla.”

Se vuoi cantare canta per il piacere di cantare.
Se vuoi scrivere scrivi per il piacere di scrivere.
Se vuoi fare fai per il piacere di fare.

Slaccia tutto questo, che è poi l’anima tua – perché è di questo che stiamo parlando -, da qualunque cosa che non sia il tuo piacere. Slaccialo dalla giustizia, dalla vittoria, dalla rivincita, dalla realizzazione, dal riconoscimento e, per l’amore del cielo, dal denaro.

E allora… eccomi.
E allora sì, so esattamente in che modo posso aiutarti. Posso aiutarti accompagnandoti. Solo accompagnandoti. Solo avvisandoti quando stai seguendo il cartello sbagliato. E posso dirti quando stai caricando pesi eccessivi sul tuo canto. Perché… accidenti tesoro… stiamo parlando di un fiore appena nato… di un filo d’erba… non puoi mica piazzargli sopra un cubo di cemento armato.

Non farti rovinare la vita da quel senso del dovere che ti è stato iniettato come un veleno. E per farlo, fidati di me, devi usare l’unico antidoto esistente contro il senso di dovere: il principio di piacere.

Il piacere è talmente importante per l’arte – che è poi creatività -, da essere, nella nostra vita, strumento per attirarci verso la creazione.
Si fa l’amore perché si prova piacere.
I figli nascono perché si fa l’amore.
L’umanità si crea e si ricrea attraverso il piacere.
L’arte è l’essenza e l’estratto di questo immane processo.

Quindi, mia piacevole creatura e coraggiosa compagna d’arte, ho solo una dritta per te:
Fai qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il tuo piacere diventi piacere altrui.

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non lo so

I buoni mi mettono ansia. Sono tremendi i buoni. Sono cattivi. Cattivissimi. Non c’è nessuno più cattivo dei buoni. I buoni amano tutti. Amano tutta l’umanità. Solo che a te non ti vedono mai.
Ti stanno davanti, ti dicono quanto amano l’umanità e non ti vedono. Tu ti sbracci, per farti notare, per dire che ci sei, per chiedere loro se ti vogliono bene. A te. Proprio a te. E loro ti rispondono che sì, certo, ti vogliono bene perché loro vogliono bene a tutti. Salvo poi non ricordarsi manco come ti chiami. I buoni amano tutta l’umanità tranne uno: te. Amano tutti fuorché quello con cui parlano. Per i buoni tutti sono umanità tranne il povero disgraziato con cui si trovano a parlare. Anzi, per loro spesso l’umanità, per essere degna di tale nome, è preferibile che sia lontana. Molto lontana. I buoni danno 9 euro al mese per garantire ad un bambino che sta dall’altra parte del mondo di andare a scuola. Salvo poi non fare niente per aiutare quello che è venuto dallo stesso posto e che ora è in classe con uno dei loro figli. I buoni vanno ad aiutare i poveri viaggiando per migliaia di chilometri. Salvo poi irrigidirsi e tirar dritto davanti al povero che si ritrovano tutti i giorni sotto casa. Perché per loro quello non è un povero. E allora partono. E il povero che sta sotto casa urla loro dietro “DOVE VAI?! ASPETTA! SONO QUI!”. Ma loro non lo sentono. Lui non è un povero. Anzi, a dirla tutta… è così vicino… così qui… così sempre qui che… mi sa che non fa parte manco dell’umanità. Allora lui, il povero che sta qui e che per questo non è più povero, non capisce più nulla. Si dice “ma come?… non sono più povero?!… non me n’ero accorto!”. Poi telefona a suo fratello “pronto… ciao… senti, tra qualche giorno dovrebbe arrivare uno buono, uno che ama tutti… ecco, fai il favore, se ti dà dei soldi mandami qua qualcosa ché non ce la faccio più”

