lenti a contatto

T’insegnano che devi andare veloce e superare gli altri.
T’insegnano la cosa più triste.
E più facile.
Difficile è andare piano e insieme.

T’insegnano la meta, l’obiettivo, il traguardo. Ovvero la fine di tutto. T’insegnano a vivere per la morte. Perché è così che la concepiscono: come una meta, un obiettivo, un traguardo. La fine di tutto. La temono così tanto che, sapendo di non poterla evitare, le vanno incontro alla velocità della luce.

Non mi sorprende che viviamo tempi di suicidio collettivo. Ben prima che una questione politica, economica o ideologica, è una questione esistenziale, forse spirituale. Il materiale risponde all’immateriale. L’arte l’ha sempre saputo, ora è riuscita a dimostrarlo perfino la scienza.

Perseguono la meta. Perseguono la morte. Perché la vita li mette in difficoltà. Così come la strada. Sanno benissimo come si fa a correre veloci da soli. Ma prova a chiedere loro di andare piano insieme ad altri. Non ce la faranno. Non riusciranno a prendere il passo degli altri, non resisteranno alla tentazione di andare più avanti, di accelerare il ritmo, di sbrigare la noiosa incombenza del camminare insieme. Si annoieranno, riterranno che è una cosa inutile, per tutto il tempo si chiederanno cosa c’è dopo.

Cosa c’è dopo.
Cosa c’è domani.
Cosa c’è tra dieci anni.

C’è la morte, penseranno. E la morte è la fine, sentenzieranno. Ed è una sentenza che non possono sopportare perché denuncia la loro totale impossibilità di esercitare il controllo. E allora, con un ultimo atto disperato, le andranno incontro alla velocità della luce. Questo, se non altro, darà loro la sensazione di esercitare un potere. Loro non muoiono, si suicidano. È diverso. Se non possono decidere il finale possono almeno deciderne i tempi. Ed è buffo perché non fanno altro che parlare di futuro, di protezione, di sicurezza. Che dolore vedere quante persone credono alle loro parole. Che dolore. E che amarezza constatare che non basta loro puntare al suicidio.

Personalmente ho sempre avuto enorme rispetto per i suicidi. Entrano in luoghi che a me non è dato conoscere. E, soprattutto, ci entrano da soli. Questi, invece, questi di oggi, questi che sono i capi ai quali si tributa ogni onore, questi non hanno il coraggio di entrarci da soli. Vogliono portarci tutti. Se non riescono più a dare un senso alla loro vita, se alla fine la meta è la morte e se la morte è la fine di tutto, allora che ci vadano tutti. E infatti, molti li seguono. Perché a tutti è stata insegnata la meta. Perché a pochi è stata insegnata la strada. Perché a tutti è stato promesso che, con la giusta quantità di soldi, si può essere dio a se stessi. Si può non aver bisogno di nessuno.

La paura della povertà è la paura di essere costretti a chiedere. E l’uomo che non deve chiedere mai questo non può sopportarlo. Piuttosto è meglio morire. Ma con in bocca le giuste parole d’ordine. Quelle che possono convincere più persone possibili a fare la stessa fine. Tremendo cortocircuito. Perché le parole d’ordine sono diametralmente opposte all’obiettivo finale. Dicono la parola “pace”, dicono la parola “rispetto”, dicono la parola “sicurezza”, dicono la parola “solidarietà”, dicono la parola “futuro”, dicono la parola “speranza”. Maschere. Mille maschere per un unico volto: il volto della morte.

Non si può rimproverare loro la profonda indifferenza verso gli altri. Perché è da quando sono nati che hanno detto loro “l’unico senso della vita è correre più forte degli altri ed arrivare primi”. Non hanno insegnato loro che il senso della vita lo puoi forse intuire camminando piano, insieme agli altri. Non hanno insegnato loro che correre per la meta è morire ad ogni passo, mentre camminare per camminare è rinascere ad ogni passo. Non potevano quindi che elaborare concetti folli come “il fine giustifica i mezzi”. Se il fine è la fine, anche i mezzi saranno la fine.

Sono potenti, possono fare tutto ciò che vogliono, ma non sanno stare con gli altri. Non sanno stare dentro la vita. Ne hanno paura perché la vita, a conti fatti, è la loro peggior nemica. Perché nessuno ha insegnato loro che l’eternità in quanto fuga dalla morte non esiste. Se ne esiste una, di eternità, si trova tra le maglie del tempo. È tra un passo e l’altro. Non è dopo il tempo ma dentro al tempo. Non dopo la meta ma durante la strada.

Non è dopo, è durante.
Non è domani, è ora.
Non è futura, è presente.

Ma loro il presente non sanno viverlo. Il presente, per esistere, dev’essere agganciato con fili invisibili. Li chiamano “relazioni”. Il presente non esiste di per sé, va continuamente creato. E per crearlo occorre lanciare fili invisibili. Verso gli altri, verso la natura, verso le cose. Il presente è collegamento. È andare piano. È stare vicini. È cercare di vedere oltre il visibile. E lo si può fare solo andando lenti. A contatto.

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i vax, i no vax e l’uomo nero


Questa mattina ho avuto la fortuna di incrociare un breve video che consiglio a tutti di guardare. Mi ha ricordato un piccolo avvenimento. Eravamo in campeggio. Mio figlio aveva circa 4 anni. Una mattina ci accorgiamo che abbiamo finito il latte. Accanto a noi c’era una donna con un figlio della stessa età di Martino. Le chiedo se può darci un po’ di latte. Mi tratta malissimo e mi dice di no. E sì che anche lei aveva un bambino. Come poteva fare una cosa del genere? Nella mia mente s’incide un giudizio semplice, netto, inappellabile: stronza.

Qualche giorno dopo arriva il marito della donna. Un uomo in sedia a rotelle, tetraplegico. Ogni giorno la donna si occupa di lui, di quel corpo ferito e piegato. E se non si occupa di lui si occupa del figlio. A volte di entrambi, contemporaneamente. Vederla alle prese con la sua quotidianità, con una quotidianità che non la molla neanche in vacanza, fa sì che il mio giudizio sbiadisca. Non si cancella, questo no, ma si fa trasparente, quasi invisibile.

No, non sto dicendo che una grande ferita o un grande dolore giustifichino tutto. E non sto neanche dicendo che si debbano giustificare le peggiori efferatezze solo perché uno ha avuto un’infanzia difficile. Non sto dicendo niente di tutto questo.

Dico che non conosciamo praticamente nessuno. Nella vita e, a maggior ragione, nei social. Ma penso che su questo siamo tutti d’accordo, no? E allora, se siamo d’accordo, mi chiedo: perché siamo caduti nella trappola? E soprattutto: perché ci sprofondiamo sempre di più? Ognuno di noi sa che la propria persona non può in alcun modo essere racchiusa in un’etichetta. E allora perché mai dovrebbe esserlo un’altra persona? Abbiate pazienza ma, arrivati a questo punto, penso che chiunque continui ad usare le etichette “vax” o “no vax” sia complice, magari involontario, di una guerra.

Studiando un po’ di storia ho visto che, nella maggior parte dei casi, le guerre sono volute dall’alto. E i passaggi per innescarle si somigliano molto. Anzitutto viene creato un argomento tabù o, se preferite, un simbolo al limite del sacro. Una specie di spartiacque: o stai da una parte o dall’altra. O appartieni ad uno schieramento o ad un altro. In sostanza ti dicono che non esiste la possibilità che tu viva al di fuori del conflitto, che tu non faccia parte di uno degli schieramenti. E il conflitto viene innescato creando un’etichetta. Una categoria di persone. Un gruppo al quale affibbiare tutte le responsabilità dei propri problemi. Sicché la complessità di ciò che accade viene ridotta ad un sistema di pensiero binario: bianco o nero, buono o cattivo, vax o no vax.

Ma le cose non stanno in alcun modo così. Mi ci gioco la testa che ci sono “vax” pieni di dubbi e “no vax” altrettanto pieni di dubbi. Mi ci gioco la testa che ci sono “vax” che temono di sbagliare e “no vax” che sperano di sbagliare. Giusto per nominare due delle infinite sfumature che ci differenziano. Ovvero senza parlare delle esperienze personali. Senza parlare di chi ha perso qualcuno, per un motivo o per l’altro. O di chi ha visto soffrire un proprio caro, per un motivo o per l’altro. O di chi magari è costantemente a contatto con tutto questo in prima linea. Le variabili sono infinite. Le persone sono infinitamente varie. E allora come si può racchiudere tutto questo in due etichette? Come si può affrontare tutto questo come se fosse una guerra con tanto di schieramenti? Come possiamo essere – perdonate, vi prego – così stupidi?

Che lo vogliamo o no i social, in questo momento, sono molto potenti. E le parole che scriviamo si ammucchiano dentro le persone. E poi esplodono. Magari in un momento inaspettato, mentre fai la spesa o mentre sei in fila davanti alla farmacia. E magari colpiscono chi non c’entra assolutamente niente. Magari solo perché quella persona ha usato una delle parole d’ordine di uno dei due schieramenti. Lei usa quella parola – quella parola che leggi quotidianamente nei social – e la tua mente, alla velocità della luce, aggiunge tutto il resto fino a trasformare quella persona in un’etichetta. In un nemico. Nel tuo nemico.

Schiavitù.
Per me la schiavitù è accettare come propria una guerra che è imposta dall’alto. E viene imposta, com’è accaduto molte altre volte nel passato, perché il Pilato di turno possa serenamente lavarsene le mani: “Gesù o Barabba?”

Pur non essendo nessuno mi viene un forte desiderio di fare una specie di appello. Mi viene da chiedere a tutti di opporre una resistenza ferrea a tutto questo. Che ognuno la pensi come vuole, ci mancherebbe. Ma basta con queste stupide, stupide, stupide etichette. Basta con questa semplificazione. Sembriamo diventati un popolo di bambini che hanno bisogno di una favoletta rassicurante. Una favoletta che ci dica chi è l’uomo nero e, soprattutto, che l’uomo nero di turno è la causa di tutti i nostri mali. Secondo me “l’uomo nero” è un essere estremamente complesso. E non è una persona. E non è una categoria. Ed è un po’ ovunque.

Se poi, invece, uno vuole proprio pensare che l’uomo nero sia il vax o il no vax… beh… direi che la favoletta sta assolvendo a meraviglia al proprio scopo: farci scivolare in un profondo sonno della ragione.


4 minuti e 20 secondi preziosi…

https://www.youtube.com/watch?v=yQQIOMubFAI

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“facile criticare! tu cosa proponi?”


A volte, quando critichi l’operato del governo, ti dicono
“Facile criticare! Tu cosa proponi? Sentiamo!”

Anzitutto penso che si possa criticare senza per forza avere una soluzione alternativa. Perdonate il paragone probabilmente fuori luogo ma se ad una persona non piace un mio lavoro, al di là del fatto che io possa essere o meno d’accordo con quello che dice, non sto certo a dirle che non mi può criticare se non ha una soluzione alternativa. Quello è il mio lavoro, quella è una mia responsabilità. Non posso mica esigere che tutti quelli che vengono a vedere uno spettacolo sappiano come si crea uno spettacolo. Sarebbe surreale. Allo stesso modo è inimmaginabile che chiunque non abbia soluzioni alternative non possa criticare l’operato di un governo che, chiedo venia ai colleghi artisti, attualmente ha un impatto ben maggiore sulla vita di tutti rispetto ad uno spettacolo.

Detto questo, risponderò alla fatidica domanda.
Non da politico, perché non lo sono.
Non da scienziato, perché non lo sono.

Dunque, cosa propongo?

Propongo di smetterla di terrorizzare le persone.
Propongo di smetterla di iniettare paura nelle persone.
Propongo di fare di tutto – letteralmente di tutto! – per ristabilire un minimo di pace sociale.
Propongo di smetterla di scaricare le colpe sul nemico di turno, che è poi puntualmente una categoria che viene tirata su dal mazzo e sulla quale vengono scaricate tutte le colpe, non diversamente da come fanno quelli che additano gli immigrati come causa di tutti i nostri mali.
Propongo di migliorare immediatamente le condizioni di vita di chi lavora negli ospedali.
Propongo la creazione di una commissione che abbia come unico scopo quello di ascoltare i problemi e le difficoltà di tutte le persone più fragili, dei tanti eternamente dimenticati.
Propongo a politici e scienziati di dire la verità di base, quella di partenza. Qualcosa tipo…

“Scusateci ma questa è una situazione totalmente nuova. Inutile fingere che sappiamo esattamente quello che stiamo facendo. Saremmo degli ipocriti se vi dicessimo che abbiamo la soluzione. Però ci stiamo provando in tutti i modi, questo sì. Per questo motivo vi chiediamo caldamente di mantenere la calma e di seguire le nostre indicazioni che, vi assicuriamo, sono volte esclusivamente al bene di tutti. Vi invitiamo dunque ad uscire da ogni logica di conflitto. Il colpevole non è tra voi e forse, se ce n’è uno, è nella classe politica mondiale che, negli ultimi decenni, ha condotto il pianeta su un baratro. Forse il colpevole è una logica di progresso economica insostenibile e non compatibile con la natura stessa del pianeta e, in definitiva, della vita. Quello che stiamo vivendo non è un incidente, è una conseguenza di alcune scelte delle quale tutti, chi più chi meno, siamo responsabili. Ma, dal momento che le linee politiche le dettiamo noi e non certo voi, ci prendiamo per intero il peso di tali responsabilità. Detto questo, vi chiediamo di aiutarci ad aiutarvi. Assumendocene la totale responsabilità. Risponderemo in prima persona di qualsiasi restrizione imporremo. Anzitutto sostenendo economicamente tutte le persone che, a causa di tali restrizioni, saranno impossibilitate a lavorare. Perché nessuno, e sottolineiamo nessuno, deve vivere questa emergenza sotto il peso dell’indigenza. Questo porterebbe solo ad un’esasperazione degli animi e ad un inevitabile conflitto sociale. E il conflitto sociale è esattamente ciò che potrebbe peggiorare a dismisura una situazione già estremamente complicata. Qualora voleste fidarvi di noi, ve ne saremmo immensamente grati. L’Italia, senza la cura dovuta agli italiani, è solo un concetto vuoto. Lo stesso vale per tutti gli altri paesi. E per il mondo intero.”

Proporrei qualcosa del genere.
Certamente, al di là del miglioramento di condizioni di vita di tutti gli operatori sanitari, a livello medico non avrei la più pallida idea di cosa proporre. Se non, forse, di ascoltare tutte le voci. E no, non sto parlando delle voci dei social, sto parlando delle voci dei medici. Lo farei memore del fatto che, nella storia, abbiamo più di un esempio di medici invisi alla comunità scientifica che poi, fatalmente, ci avevano visto giusto. È così quando ci si trova in una situazione nuova: non sai mai da dove possa arrivare la soluzione.

Certo è che, tutto questo, potrebbe avvenire solo a patto di una conversione. Conversione nel suo significato etimologico: volgere con decisione lo sguardo. Cambiare la direzione dello sguardo. Smettere di guardare la vita come la si è guardata finora. Smettere di guardarla come un lasso di tempo all’interno del quale la cosa migliore da fare è arraffare tutto e arrivare primi. E soli. Soli eclissati.

Per questo, nonostante alcuni bagliori di speranza, non riesco ad essere ottimista. Perché, a mio modo di vedere, non si tratta tanto di trovare soluzioni ma di un cambiamento. Un cambiamento radicale. Un cambiare profondo. Si tratta di una rivoluzione dello sguardo.

Ultimamente soffro nel leggere o nell’ascoltare quello che dicono alcune persone. Ma la mia sofferenza non risiede minimamente nel fatto che una sia provax o novax. Di questo modo di categorizzare le persone, di queste etichette appioppate ad arte da chi sa che i conflitti si nutrono anzitutto di schiera-menti, me ne sta importando sempre di meno. La mia sofferenza sta nel cogliere una frustrazione che diventa violenza. Nel leggere o ascoltare parole che, penso, precedano chi le scrive o chi le dice. Parola disumane. Inimmaginabili.

Quando poi vorrei vedere se una persona che afferma chi dovrebbe essere curato e chi no, si trovasse difronte ad una persona malata. Così come quelli che suggeriscono, più o meno velatamente, di lasciar morire in mare gli immigrati. Vorrei vederla quella persona, su una barca, vicino ad un immigrato che sta per annegare. Vorrei vedere cosa farebbe.

Proporrei a tutti di andarci piano con le parole, al di là di qualsiasi tipo di schieramento.
Proporrei di eliminare tutte le parole che stanno ad indicare uno schieramento.
Proporrei di uscire dal vocabolario e dalla logica della guerra perché in guerra le vittime e la verità stanno sempre nello stesso posto: sotto il fuoco incrociato degli schieramenti.

Infine farei una piccola follia.
Invierei a tutte le persone un film.
“Crash – Contatto fisico”


E allegherei un biglietto:
“Siamo tutti nella scena che va dal minuto 58:00 circa al minuto 1:04:00 circa. Siamo tutti in quei 6 minuti.”


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so chi sono i colpevoli


Sono stato in ospedale.
Ho accompagnato mio figlio per una visita.
Non farò il nome dell’ospedale.
A scanso di equivoci dirò solo che non è quello della città in cui vivo.

Le dottoresse che l’hanno visitato sono state gentilissime. Finita la visita siamo andati al CUP per pagare. Prima di entrare nella sala c’era una segnaletica strana, non si capiva bene cosa bisognasse fare. Ad ogni modo siamo entrati. Nella sala eravamo in pochi. Alcuni di noi stavano in piedi. Ad un certo punto la donna che sta allo sportello ci ha detto di sederci. Con quel tono per cui ti sembra di ripiombare alle elementari, con quella maestra che era solita usare le mani. Ci sediamo. Dopo cinque minuti entra, alla velocità della luce, un uomo vestito di arancione. Presumo uno di quelli che lavora nelle ambulanze. Ci dice di alzarci e di uscire. Con quel tono che ti sembra di ripiombare alle elementari, con quel preside che appena entrava dovevi scattare in piedi. Obietto timidamente che ci hanno appena detto di sederci. Comincia subito ad alterarsi. Dice che dobbiamo uscire, che dobbiamo aspettare fuori. Alcuni escono, io mi alzo dalla sedia, un signore con il braccio rotto gli chiede perché deve alzarsi. Apriti cielo. L’uomo arancione gli si fa sotto sbraitando che deve uscire. Il signore con il braccio rotto lo invita a calmarsi. E a tirare su la mascherina, visto che la teneva abbassata. L’uomo arancione lo minaccia. Per la precisione gli dice “ti aspetto fuori!” Si intromette un vecchio che viene trattato malissimo nonostante le sue pacate proteste “non faccia così… lei è dell’ospedale…” Niente. L’arancione continua a sbraitare, ad uscire per caricarsi a molla e poi rientrare con un nuovo set d’ingiurie. Io non esco e sto lì nel timore che la situazione degeneri ma, in breve tempo, capisco che l’arancione è uno di quei cani che abbaia. Punto.