E poi ci sono i cattivi. I cattivi mi fanno tristezza. La loro attività fondamentale è quella di trattenere. Tutto quello che arriva, lo trattengono. Hanno paura, i cattivi. Una paura fottuta. Hanno paura che se gli arriva qualcosa poi non torna più e allora… la bloccano.
I cattivi accumulano. Mettono da parte. Capitalizzano. E poi fanno i duri, se la tirano, imitano i cattivi dei film. I film sono pieni di cattivi. E nei film sono molto affascinanti. Peccato sia soltanto una pessima favola. I cattivi sono sostanzialmente tirchi, avari, ingenerosi. Hanno le braccina corte. Come i dinosauri. Però, a differenza dei bestioni, questi esseri minuscoli paiono non volersi estinguere. Il male è affascinante solo per chi non sa cosa sia. Il male è semplicemente misero. Triste. Piccolo. Vigliacco. Meschino. Hannah Arendt parla della banalità del male.
Io parlerei della meschinità del male.

Mi sono stufato. Sia dei buoni che dei cattivi. Sia del bene che del male. A volte mi chiedo se io sia buono o cattivo. Ma sempre di più mi accorgo che è una domanda senza senso. E se qualcuno mi dice che sono buono mi viene da ridere. Mentre se qualcuno mi dice che sono cattivo… mi viene da ridere.

Sono stufo di questo modo di ragionare. Di questo sistema binario che appartiene alla razionalità. Io adoro la razionalità. La amo.
Ma, poverina, a un certo punto non ce la fa più. Lei ci prova ed è da stimare. Ma poi… si blocca. Perché non sa riassumere, non sa conciliare, non riesce ad armonizzare. Le manca sempre qualcosa.
E sempre le mancherà. Non riuscirà mai a contemplare l’ignoto, l’inconoscibile, il misterioso, il mancante. E qui si aprono altre due categorie: il razionale e il poeta. Quello che sa vivere e quello che sta con la testa tra le nuvole. Quello che realizza e quello che sogna. Insomma: altre due categorie, altri due modi per ridurre l’irriducibile, altre due strade che non portano a nulla.

Questo sappiamo fare: categorie. E subito dopo, direi irresistibilmente, elaboriamo gerarchie. Come bravi ragionieri dell’esistenza. Prima cataloghiamo e poi sistemiamo. E anche qui, tanto per non farci mancare niente, prendono il via due categorie:
i sistemici e gli anarchici. Altre due fandonie. I primi mettono in vetta alla loro gerarchia quelli che ce l’hanno fatta, i secondi quelli che non ce l’hanno fatta. Ma non chiedete a nessuno dei due di provare a ragionare senza il concetto stesso di gerarchia… potrebbero impazzire e imbrattarvi la casa di brandelli di cervello. Del loro cervello. Esploso dopo cotanto sforzo.

A questo punto chiedo a me stesso “e allora?… qual è la soluzione?… qual è l’uno al di sopra del bene e del male?”

Non lo so.
Questa è la mia risposta.
Non lo so.
E la chiudo qui.
In bilico.
Come sempre.
Su questo stramaledetto filo sul quale un giorno mi misi per gioco e che ora mi accorgo essere l’unico posto al mondo in cui possa stare.
E ci posso stare solo perché il disequilibrio, l’essenza stessa del camminare sul filo, minaccia costantemente il mio poterci stare.

E quindi non lo so.
E non lo voglio sapere.

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tremenda morte di puro amore

Nelle piaghe della vita
dove i pavoni scomodano grandi dolori
e cortei di morte
si annida quieto e irriverente
il sorriso del buffone.

È quel tutto che il poeta cerca
nell’eterna malinconia di non ghermirlo
e sul quale il misero inciampa
mentre striscia moribondo
ai piedi dell’orgoglio.

Quel che dico è che c’è
un canto per il mancante
ed uno per l’imminente
un canto per il trascendente
ed uno per l’immanente.

E mentre tu spogli la rosa
chiedendoti perché non sei rosa
lei si lascia fare
chiedendosi quando tu
ti lascerai spogliare
come conviene ad una sposa.