Insomma, la violenza.
Quella che ti stringe lo stomaco. Quella che entra in risonanza con un accumulo di rabbia e frustrazione. Quella che in un attimo si può trasformare in tragedia. Perché senti chiaramente che è fuori controllo e che non ha alcuna attinenza con la realtà di quel momento. Non è una rabbia legata al contingente: è una rabbia sedimentata. E basta davvero un niente per farla esplodere e per renderti cieco. Perché solo un cieco può minacciare un signore con il braccio rotto.

Di chi è la colpa?
Di noi che eravamo nella sala perché non era affatto chiara la segnaletica nel corridoio?
Di chi ha messo la segnaletica nel corridoio?
Del signore con il braccio rotto che sarebbe dovuto correre fuori?
Dell’uomo arancione?

No, la colpa è del governo.
La colpa è di tutti quei politici che da due anni stanno utilizzando un linguaggio schifosamente violento. La colpa è della loro totale incapacità comunicativa (a voler essere ottimisti) o della loro lucida intenzione di creare conflitti. La colpa è della narrazione di tutta questa vicenda. Narrazione folle, folle, folle. La colpa è di chi continua ad imporre un capro espiatorio da colpire. Il nemico di turno. L’uomo nero di una favola che non è una favola ma una realtà divenuta insostenibile e angosciante. La colpa è di tutti quei giornalisti della tv, della carta stampata e del web che, pur di attirare clienti, scrivono oscenità di ogni sorta. In particolare la colpa è di chi si occupa dei titoli. Titoli per i quali bisognerebbe creare un apposito reato perché sono letteralmente un’istigazione alla violenza. La colpa è di tutti quei medici e scienziati che s’intromettono in questioni politiche con un vocabolario che, in confronto, i discorsi da bar sono estratti di tesi di laurea. La colpa è della televisione e dei suoi talk show che ormai vanno classificati come pornografia di bassa lega.

E attenzione perché tutti questi colpevoli sono gli stessi che, quando c’è una qualche protesta in piazza, urlano allo scandalo e s’indignano per la violenza. Ebbene. Ipocriti. Nient’altro che squallidi e miseri ipocriti. Riempi una persona di violenza quotidiana – quella fatta di parole e di immagini, perché quella è concessa, è legale, anzi: è auspicabile -, violenza sottile perché mentale, violenza immessa nel mercato 365 giorni all’anno, 24 ore al giorno… riempi una persona di tutto questo e poi, qualora commetta un atto di ribellione, ti scandalizzi facendo tintinnare tutta la tua educazione, la tua cultura, la tua indignazione. E passi pure per una persona perbene. D’altronde tu hai solo parlato. Tu hai solo mostrato delle immagini. L’altro, invece… “Beh, una bestia! Guardalo là mentre sfascia una vetrina! Scandalo! Queste cose non si devono più ripetere! Attenti che le vetrine sono il bene più prezioso che abbiamo! Ci teniamo così tanto che nel 2001, quando a Genova facemmo fuori un ragazzo, poi nei tg mandammo a ruota immagini di gentaglia che sfasciava vetrine. Cosicché la gente potesse serenamente pensare «Sì certo, è morto… però guarda quello che hanno combinato! Non dico che se l’è meritato però…»” (Posto che, ormai, è piuttosto chiaro che alcuni di quelli che sfasciano le vetrine li mandano proprio quelli che poi li usano per condannare chi manifesta pacificamente. Vecchia, triste storia.)

Ed ora, fino a che punto arriveremo?
Ah no pardon… ci siamo già arrivati.
Siamo arrivati al punto in cui alcune persone si augurano la morte di altre pur di dimostrare l’ottima scelta che hanno fatto schierandosi da una parte piuttosto che dall’altra.

Ma ce ne rendiamo conto o la favola dell’uomo nero ci ha fatto cadere nel più agghiacciante dei sonni?!

In quello che ho visto stamattina sarebbe facilissimo dire che il colpevole è l’uomo arancione. Ma no. Perché ho un cervello e, se non spiace, lo uso. Quell’uomo lì… che vita starà facendo da due anni? E chi lavora negli ospedali, che vita sta facendo? E cosa hanno ottenuto tutte queste persone, oltre l’ormai stucchevole e vomitevole appellativo di “eroi”? E degli ospedali, da due anni a questa a parte, che ne è stato? Ditemelo, vi prego. Io non sono né un politico né il ministro della sanità né niente di nessuno ma, santo cielo, in una situazione del genere la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di rendere immediatamente migliori il lavoro e la vita di tutte le persone che lavorano negli ospedali. Questo avrei fatto. Macché. Niente di tutto questo. Oppure, se invece è stato fatto, beh… è stato fatto malissimo. Perché l’uomo arancione, stamattina, aveva la faccia sfinita. E non a caso, ad un certo punto, ha urlato “e poi se vi ammalate devo correre io salvarvi!” L’ha detto con rabbia. Ma l’altra rabbia. Quella impercettibilmente incrinata dal pianto.

Infine colpevoli siamo tutti noi ogni volta che cediamo alla violenza. Questa massa informa dei social è diventato una specie di mostro che, sempre più spesso, mostra i denti.

Mi chiedo.
Siamo a casa. Seduti. Con un telefono in mano. Nessuno ci sta minacciando con una pistola alla testa. E allora perché non usarla, la testa? E quale uso migliore può esserne fatto se non quello di farle addomesticare gli istinti più bassi? Lo so, lo so benissimo che quegli istinti sono stati pompati all’inverosimile da tutti i colpevoli di cui sopra. E quindi? Schiavi della loro violenza e schiavi pure della nostra? Ma perché? Perché? E poi… per cosa? Una volta che hai insultato qualcuno che la pensa diversamente da te, cos’hai ottenuto? Ti senti meglio? Ti sei sfogato? Ti sembra di aver vinto? E soprattutto: non ti sembra che tutti questi bisogni siano infantili? E non ti sembra infantile il modo di soddisfarli?

Detto ciò non voglio assolutamente fare confusione.
Sebbene colpevoli possiamo diventarlo noi stessi in qualsiasi momento, colpevoli sono soprattutto loro. Quelli che governano, quelli che hanno voce in capitolo, quelli che hanno un grande seguito, quelli che hanno strumenti quali televisione e giornali, quelli che sono stati investiti di autorità. O che si sono auto-investiti di autorità. Colpevoli e ipocriti che camminano allegramente sul filo del disastro che essi stessi hanno creato e che stanno alimentando.

Un disastro che ha un nome preciso: guerra.
Qui siamo.
Ma non di quelle convenzionali – posto il fatto che associare la parola “convenzionale” alla parola “guerra” mi ha fatto sempre rabbrividire – no, questa è una guerra “intima”. A tal punto che ce la portiamo appresso. Anzi, dentro. Una guerra parcellizzata.
Tra amici, tra parenti, nei gruppi, in famiglia. In noi stessi.

“Ti chiedono di prendere posizione all’interno della grande disputa, in merito al tema caldo di cui tutti parlano. Ti fanno una domanda e dalla tua risposta si capirà da che parte stai. Ma è un tranello perché già nell’atto di rispondere sarai sconfitto: rispondendo accetterai implicitamente che l’umanità è divisa. Che è fatta di schieramenti nemici. Non importa a quale schieramento tu appartenga: quello che conta è che tu ti schieri. Ti spingono nel cuore del cuore dell’Impero: il conflitto. Perché è di conflitto che si nutrono gli Imperi, ben prima che di denaro. Se qualcuno riuscisse a sciogliere il conflitto e a portare la pace, tutto crollerebbe. Basterebbero tre giorni.” (brano tratto dal mio ultimo spettacolo)

Nel delirio totale, nei dubbi e nelle incertezze continui, questo volgare trucchetto di scaricare il conflitto in basso è l’unica cosa che vedo molto chiaramente. Così come vedo che puoi avere tutte le ragioni di questo mondo ma se per sostenerle entri in guerra, hai perso. Hai già perso. Hai perso l’unica, seppur misera, possibilità che abbiamo: fare diversamente. E “fare” diversamente è “essere” diversamente. Non c’è altra possibilità. O vogliamo ancora credere alla favoletta per cui torneremo alla normalità? A quella normalità che ci ha consegnati mani e piedi al disastro che stiamo vivendo?

Cosa fare? Non lo so. Ma, nel dubbio, proporrei di usare la testa. E non per generare ulteriore violenza quanto piuttosto per mettere le briglie e addomesticare questa rabbia, questa frustrazione accumulata. Usare la testa. Con intelligenza. E, per i più arditi, con amore.

Dopodiché salterà fuori l’ennesima persona che mi darà del buonista. Buonista. Ma non siete stanchi di etichettare le persone? Non siete mortalmente stanchi di stare al gioco di chi genera conflitti? Non è chiaro che per innestare un conflitto la prima cosa da fare è creare un nemico e la seconda è etichettarlo così da renderlo simbolico? E, allo stesso modo, rendere simbolico il salvatore. Dio mio. Mi sembra di essere ai tempi di Gesù, quando tutti aspettavano un messia! E ovviamente si aspettavano un messia potente figlio di un dio onnipotente che avrebbe sbaragliato i nemici con la forza. L’uomo forte. L’uomo solo al comando. Santo cielo. Non se ne può più! Ma non è evidente? Non cogliete la stessa identica dinamica che ha mosso gli innumerevoli conflitti del passato? Non vi sembra che la storia sia sempre la stessa ma semplicemente calata in un altro tempo, con altre parole d’ordine, ma pur sempre lei, l’eterna-eterna guerra scaricata in basso da chi sta in alto? Non siete stanchi di combattere guerre che, in verità, non avete mai voluto?

Sono tante le parole che affollano la mia mente in questo periodo. Ma oggi, oggi che mi è chiarissimo che ci stanno imponendo lo scontro pur di salvarsi la faccia, oggi una parola spicca sulle altre…

Diserzione.


https://www.youtube.com/watch?v=z5pz81k5cbg


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mal d’artista

In teoria sono un artista.
Nel senso che è così che mi chiamano.
Ho pure l’attestato di qualificazione professionale, pensa.
Faccio teatro.
Sono sostanzialmente un attore ma scrivo anche i testi che porto in scena. E poi tengo laboratori e ho curato qualche regia.
Quindi direi che, per la società, sono un artista.

Ma non è vero.
Per me non è vero.

Perché tengo costantemente presenti alcuni artisti e pensare di essere affiancato a loro mi fa sentire come uno di quelli che s’imbucano ai matrimoni. Oppure come quella volta che, con due miei carissimi amici, abbiamo ben pensato di passare il 31 Dicembre in Austria e, con un escamotage alla Charlie Chaplin, siamo riusciti ad entrare al Ballo di Capodanno di Vienna. Quello ballo al quale, per partecipare, ti devi prenotare un paio di generazioni prima.

Ricordo esattamente come mi guardavano, quelli che si erano prenotati un paio di generazioni prima. Ricordo pure quello che pensavano. Sì perché lo sentivo distintamente. “Ma guarda questo che si presenta con uno smoking da quattro soldi (l’avevo comprato in un mercatino dell’usato) e perfino estivo!”

Ricordo tutta quella ricchezza. Talmente esagerata che il mio giudizio si congelò. Anche per il freddo, s’intende. Non potevo giudicare in alcun modo perché mi trovavo in un altro mondo.
In un altro pianeta.

Ecco, è così che mi sento quando vengo chiamato “artista”.
Mi sembra di essere un imbucato. Con un abito usato. Dopodiché ammetto che a volte mi capita di leggere/vedere/ascoltare opere di persone considerate a tutti gli effetti artisti e ammetto che, in quei frangenti, un “no va beh se questo è un artista io voglio l’Oscar seduta stante!” mi scappa. Ma, ecco, capita raramente.

Ciò non toglie il fatto che il mio modo di pensare e di guardare il mondo sia, effettivamente, particolare. Mi rendo benissimo conto di avere dei sistemi di riferimento piuttosto bizzarri. E finché li utilizzo per recitare o per scrivere uno spettacolo o per curare una regia, tutto ok. Ma se, niente niente, li utilizzo per esprimere il mio pensiero riguardo la società o l’attualità… cambia tutto. Probabilmente alcuni pensano “Ma smettila! Lascia perdere! Fai l’attore che quello ti viene bene. Lascia fare queste cose a noi grandi.”

E devo essere sincero: non mi offendo. Perché a volte lo penso io stesso. Sia riguardo me stesso, sia riguardo alcune esternazioni di artisti che ammiro. Magari ci metto minor acrimonia, ma ogni tanto anch’io lo penso. Qualcosa tipo “No ti prego, lascia perdere. Il tuo linguaggio non è adatto a tutto questo. A tutta questa distruzione del linguaggio stesso. Restane fuori. Ti prego: salvati. E soprattutto: salvami! Voglio beneficiare della tua arte e non pensare ad altro. Sarebbe orribile se, osservando o ascoltando una tua opera, continuasse a tornarmi in mente quell’infelice post che hai scritto!”

Sono sicuro che, pur non essendo un artista, la stessa cosa capiti nei miei confronti. Ne sono sicuro perché mi è stato pure detto. Sia da persone delle quali non m’interessa l’opinione, sia invece da chi stimo profondamente. Ma, al di là di tutto, come si dice oggi: ci sta. Perché il mio strumento non è la parola scritta, tantomeno quella scritta nei social. Il mio strumento è la parola detta. Ad un certo punto del mio ultimo spettacolo – che sto ancora “scrivendo” – dico:

“La parola è solo una parte del dialogo. Oltre la parola ci sono il tempo e il luogo per dirla, c’è il modo di dirla, ci sono lo sguardo, il tono, il ritmo, il volume, il corpo, c’è l’invisibile che è ciò che non si può dire con le parole, c’è la serietà o l’allegrezza, il sorriso o la durezza. E poi, sopra a tutto, c’è la persona a cui la dici. L’altro. Il limite. Il setaccio. La parola scritta può prendere in considerazione infinite variabili ma non può chiedere all’altro se essere detta e come essere detta. Questa è la differenza tra la parola scritta e la parola detta: la prima la dirige chi scrive, la seconda la dirige chi ascolta.”

Bene, ora che ho finito con l’introduzione posso parlare “artisticamente” di quello che m’interessa: la salute.

“La salute è tutto!”

Ecco, quello che voglio dire è che non condivido questa affermazione. Il che non fa di me uno che non si rende conto di ciò che dice, non foss’altro per il fatto che nella mia vita sono stato parecchio male, soprattutto in un determinato periodo, e ricordo benissimo che avrei dato tutto pur di stare bene. Per capirci, diciamo che non sono un new age vestito di bianco con un sorriso ebete stampato in faccia che ad una persona malata di tumore va a dire: “Sei malato? Come sei fortunato fratello! La malattia è un’opportunità!” Riguardo tale argomento ci ho speso non poche parole all’interno del mio penultimo spettacolo.

Nonostante questo penso che la salute non sia tutto.
Oppure sì, ma nella definizione che ne ha dato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1948: “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente assenza di malattia o infermità.”

Quello che penso è che si può essere sanissimi ma… morti. Possiamo essere in piena salute, mangiare solo alghe che si suicidano per il nostro bene, andare il lunedì, il mercoledì e il venerdì in palestra, il martedì, il giovedì e il sabato in piscina, la domenica a passeggiare nudi tra i boschi abbracciando muschi e licheni, intraprendere una guerra santa contro l’olio di palma… ma poi essere morti.

Vorrei dire quella che forse è un’ovvietà ma che, a quanto pare, va ricordata: la salute è una cosa, la vita è un’altra cosa. Tra l’altro devo questa osservazione non a mie personali elucubrazioni ma ad un amico.

Penso.
Penso a centinaia di esempi che abbiamo. A donne e uomini che, nella storia, non hanno certo messo la salute in cima a tutto. Anzi, l’hanno quasi sfidata. Penso ad artisti, politici, rivoluzionari, santi. Penso ad esempio a San Francesco e a Che Guevara.
O ad Etty Hillesum, Michelangelo, Virginia Woolf, Van Gogh…

“Ma cosa c’entra il tuo essere o non essere artista con la salute, con la malattia e con tutto il resto?”

C’entra perché nel mio lavoro faccio spesso esperienza di momenti in cui la malattia passa in secondo piano rispetto ad altro. Anzitutto basti pensare che, in più di vent’anni di lavoro, solo una volta non sono andato in scena perché stavo male. E non perché abbia una salute di ferro ma perché il teatro mi ha insegnato una cosa:
l’offerta di te stesso spesso ti guarisce.

Questa è l’esperienza che ho vissuto. Questo è successo tutte le volte che, per un qualche problema di salute, mai più sarei salito sul palco e invece, sempre e immancabilmente, il fatto di non aver messo in primo piano la salute… mi ha guarito. Non sto ovviamente dicendo che sono andato in scena con il mal di gola e alla fine non lo avevo più. Non sto parlando di magia. Però era più sopportabile, questo sì. E non sto dicendo che se durante uno spettacolo sono stato colto da un attacco di panico, poi non ne ho più sofferto. Dico però che in seguito mi sono sembrati più affrontabili. Posso però dire di essere andato in scena con la febbre e, una volta a casa, ho constatato di non averla più. Oppure posso dire di quel dolore al polso per una distorsione che, durante lo spettacolo, non faceva più male.