Coraggio,
dolce fiore di campo,
fatti spetalare dal tuo dio
e lascia a terra il tuo velluto fertile
ché c’è già un uccello fremente
pronto ad adagiarsi
sul tuo glorioso niente.

Sai com’è
le stagioni si affrontano nudi
e il futuro non arriva
se non dissotterrando il passato
con la vanga del presente.

Ah, il presente!
Ah, l’eterno presente!

Il presente è come i cani
che son sempre lì
perché solo questo si può dire di noi cani:
che siam sempre qui.

Qualcuno passa e ci lascia un osso
e noi lo usiamo per affilare i denti
e sbranare quel presente
che ci buttano noncuranti
gongolanti e soddisfatti
dei loro rumorosi dolori
che noi conosciamo a memoria
per averli impressi muti
tra le nostre ossa rotte
che ringhiando nascondiamo.

Ma ora sorridi,
fiore spetalato,
passante disossato,
esistente tenero e piagato.

Sorridi perché l’inverno s’è fatto estate
e l’affronterai nuda,
purché tu creda a questo cane gobbo
che benedice sorridendo
la maledizione di questo mondo.

Sorridi perché d’estate
c’è pieno di gente che non sa che farsene
di queste ossa,
che non sa che farsene
di queste piaghe,
che non sa che farsene
di questo silenzio che noi cani
poveri bastardi randagi abbandonati
conosciamo meglio dei granelli di sabbia
del più disossato e arido deserto.

Sotto il pianto tutti vedono il gran senso
tutti scorgono il gran valore
tutti acclamano l’eroe!

Ma tu guarda bene nel sorriso
perché non è altro
che una cicatrice su una piaga antica
e rimarginata
perché nessuno se ne avveda.

Chi ha sofferto sorride,
dolce fiore di campo,
e la cenere la usa per soffiarci sopra
e brillare in controluce,
perché dopo il dolore non c’è più nulla,
neanche il dolore,
e non resta che socchiudere gli occhi
al dolce sole calante
di questa sera furente.

Ne conosciamo di messe in scena
noi
cani dimenticati
agli angoli dei clamori.
E sappiamo dov’è il sipario
e quando inizia la farsa;
sappiamo la miseria del protagonista
e il valore della comparsa.

Che ci dimentichino
o ci carezzino distrattamente
noi sappiamo dare spettacolo
ed ululare contro il sole
che tutto mostra
tranne l’invisibile
che ci nasconde.

Tutto è rumore
a parte questo risibile presente
che non puoi cogliere
se non spogliandoti di tutto,
dolce fiore;
se non scavallando la poesia
e rasentando i compatti muri,
ammuffiti d’amore,
di questa lontana periferia
frequentata da saltimbanchi e giocolieri,
pagliacci, fool e menestrelli,
abitata da chi fa festa
scodinzolando come un cane
per un osso
lanciato a terra da chi spreme il suo dolore
fino a farne un trofeo da gran signore,
da gran dottore,
da primo attore.

La poesia è una scala,
sali in cima e si fa stretta.
Poi diventa una fessura
dalla quale non si passa.

Allora non puoi che accomodarti lì
e stenderti
e spetalarti
e svellutarti
e socchiudere
i tuoi bei denti bianchi
in un sorriso malandrino.

Fino a quando non lo senti,
sul palato,
sulla lingua,
e fino in gola,
il nettare divino
che colma ogni vuoto
mutando il tuo dolore
in una tremenda morte
di puro amore.

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Parigi 13/11/15 (e altri luoghi e altre date)

Il primo pensiero è: “Taci. Non puoi che aggiungere parole inutili se non addirittura dannose.”

Il secondo è: “Se ti fai azzittire hanno già vinto.”

Il terzo è: “Chi ha già vinto? Chi sono esattamente? Sono solo terroristi o un complesso intreccio d’interessi che permea quasi tutto?”

Il quarto è: “Cosa posso fare io?”

Il quinto è: “Posso amare.”

Il sesto è: “Se in rete dici il quinto pensiero ti scaraventano nel quinto girone: quello dei poveri illusi.”