Da ciò, dal mio modo di pensare da artista/non-artista, deduco che la salute non è tutto. Più precisamente: non tutta la salute è salute fisica, come dice l’OMS. E anche che, a volte, piuttosto che entrare in difesa – ovvero farsi guidare dalla paura -, è meglio giocare in attacco. Ovvero agire. O meglio: decentrarsi e pensare ad altro.
Ad altri.

Qui sta il punto di contatto con il lavoro che faccio. Perché in qualunque modo si consideri il teatro è innegabile che si tratti di un rituale che contempla l’offerta di se stessi ad altri.
E ad altro.

Solo così sono riuscito a spiegarmi, ad esempio, la vita di San Francesco. È su di lui che ho fatto il mio penultimo spettacolo.
Dire che fosse malato è dire veramente poco. Francesco ha vissuto la maggior parte della vita vessato dalla malattia. Eppure. Eppure.
Oppure penso al Che che ha affrontato la sua asma facendo delle cose impensabili per uno nelle sue condizioni. Senza poi citare quello che ha potuto produrre Etty Hillesum dal cuore di un campo di concentramento; dal cuore dell’inferno.

Da cosa erano dunque guidati?
Dalla vita, direi.
Dalla vita intesa come esistenza limitata e piena di problemi, anche di salute. Immagino pensassero all’esistenza come ad una cosa altamente imperfetta e, al contempo, che questa sua imperfezione non dovesse essere il problema di cui occuparsi. Anzi, per la precisione, che non occorresse affatto occuparsene. E poi, non so, magari si sono resi conto che quando facevano ciò per cui si sentivano chiamati si sentivano meglio. O forse, semplicemente, sentivano di meno ciò che li faceva soffrire.

Parlo di loro per parlare di qualcuno che un po’ tutti possiamo conoscere. Ma potrei benissimo parlare di persone che conosco e che, pur alle prese con malattie o limiti enormi, producono una quantità di vita impensabile.

In questo momento, ad esempio, me ne viene in mente una che per me è un esempio costante. La sua vita è una continua offerta di sé. Nel giro di cinque minuti ti fa dimenticare completamente le proprie difficoltà. Perché il fuoco della sua attenzione non è su di sé ma su di te. Una persona che potrebbe dirti, in tutta tranquillità: “Ma di cosa ti lamenti? Hai problemi ben minori dei miei!” E invece li tratta con tutto rispetto, i tuoi problemi, di qualunque ordine di grandezza siano. Ecco, questa persona che, secondo la logica corrente, dovrebbe solo chiudersi e farsi aiutare… è sempre aperta e sempre nell’atto di ascoltare gli altri.

Secondo la mia visione bizzarra della vita ha ribaltato il concetto di “ferita”. Ovvero non uno strappo da ricucire ma una fessura attraverso la quale entrare in relazione con gli altri. E vi assicuro che produce attorno a se una quantità di vita impressionante.

E allora, come possiamo confondere i termini “salute” e “vita”?
Come possiamo pensare che siano la stessa cosa se, a volte, il loro rapporto è addirittura inversamente proporzionale?
Io penso che siano due parole importantissime e che entrambe vadano massimamente rispettate.
Ma non sono la stessa cosa.

Quindi no, non penso “La salute è tutto!”
Penso invece: La vita è tutto.




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intervista a madre terra


MA ORA SCUSATE CHIEDO LA LINEA ALLO STUDIO PERCHÉ ABBIAMO UN’INCREDIBILE SORPRESA!

SIAMO IN COLLEGAMENTO DIRETTO CON MADRE TERRA CHE HA ACCETTATO DI RILASCIARCI UN’INTERVISTA…


– Buongiorno Madre Terra!
– Giorno.
– Come sta?
– Eh, sempre in giro…
– Sua sorella sta bene?
– Lunatica, come sempre.
– Suo fratello invece?
– Alle solite: si scalda per niente.
– E le sue nipotine?
– Oh guardi… sono delle stelle!
– So che ad una signora non si chiede l’età ma…
– Non si preoccupi tanto ormai lo trova pure in internet: 4.543.000.000 di anni.
– Li porta bene!
– Troppo gentile.
– E gli ultimi 2 anni come sono stati?
– Intende il 4.542.999.998 e il 4.542.999.999?
– Esatto.
– Niente di che.
– Non è turbata dal covid?
– Da cosa scusi?
– Il covid.
– Cos’è?
– Un virus. Non lo conosce?
– Guardi, ne conosco così tanti che…
– Capisco.
– E di noi esseri umani cosa ne pensa?
– Cosa vuole che le dica? È da un centinaio d’anni che sto pensando di scrollare le spalle ma… non so… mi fate tenerezza.
– Ma noi la stiamo devastando!
– Come scusi?
– Dico che la stiamo distruggendo?
– Chi?
– Noi.
– A chi?
– A lei.
– AHAHAHAHAH…
– Perché ride?
– No scusi mi è tornata in mente una storia di circa 66.000.000 di anni fa!
– Perdoni l’ignoranza…
– Ma niente mi cadde addosso un meteorite con una forza di circa 10.000.000.000 di bombe atomiche e l’impatto generò incendi per migliaia di chilometri e poi si creò un enorme tsunami che dalla vaporizzazione delle rocce rilasciò così tanto zolfo da provocare un caos totale nel clima si figuri che quella testa calda di mio fratello venne oscurato – quanto se la prese! il solito vanitoso! – e ci fu un inverno che durò per decenni AHAHAAH che botta! AHAHAH… ma scusi… mi sono persa nei ricordi… dicevamo?
– Dicevo che la stiamo distrugg… ehm… cioè… no, niente.
Permette un’altra domanda?
– Sì ma giusto una che stamattina devo fare la revisione all’asse terrestre.
– Pensa che ce la faremo?
– Chi?
– Noi esseri umani.
– A fare cosa?
– A sopravvivere.
– Non mi sembra sia questo il vostro intento.
– In che senso?
– State facendo di tutto per farvi fuori! In tanti anni di onorata rotazione non ho mai assistito al suicidio di massa di una specie.
– Pensa che abbiamo smarrito la strada?
– La strada per dove? Sono uno sferoide oblato: gira che ti rigira sempre qui state.
– Dunque?
– Cosa?
– Cosa possiamo fare per sopravvivere?
– Non dovete sopravvivere, dovete vivere. So che per voi è difficile perché la vostra vita non dura niente: nati, cresciuti e in un istante BUM morti. E poi siete fragilini, vi ammalate per un niente, e poi avete quell’ossessione che, di tutti quelli che ho ospitato, solo voi avete: uccidervi. Ma mica per sopravvivere! Quello al limite potrei capirlo… anche se… con tutta la roba che produco per voi… mah!… è che… non so, non vorrei essere offensiva…
– Ci mancherebbe! Siamo qui per ascoltarla.
– Siete egoisti e stupidi. Ecco, l’ho detto! E chiusi. Chiusi in voi stessi che manco un riccio di mare. E poi scollegati. Questa è veramente buffa! Vi siete inventati internet per restare sempre collegati e il risultato è che non siete mai stati così scollegati! E poi avete sempre bisogno di un ritorno immediato per quello che fate. Guardi che neanche mio fratello è così, figurarsi! Quel vecchio egocentrico da luce e calore da 5.000.000.000 di anni e non ha mai chiesto niente in cambio. Ma facciamo un esempio più vicino a voi. Prenda un albero. Un albero, che ci sia o meno qualcuno nei paraggi, da frutti. Non è che pensa “Beh, visto che da queste parti non passa nessuno non mi metterò certo a fare frutti che poi nessuno mangia e nessuno mi ringrazia… e chi sono io? L’albero di Babbo Natale?!” Macché. Voi dovete avere sempre un ritorno. Amico mio, la vita è offerta. Continua. Costante. Incessante. Si guardi attorno. Suvvia, un po’ di gloria! Cos’è tutta questa meschineria? Che poi voi gli avete dato un altro nome… mmmh… com’è che lo chiamate?… ah sì: capitalismo. AHAHAH! Capitalizzate! AHAHAH! Voi capitalizzate! Passate l’intera esistenza a capitalizzare cose e, nel farlo, perdete l’unica vera ricchezza: il Tempo! E poi avete questa mania di essere primi. Qui tutta la baracca è circolare – pure gli altri pianeti, tanto per farvi capire come funzionano le cose! – e voi volete essere primi all’interno di una linea retta che, in tutto l’universo, non esiste. Ci ha mai pensato? Non c’è neanche una linea retta! Tutto curva. Pure il tempo! Ma niente. Voi volete essere primi. E soli. Ecco sì: soli. Tipo mio fratello. AHAHAH! Mi scusi. Insomma, non si capisce cosa vi prende. A volte ne parlo con le altre specie, con gli animali, con le piante, con le pietre… vi guardano tutti sbigottiti. Perché non capiscono. Ma non per il fatto di essere stupidi – lei non immagina neanche di cosa siano capaci! -, no: non capiscono come possa esistere una specie vivente che abbia così in odio la vita. Alcuni dicono che non la sopportate perché è l’unica cosa che non avete inventato voi e allora, pur di avere un po’ di potere e di controllo su di essa, fate di tutto per eliminarla. Come dire?… “Non posso crearti? Però almeno posso distruggerti!” Cos’è? Una vendetta? Capisce cosa intendo? Anche tutta questa furia che i maschi della vostra specie hanno contro le femmine. Santa coperta!… pardon, voi lo chiamate diversamente… ah sì, ricordo: Santo cielo! È una cosa tremenda! Sembra una vendetta contro chi genera la vita e quindi contro la vita stessa. E in tutto questo… siete terrorizzati da un virus! AHAHAH! Ovvero dalla morte! AHAHAH! Voi che non fate altro che rincorrerla, la morte! Mi scusi ma… a questo punto vorrei fargliela io una domanda…
– Prego.
– Mi sa dire cosa vi ha fatto di male la vita?
– Onestamente no.
– Beh, ci pensi.
– Come?! Ci lascia con una domanda?! Nessuna risposta?!
– Siete voi che vi siete inventati le risposte. Da che mondo è mon… da che io sono io esistono solo domande. Le risposte sono buone giusto per fare le guerre.
– Mi scusi un attimo… mi stanno facendo cenno che… come?… ah sì ok… mi scusi ma dallo studio mi chiedono la linea per la pubblicità.
– Mi stavo preoccupando… “Com’è che non stanno vendendo niente da 5 minuti?!”
– Ahahah… sempre simpatica! Bene, ringraziamo molto Madre Terra per il tempo che ci ha concesso. Cosa farà adesso?
– Vado a farmi un giro.
– Speriamo di rivederci presto!
– Mi trovate sempre qui: sotto i vostri piedi.
– Buona giornata!
– A lei.