Il settimo è: “Eppure è proprio il quinto.”

L’ottavo è: “Taci. Non puoi che aggiungere parole inutili se non addirittura dannose.”

Il nono è: “Al diavolo: devo solo dire ciò che sento.”

Il decimo è: “La pace. Non il pacifismo in quanto assenza di conflitto, no: la pace. Quella che trovi immergendoti mani e piedi nel cuore del conflitto. La pace come la intendeva Etty Hillesum, morta a 28 anni in un campo di concentramento:

“L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, sena sfuggire.”

La stessa pace di Gandhi.
La stessa di Francesco.
La stessa di Gesù.
La stessa di chi, in mezzo al clamore dei grandi conflitti, ama e rispetta, spesso in silenzio e inosservato, le persone che incontra.
La stessa di chi riceve il male in entrata e da dentro, lottando come il più potente e coraggioso dei guerriglieri, lo trasforma in bene in uscita.

Sì, il decimo pensiero è un pensiero da bambino:
la guerra la spegni con la pace.

E poi un pensiero da adulto:
i fini non giustificano i mezzi.

Non si può soffocare la guerra con un’altra guerra. Il ‘900 è collassato proprio su questo punto, fino ad arrivare ad un’aberrazione della mente, all’accostamento di due parole che, a star vicine, dovrebbero far saltare in aria l’intero nostro impianto razionale. Due parole messe lì con abilità da oscuri individui che si muovono in una totale oscurità. Parole di ciechi. Parole di sordi. Parole che, accostate, aprono le porte all’inferno:
Guerra Umanitaria.

Qualcuno l’aveva capito subito che questo parto del ‘900 – questo parto della mente ormai definitivamente sconfitta da se stessa nell’attimo esatto in cui concepì l’atomica, ovvero il suicidio di massa del genere umano – non era un parto ma un aborto volontario.

Qualcuno l’aveva capito subito. Ma ora, per chi abbia desiderio di osservarne gli effetti, non si tratta più di capirlo quanto di scegliere se voler vedere o meno. Si tratta di accettare o meno l’evidenza.
Si tratta di scegliere se farsi informare da ciò che è accaduto o se continuare a drogarsi di opinioni che, al pari di ogni altra droga,
non fanno altro che distorcere la realtà.

Il decimo pensiero non è un pensiero ma un moto dell’anima. Qualcosa che parte da luoghi più profondi di quelli che può raggiungere la mente. Parte da luoghi silenziosi. Pacifici.

L’undicesimo pensiero è che proprio oggi devo aiutare mio figlio a studiare storia. Fa la seconda media. Stanno studiando le crociate.

La prima speranza è che il quinto pensiero non metta pace,
ma urgenza. Urgenza di trasferire l’amore che proviamo all’interno dei nostri affetti, al di fuori di quella cerchia.

Chi dice che i conflitti non si risolvono amando ha pienamente ragione. Perché quel verbo va rivisto. Va rivisitato.

Se l’amore è puramente privato diventa il peggiore degli egoismi.
Se è puramente pubblico diventa il più pericoloso degli ideologismi.
Se è l’incontro tra il privato e il pubblico, diventa azione di pace.

Il dodicesimo pensiero è il quinto.

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un poeta che non sa scrivere poesie

Essere sempre qui.
Sempre avvolto dalla dolce malinconia di ciò che non è mai qui:
il prima, il dopo, l’altrove.

Mi sono sempre dannato per ciò che manca.
Maledetto spirito poetico.
O meglio: maledetta idea di cosa sia e di cosa non sia poesia.
Quante martellate dovrà ricevere l’idea di poesia prima che la poesia, spogliata dall’edificio di retorica e sdilinquimento a buon mercato, si lasci guardare. Nella sua durezza. Nella sua crudezza. Nella sua forza spietata che non lascia scampo ad alcun orpello. Nella sua essenza che sgretola, quasi con un sorriso beffardo,
ogni parola di troppo.

Una volta mi hanno chiamato “poeta” per ciò che scrivo.
Perdonate ma rido ancora.
La mia scrittura è un “troppo” che sottolinea il nero dell’inchiostro anziché il bianco del foglio.
Roba da scribacchini, credetemi.

La mia vita, invece, quella sì, somiglia alla poesia.
La mia vita… quella… quella delle ore al supermercato ogni volta serio come se stessi preparando il menù di capodanno, salvo poi accorgermi, una volta a casa, di aver preso per l’ennesima volta le stesse cose.
La mia vita di abiti al 99% ricevuti da altri, dunque sempre un po’ fuori misura.
La mia vita di un figlio che mi guarda sorridendo e pensando
“dai, inutile che fai finta… si vede benissimo che non ce la fai”
Di un figlio che mi guarda con una struggente compassione.
La mia vita di liste, come questa. Sempre liste. Sempre a rincorrere l’ordine con un cuore anarchico che batte puntualmente in controtempo.
La mia vita di attore che, grazie a non so quale santo, ancora monta e smonta luci, fonica, sedie e compagnia bella. Una volta feci anche il bigliettaio. E fu come al circo quando guardi il funambolo e ti dici “io questo l’ho già visto…” e poi esci ed è lì, il funambolo, a venderti lo zucchero filato. Che capolavoro incompreso, il circo!
Ma dicevamo… la mia vita.
La mia vita poetica. Sghemba, storta, claudicante,
eternamente mancante.
La mia vita di curriculum al contrario. Ne facessi uno con tutte le “occasioni” che ho rifiutato sarei da Oscar.
Oscar è un mio amico, s’intende.
La mia vita poetica in quanto piena di vuoti, piena di tempo trascorso ad attendere.
Attendere cosa? Oh, non lo so e, onestamente, non ha
alcuna importanza.
La mia vita di sempre qui e di mancanze.
Dunque la mia vita piena di tempo.

Ed ogni mattina mi sveglio presto. Prestissimo. Non riesco più a dormire. Mi ci sentirei in colpa. Al che l’homo produttivo direbbe
“Ti capisco! Ci sono un sacco di cose da fare, non c’è tempo da perdere, bisogna fare, organizzare, produrre!”
Oh no, fratello indaffarato, mi sentirei in colpa per aver sprecato il tempo sacro: quello vuoto.
Il tempo del camminare molto lentamente verso il bar.
Il tempo del sedermi a bere il caffè e rialzarmi quando, insieme al caffè, è finito il tempo di realizzare d’essere ancora vivo, ancora una volta, ancora per un giorno.
Il tempo di vivere la mattina fino allo sfinimento senza produrre nulla di sensato. Fino al punto di pensare “ehi, sono le 12:30… dovrò cominciare a pensare al pranzo per il boss”
Il tempo di questa sera che sono appena tornato a casa lasciandomi alle spalle 600 chilometri di distanza da lei.
Il tempo di questa ora che non si capisce se è tempo di aperitivo, come si dice, o di cena o di serata.

Scrivo pubblicamente per cui non posso evitare di sentire una vocina impertinente… “evidentemente te lo puoi permettere tutto questo tempo!”
Rilassati, homo economico: no, non me lo posso permettere.
È per questo che diventa un tempo sacro. E tutto quello che pago per viverlo – ed è parecchio, sai? – sono felice di pagarlo.
La bilancia è fatta di scelte e rinunce, di prendere e lasciare,
di accumulare e dilapidare. Ed io, manco a dirlo, rinuncio, lascio, dilapido. L’esistenza felice di mio figlio è garanzia della serietà del mio vivere pieno di vuoto.

No, la mia vita non è quella di un incosciente: è quella di un poeta.
Un poeta che non sa scrivere poesie.

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un disastro

Non riuscire più a contenere il caos.
Non riuscire più a mettere insieme i pezzi.