a microfoni spenti…


– Com’è andata l’intervista? Ho risposto bene alle domande?
– Benissimo!
– Sicuro?
– Sicurissimo!
– Non le sono sembrata un po’ piatta?
– ASSOLUTAMENTE NO!


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come potete credere che io possa credervi?


Risultati di un’indagine condotta dalla Società Italiana di Pediatria in 9 regioni italiane. Nel periodo marzo 2020/marzo 2021 incremento dell’84% per patologie di interesse neuro-psichiatrico rispetto al periodo pre-covid (marzo 2019/marzo 2020).

Aumento degli accessi:
+147% per ideazione suicidaria
+115% per depressione
+78.4% per disturbi alimentari

Aumento dei ricoveri:
+134% per ideazione suicidaria
+41,4% per depressione
+31,4% per disturbi alimentari

https://www.panoramasanita.it/2021/10/13/pronto-soccorso-piu-84-di-accessi-dei-minori-per-disturbi-neuropsichiatrici/



Grida la politica, grida il mercato, gridano i media,
gridano i social, grida la scienza, grida la folla.
Grida l’essere umano assetato di scontri,
grida di terrore perché ha perso la strada.
Grida contro il primo che incontra per strada.
Grida per convincere anzitutto se stesso.

Questo ho imparato.
Chi grida per convincerti lo fa perché neanche lui crede
in ciò che dice e spera che, convincendo te, convinca se stesso.
Grida la madre di tutte le paure.
Grida l’essere umano perché non vuole morire.
Perché s’era fatto convinto che la morte era scomparsa.
Se l’era dimenticata preso com’era ad acquistare prodotti d’ogni sorta che il mercato subdolamente impone in gran quantità.
Grida la quantità. Gridano tutte le cose che riempiono tutte le case
e i negozi e le menti. Grida la terra perché non regge più il peso
di tutto questo comprare avere buttare.

Sospeso in un silenzio siderale grida questo mondo – permettetemi di dire – adulto. Mondo progressivo, adulto e maschio.
Mondo di idee, mondo di guerra.
L’uomo, l’idea, la guerra.
Una specie di trinità.
Gridano i grandi della terra pur avendo una voce costantemente amplificata. Gridano il loro potere. Gridano la loro paura.

E nel silenzio, silenzio che sta sotto le grida (sibilo sottile di anime fragili), nel silenzio siderale, i più piccoli – piccoli per giovinezza, piccoli per vecchiaia, piccoli per povertà, piccoli per limitazioni del corpo o della mente, piccoli per alcol o per droga, piccoli per origini o provenienza, piccoli per troppo amore, piccoli per un passato troppo grande – pagano.

Cosa regge il mondo?
Si dirà la politica o l’economia o qualche altra diavoleria. No.
Sono i piccoli, nel silenzio, che reggono il mondo. Su di essi, da sempre, rotola l’umanità adulta e maschia, piena di idee e di guerre, piena di forza e di paura. Tra il fuoco incrociato di grida violente – quand’anche chi urla sia dalla parte della ragione, quand’anche chi urla pensi di farlo per il bene degli altri, quand’anche chi urla abbia dalla sua tutte le statistiche e le percentuali di questo mondo – ci si chiede da che parte stare. Sopra o sotto? Destra o sinistra? A o B?
0 o 1?

0-1.
Sistema binario. Bello-Brutto. Buono-Cattivo. Male-Bene.
Mi verrebbe da chiedere chi mai, nella storia, ragionando in questo modo, abbia fatto qualcosa di buono? E, sommessamente, vorrei ricordare che ogni massacro ha avuto inizio quando qualcuno ha cominciato ad urlare cosa è bene e cosa è male. Quando qualcuno non ha più sopportato che la vita fosse così complessa, così ricca, così bella, così femminile. Quando qualcuno, incapace di contenerla, pieno di rabbia per non poterla controllare, per non poter controllare la vita propria e altrui e quindi, in definitiva, la morte,
ha deciso di urlare cosa è bene e cosa è male. 0-1. Sistema binario. Binario morto.

E nel silenzio prodotto da tutto questo frastuono, i piccoli pagano.
Pagano lo smarrimento, la paura, la rabbia, la smania di controllo che diventa immediatamente imposizione, violenza e sopruso. Pagano le piccolezze dei grandi.

Da una parte “prendi la medicina!”
Dall’altra parte “svegliati!”
Quanti punti esclamativi.
E, chissà, magari a digitarli sono gli stessi che citano il socratico
“So di non sapere.”

Che stanchezza.

Queste verità, qualunque essa siano, non m’interessano più.
Non m’interessa ascoltarle da chi urla. Sono uomo di teatro e l’esperienza mi dice che la forma parla della sostanza, che il modo è un riflesso del contenuto. E dico di no. Senza rabbia. Lo dico in silenzio. Lo dico con un mezzo sorriso. Come lo si dice ai bambini. Perché di questo si tratta: di bambini.

Da ogni parte si fa appello ai più deboli.
Come potete credere che io possa credervi?
Dopo che, per decenni, ve ne siete fregati ed avete compiuto, inarrestabili e senza vergogna, azioni che minavano l’esistenza stessa di miliardi di piccoli del mondo, come potete pensare
che io vi creda? No, non è lo spirito di comunità che vi muove.

Alcuni sì. Alcuni sono spinti da uno spirito di comunità.
Sono pochissimi e splendidi: sono i piccoli infiltrati tra i grandi. Gente veramente seria!

Ma per il resto, secondo un recente studio condotto dall’M.I.P.
(Mio Intuito Personale), per il resto è la paura che vi muove.
Me lo dice la vostra rabbia. La vostra ira funesta. Il vostro modo di trattare gli altri. La vostra cecità che vi porta a colpire chiunque interrompa la vostra corsa verso il salvataggio.

Volersi salvare è cosa umana.
È spirito di sopravvivenza.
Ma sono gli occhi a fare la differenza.
Ci sono quelli iniettati di sangue
e quelli prosciugati dalle lacrime versate.
Ci sono quelli che ti respingono
per paura di perdere tutto quello che hanno
e quelli che ti accolgono
con il rischio di perdere anche il poco che hanno.

I giovani.
I giovani non sono solo i giovani. I giovani sono l’anima del mondo. Sono germogli e, in quanto tali, sono estremamente sensibili. Sentono tutto. Magari a qualcuno non interessano i giovani.
Può essere.

E a chi non interessano vorrei solo dire di pensarli come fossero una cartina tornasole. Come fossero il termometro più affidabile dell’umanità. Sentono tutto. Sentono quello che tutti, anche se nascostamente, sentiamo. Sentono quello che sentiamo tutti anche se siamo convinti di non sentirlo. Sotto alcuni aspetti sono delle guide. Ti dicono: “Ascolta bene… tu stai sentendo questo.”

Non farò appello al senso di comunità, no:
farò un appello di carattere squisitamente egoistico.

I piccoli.
Abbassiamoci.
Smettiamo di urlare.
Avviciniamoci.
Ascoltiamoli.

Perché loro, e solo loro, sono in grado di salvarci veramente.
Perché loro siamo noi stessi senza infingimenti, senza maschere, senza potere. Perché loro sono la nostra nudità.
Loro siamo noi quando smettiamo di urlare.

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chiamata alla diserzione


La barbarie.
Nelle parole.
Tra le parole.
Digitate o dette senza ritegno.
Senza responsabilità.
Persone che pensavo più forti.
Più intelligenti.
Ma no: semplicemente più umane.
Forse più buone?
Non lo so.
Pare non si possa più dire.

Mi manca l’aria.

Evidentemente una lezione, per me.
D’altronde tu me lo ripeti spesso:
“Guarda che le persone non sono tutte così belle come credi”.
Ci penso, promesso.
Questa volta ti assicuro che ci penso seriamente.
Perché il problema sta tutto nella parola “tutti”.
Dire o pensare “tutti” è come dire o pensare “nessuno”.
È un’astrazione, una pigrizia della mente, forse una paura.
Una boa del pensiero che ti fa galleggiare al di sopra della vita.
Un’idea.
Una teoria.
Una fuga.