Tipo questo vestito di lino bianco sgualcito, e l’attacco di panico che mi ha strappato via dalla festa di nozze, e tutta la paura che mi ha fatto visita, e sapere che è solo paura eppure ancora morirne, ogni volta, e pensare “cazzo, avevo comprato il vestito di lino bianco!”,
e dormire per sparire per sempre, e svegliarsi senza un senso, e prendere la macchina e tornare alla festa.

Una festa di matrimonio è la festa più bella che ci sia. Poi tutti a far battute sul matrimonio, è la moda. Ma se con un po’ di coraggio t’immagini al posto degli sposi vedrai che il tuo sarcasmo si sgretola, senza neanche far troppo rumore.

La festa è ancora tutta lì. Meravigliosa nella sua congenita decadenza.

“C’ho appena avuto un attacco di panico, cazzo, mica mi posso mettere a bere! Non ho manco pranzato. E manco cenato.”

– Birra?
– Sì, grazie.

Sì, che vada tutto in malora, grazie.

“Sì”, è questa la parola.
È questa la parola che sconfigge paura e morte.
Sì.
Come un affronto.
Sì.
Quando tutti si pavoneggiano nel “No”.
Sì.
Forza.
Sì.

Stai in un angolo e…

– Balli?
– No, grazie.

Come “No”?!
Buffone.

E bevi. E pensi alla tua casa che è un disastro, come la tua vita.
I vestiti sul letto, la valigia da disfare ormai da un secolo, i piatti sul lavandino e tutto il resto fuori posto. E poi il lavoro. Finire di leggere quel libro orrendo per un lavoro che è solo questione di soldi. E poi l’altro lavoro, quello che ti strappa l’anima dalle vene, quello che al solo pensarci non vorresti farlo mai più perché ogni volta è morire e rinascere. E finché si tratta di morire, ok. Ma rinascere, quello sì, fa male. Un po’ troppo. Perché si muore in compagnia ma si rinasce da soli, giorni dopo. Per la precisione tre giorni dopo, quando lo spettacolo è finito e tutti ti hanno fatto i complimenti, alcuni anche molto seri e veri, e tu ti risvegli nel tuo letto, con la vita che solleva il lenzuolo, ti guarda e ti chiede “allora? che vogliamo fare?”

E allora bevi. E ogni tanto esci a fumare. Tanto per dare alla morte tutti gli appigli possibili.

Poi una mano, una mano qualunque, ti prende e ti porta in pista, come si suol dire. Dentro di te dici “per l’amore del cielo… no!”
Eppure i piedi son già partiti. E la schiena. E le braccia. E il collo.
E ti ritrovi a ballare come un ossesso. Come una preghiera urlata a Dio in persona: “m’hai voluto far esistere? e allora tieni! ballo per te! ballo per la disperazione di esistere senza sapere perché e senza sapere che farmene di questa vita che ci hai tenuto tanto a volermi dare!”

Ballo.
Come un ossesso.
Come un derviche tourneur.

“Balli benissimo!”

No, non è questo, è che i vostri uomini sono stoccafissi. Se uno balla bene non te ne accorgi manco che balla bene: vedi direttamente il paradiso. E lui scompare. È così che succede con chi sa fare il suo mestiere: lui scompare e il cielo scende in terra. E ti chiedi “ma chi è che l’ha fatto scendere?”

– Va beh, dai, devo tornare a casa.
– Perché?

Non lo so. Davvero. So solo che devo.

Il mio vestito di lino bianco è sgualcito. Io ho bevuto e fumato. Domani me ne pentirò. Perché è così che vanno le cose dalle mie parti.

E dunque, cara,
cosa vuoi che ti dia ancora?
Dimmelo: cos’altro vuoi da me?
Sono speso, sono sdato, sono offerto.
Cos’altro vuoi?
Non so più che fare, credimi, non so.

Una mano tra i capelli.
Una stanchezza che non riesco a dire.
Uno sciocco tentativo di dire l’indicibile: l’indefinito che definisce.
E un vestito di lino.
Bianco.
Sgualcito.

“Guarda che il lino si sgualcisce di suo.”

Già, anch’io mi sgualcisco.
Di mio.

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