Detto questo, mentre rifletto su questo mio grado di distanza dalla vita, assumendomene responsabilità e conseguenze… diserto.

Diserto questa folle chiamata alla barbarie
a cui pochissimi dicono di no.
Diserto e resisto.
Perché so che la barbarie è in me.

La storia la ricordo.
Ciò di cui è capace l’uomo lo ricordo.
L’uomo, sì, soprattutto l’uomo.
E non mi sento estraneo a quella storia di orrori.
So che è anche in me.
E sento il dovere di opporre resistenza.
Di disertare.

“A me non interessa niente quello che gli altri pensano di me!”
A me sì.
M’interessa molto perché a volte mi vedono meglio di quanto non possa vedermi io stesso.
M’interessa molto ma questa volta non così tanto.
Questa volta rispondo solo a quello che sento in me.
Rispondo ad una chiamata.
Una chiamata alla diserzione.

Non abdico a ciò che penso, sento, intuisco.
In nessun modo.
Non nego neanche lontanamente la mia totale contrarietà alle attuali scelte che – ben oltre la questione sanitaria nella quale non mi addentro – sono essenzialmente politiche.
E non rinuncio a fare ciò che posso per difendere chi ritengo abbia bisogno di essere difeso.

Non nego, non rinuncio e rifiuto.
Rifiuto i mezzi.
Rifiuto il vocabolario.
Perché ricordo la storia.
Perché ho imparato cosa significa l’espressione
“eterogenesi dei fini”.
Perché, senza che neanche tu te ne accorga, in un istante,
il mezzo diventa il fine.
E un giorno ti ritrovi in guerra.
E non sai perché sei lì.
E non capisci come mai stai ammazzando persone come te.
E non ricordi che quando sei partito cercavi una solo cosa: la pace.
E ti fai convinto di aberrazioni mentali che generano cortocircuiti linguistici quali “guerra umanitaria”.

Diserto la barbarie, la semplificazione, la guerra.
Che si pensi di me ciò che si vuole.
In nome di ciò che sento sono disposto ad essere etichettato come meglio si crede: buonista, ingenuo, vigliacco, menefreghista, pacifista da salotto, radical chic, intellettuale da quattro soldi, comunista, fascista, provax, novax, bohvax…

Sono disposto a tutto.
Sono disposto a sentirmi solo.
Sono disposto a rinunciare al calore che crea
il senso di appartenenza.

E non è neanche un così grande atto di coraggio.
Perché in verità solo non lo sarò mai.
Perché so che tu sei con me.

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non ti ammasso


Mi dissocio dal discorso di massa.
Inteso come discorso che parla di masse.
Mi dissocio da questo sguardo da drone che dall’alto inquadra intere masse di persone per ricavarne un’etichetta, il titolo di un file o il nome di una cartella in cui catalogarle indistintamente.

Ricordo quando si cominciò a parlare di globalizzazione.
Pensai: “Aspetta un attimo… come si può parlare del mondo intero? Il mondo intero! Miliardi di persone. Come lo si può anche solo pensare? Questa è roba da pochi eletti, da spiriti sopraffini, da animi vasti e, soprattutto, rari. Forse un grande filosofo, o un grande artista.”

Da un giorno all’altro ci venne “imposto” di pensare in termini globali. Il mondo, in un attimo, cambiò dimensioni: da un pianeta enorme e galleggiante nello spazio si trasformò in un portachiavi da poter facilmente maneggiare e, all’occorrenza, infilare in tasca.

Mi dissocio dal 99% delle analisi che prendono in considerazioni masse di persone. Mi dissocio dalla massificazione del pensiero e, soprattutto, del giudizio. Mi dissocio dalla costante e sibillina richiesta di ragionare in numeri, percentuali, statistiche e grafici.
Mi dissocio dal pensiero che prende l’umanità in blocco o, come accade continuamente oggi in due blocchi, ed emette sentenze.
Mi dissocio da chi ammassa.

Dalla Treccani:

“Società di massa. Società caratterizzate da un significativo ruolo delle masse nello svolgimento della vita politica e sociale, ma anche da una loro crescente omologazione, perdita di autonomia individuale, atomizzazione, conformismo, facilità di manipolazione ed eterodirezione. […] Tali processi hanno a loro volta creato un terreno favorevole al predominio di ristrette élite (J. Ortega y Gasset, C.W. Mills) e all’avvento di regimi totalitari (K. Mannheim), che G.L. Mosse ha legato alla «nazionalizzazione delle masse». L’uso dei moderni mezzi di comunicazione di massa – tipico l’esempio di quello fattone dal regime nazista e dal fascismo, dal cinema alla radio – ha costituito un’ulteriore importante componente di tale processo, come il ruolo crescente e pervasivo svolto dalla pubblicità nelle società democratiche nei decenni postbellici. […] La stessa crescita economica e l’estendersi del mercato dei consumi di massa hanno fatto sì che alle differenze economiche e sociali abbia corrisposto una graduale omogeneizzazione di costumi, stili di vita e modelli culturali, delineando un nuovo tipo di società di massa, la società dei consumi. Parallelamente, la forza dei moderni mass-media, stampa e televisione in primo luogo, ha accresciuto le possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica e dei comportamenti sociali. Molti studiosi hanno quindi individuato nelle società di massa una dicotomia fra un «pubblico di élite», composto da gruppi dirigenti e avanguardie intellettuali, e un «pubblico di massa», ossia un insieme di persone dotate di un sistema di credenze cognitivamente povere ed emotivamente instabili, e pertanto esposte alle manipolazioni e alla eterodirezione delle élite. In questo senso, le teorie sulla società di massa mettono in luce come taluni processi di modernizzazione tendano a costruire una società di «uguali» che, se da una parte poggia su una base estesa di democratizzazione, dall’altra – accrescendo le disuguaglianze in termini economici e di potere e alimentando dinamiche di omologazione e atomizzazione sociale – allontana le masse stesse dall’esercizio della sovranità e in qualche caso dalla stessa partecipazione politica.”

Questa finestra sul mondo che sono la tv e internet non è neutra: è viziata di partenza. Non richiede un pensiero personale e articolato ma un giudizio sommario. Somigliano a tribunali più che a strumenti di comunicazione. E sono sconcertato. Cosa rara per me. Sconcertato, incredulo, deluso, profondamente addolorato. Addolorato nel vedere una tale quantità di teste pensanti cadere e rotolore giù, mozzate dalla gigliottina del pensiero massificante.
E mentre rotolano emettono le loro sentenze cariche di odio e violenza, i loro giudizi e le loro condanne. Urlano la propria cecità.

Tanti piccoli Creonte (nella versione di Jean Anouilh):

“Bisogna comunque che ci sia chi guida la barca. Fa acqua da tutte le parti, è piena di crimini, di stupidità, di miseria… e il timone va di qua e di là. L’equipaggio non vuole più fare niente, non pensa che a saccheggiare la stiva, e gli ufficiali stanno già costruendosi una piccola zattera confortevole, solo per loro, con tutta la scorta di acqua dolce per trascinare almeno le loro ossa via da lì. E l’albero scricchiola, e il vento fischia, e le vele si strappano, e questi bruti creperanno tutti quanti insieme, perché non pensano che alla loro pelle, alla loro pelle preziosa e ai loro piccoli affari. Credi allora che si abbia il tempo di fare il raffinato, di sapere se bisogna dire “sì” o “no”, di domandarsi se non bisognerà pagarla troppo cara, un giorno, e se dopo si potrà ancora essere un uomo? Si prende il pezzo di legno, si raddrizza davanti alla montagna d’acqua, si sbraita un ordine e si tira nel mucchio, sul primo che si fa avanti. Nel mucchio! Non ha nome. È come l’onda che si è appena abbattuta sul ponte davanti a te; il vento che ti prende a schiaffi, e la cosa che cade in mezzo al gruppo non ha nome. Era magari quello che ti aveva dato da accendere sorridendo il giorno prima. Non ha più nome. E neanche tu, non hai più nome, aggrappato alla barra. Non rimane che la nave ad avere un nome, e la tempesta.”

Mi dissocio dalla barca e dalla tempesta.
E mi associo a quello che ti ha dato da accendere sorridendo il giorno prima.

E quello, quello che ti ha dato da accendere sorridendo il giorno prima, lo devi guardare negli occhi, ci devi parlare di persona, devi fargli delle domande e starlo ad ascoltare. Perché di lui non sai niente, così come nessuno non sa quasi niente di nessuno.

Nei social va tanto di moda una frase:
“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre.”

Una frase che piace a molti. Una frase che molti condividono.
Una frase spesso citata dagli stessi che, un istante prima o un istante dopo, ammassano qualcuno con i propri giudizi inappellabili. All’inizio ho pensato ad una profonda incoerenza ma poi ho capito: quando leggono “ogni persona che incontri” non pensano alle persone che incontrano ma a se stessi. Immagino che per loro debba suonare all’incirca così: “Io sto combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre.”

Ma, nonostante io mi dissoci con forza da chi ammassa, non cadrò certo nella stessa trappola. No, non li penserò come massa. Rimarrò sul confine del pensiero, funambolando come sempre. E mi chiederò cosa può indurre menti brillanti e cuori pulsanti ad un tale tipo di visione per forza di cose generica e superficiale.

L’incertezza?
La paura?
Il bisogno di un nemico?
Lo smarrimento di un’identità?
Il timore di essere esclusi?
Il terrore di restare soli?
La stanchezza?
Un dolore che non trova una strada per uscire?
La voglia di schierarsi?
Il bisogno di tracciare una linea netta tra bene e male?
Il tentativo di spegnersi per non soffrire più?

Non lo so e non ho una risposta. Soprattutto non ne ho una buona per tutti perché tutte queste persone non sono una massa ma innumerevoli individui, unici e irripetibili. Sono tantissime persone diverse tra loro che magari ti hanno dato da accendere sorridendo il giorno prima.


No, non mi piace per niente il fatto che tu ammassi chiunque indistintamente. Lo ritengo superficiale e pericoloso. Detto questo, io non ti ammasso. E ti chiedo sei hai da accendere, sorridendo.


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mi chiamo fuori

Mi chiamo fuori.
Per starci dentro.
Anzi, mi chiamo da fuori.
Perché è fuori che voglio stare.
In quel fuori che è più dentro del dentro.

In questo periodo ho tenuto due laboratori e portato in scena uno spettacolo. Il primo laboratorio era composto da persone giovani,
il secondo comprendeva persone che andavano dai 12 agli 82 anni.
Il primo l’ho tenuto in teatro, il secondo in un eremo ed era residenziale. Domani inizierà il terzo. Lo spettacolo invece l’ho fatto all’aperto, all’interno di un incantevole teatro romano.

Persone presenti nello stesso tempo e nello stesso spazio, relazioni, comunità momentanee che si formano e si dissolvono nello spazio di qualche giorno o di un paio d’ore.

Come tutti ho le mie idee riguardo quello che sta accadendo. Anzi, per essere onesto, dovrei piuttosto dire che ho le mie sensazioni o percezioni o intuizioni. Poco scientifico, lo so. Ma spero che non me ne vogliate; d’altronde neanche la scienza è sempre scientifica.

Il mio canale d’accesso privilegiato alla vita è sempre stato il “sentire”. Forse perché già da piccolissimo mi è successa una cosa enorme che la mia ragione non riusciva in alcun modo a contenere, tantomeno a comprendere. Allora è come se avessi messo in moto quello che avevo a disposizione. Per non soccombere, ovviamente. Qualcosa a cui potessi affidarmi. E a quell’età, non disponendo né di una razionalità adeguata né di una facoltà di analisi sufficiente, non potevo far altro che affidarmi a ciò che sentivo.

Da lì a finire in teatro è stato un attimo. Ho riconosciuto un vocabolario simile al mio. Ho trovato un luogo in cui il modo di “ragionare” produceva effetti visibili e tangibili.

Devo essere onesto.
Per come vivo il mio lavoro – che a definirlo solo “lavoro” gli faccio un gran torto – non mi sento escluso dalla società o cose simili.
Non mi sento l’artista isolato e maledetto, figura certo affascinante ma quanto mai fuorviante. Mi sento invece al centro esatto della società. E mentre lo penso, e mentre lo scrivo, sorrido perché sento già il brusio in sala “che mattacchioni gli artisti… sempre con la testa tra le nuvole… eterni bambini che non vogliono accettare
la realtà!”

La realtà.
Qual è la realtà?
Domanda lecita, direi.

Sicuramente è lecita all’interno di due mondi apparentemente agli antipodi che, manco a dirlo, si toccano: il teatro e la fisica quantistica. Entrambi, il primo da millenni e senza poter addurre prove, la seconda recentemente e con dati a sostegno delle sue tesi, dicono che non esiste una realtà oggettiva.

– Ti vedo contento oggi… cos’hai?
– Sono innamorato!
– Ah ecco perché ti sembra tutto bello. Eh ma la realtà…


Di questo argomento ne parlo durante uno dei miei spettacoli. Ed è uno degli argomenti che mi appassiona di più. Perché, seguendo la logica di quelli che “eh ma la realtà…” dovremmo dedurre che la realtà è una cosa oggettiva e tendenzialmente brutta. Dovremmo dedurre che quando siamo innamorati e ci dicono “eh ma la realtà…” sostanzialmente ci stanno dicendo “sì ok, adesso a te sembra tutto bello perché non vedi le cose come stanno, perché non vedi la vera realtà, perché fantastichi e vedi una realtà che non esiste se non nella tua testa… ma non appena ti sveglierai… non appena finirà l’innamoramento… tornerai con i piedi per terra
e allora sì: vedrai come stanno veramente le cose!”

Di nuovo sorrido.
E pongo una semplice domanda.
Chi l’ha detto?
Dove sta scritto?
Qual è la legge fisica che mi dice che la “vera realtà” è quella che vedo quando non sono innamorato mentre quella che vedo da innamorato è solo una mia fantasia?

Seconda domanda.
E se fosse l’esatto contrario?
Se la realtà più vera fosse quella che vedo quando sono innamorato?
Se la lente attraverso la quale vedere le cose nella loro più intima essenza fosse proprio l’amore?

Ci penso spesso.
E penso anche a cose buffe.
Penso ad esempio a come cambiano i colori della natura quando a guardarla è un innamorato o un poeta o lo scemo del villaggio o un bambino o un vecchio o chiunque, per un motivo o per l’altro, sia innamorato. I colori diventano più vivividi. Lucenti.
Come se cadesse la pellicola che li rendeva opachi e spenti.

Tutto è uguale a prima e contemporaneamente diverso.
Cosa cambia?
Qualcuno forse, a mia insaputa, cambia la scenografia?
No: cambia lo sguardo.
La realtà è la stessa ma prima la vedevo in un modo e ora in un altro.

Ecco, io penso – senza poterlo né volerlo dimostrare – che la vera realtà sia più simile a quella che vede l’innamorato che non l’indifferente. Che lei, Sua Maestà la Realtà, sia sempre lì ma che, nonostante ci stia continuamente davanti agli occhi, la vediamo solo in alcuni momenti o durante alcuni periodi della nostra vita.

Mi chiamo fuori dai social perché lo sguardo che essi producono sulla realtà mi fa stare male. Uno sguardo che fa della realtà qualcosa di ancor più brutto rispetto a quello che ne fa lo sguardo dell’indifferente che ti sfotte perché sei innamorato.

Non ho mai pensato che gli strumenti che l’essere umano utilizza siano il problema. E non lo penso neanche ora. Penso solo che, in questo momento storico, i social non fanno per me. Ci ho provato in tutti i modi. Mi è piaciuto tantissimo, mi sono divertito un sacco e soprattutto, da questo magma incorporeo, si sono materializzati incontri con persone straordinarie che altrimenti non avrei mai conosciuto. Per non parlare poi dell’incontro che mi ha conferito gli occhi dell’innamorato e che mi ha cambiato la vita.

Come non essere grato ai social? Lo sono. Davvero molto.
Ma da due anni a questa parte sta avvenendo qualcosa che io non riesco in alcun modo ad affrontare attraverso i social.

Ed ora faccio outing.
Io non leggo tutte le informazioni allo stesso modo. Leggo con maggiore attenzione quelle affini a ciò che sento, percepisco, intuisco. Sicché articoli, dati, numeri e grafici non sono per me fonte di conoscenza perché, sempre col sorriso sulla bocca e stavolta pure col berretto a sonagli in testa, mi fido più del mio apparato conoscitivo che non di tutto il resto. Mi fido di più di ciò che mi ha salvato la vita che non dell’opinione di persone con le quali non posso interloquire vis à vis, nello stesso spazio e nello stesso tempo.

Non escludo in alcun modo di potermi sbagliare, e magari anche di molto. Ma, come si dice, preferisco commettere un errore mio,
del quale poi eventualmente rispondere, piuttosto che sbagliare per interposta persona.

In questo post non dirò niente di ciò che penso riguardo la folle giostra dentro la quale vortichiamo da due anni. Non toccherò i temi caldi, come si suol dire. E se non lo faccio è per una ragione molto precisa, ragione che tenterò di sviluppare all’interno del mio prossimo spettacolo raccontando una storia che, a mio modo di vedere, ha molto a che fare con tutto quello che sta accadendo.
Esprimerò invece un giudizio da uomo di teatro…

Questa storia fa acqua da tutte le parti.

Scritta male, disorganica, incoerente, piena di buchi narrativi, recitata molto male. Non riesco a fidarmi di nessuna delle tracce narrative che vanno per la maggiore. Ogni tanto scorgo dei brandelli di un copione che mi sembra scritto molto bene. Ma accade raramente. Sempre più raramente.

Lo strumento dei social non mi offre quasi niente di significativo e, nella maggior parte dei casi, mi fa solo stare male. Cosa che non accade in alcun modo se parlo con qualcuno di persona. Indifferentemente dal fatto che la pensiamo allo stesso modo o meno.

E lo ripeto perché questo, per me, è il fatto centrale: indifferentemente dal fatto che la pensiamo allo stesso modo o meno.

Questo è quello che mi è successo quest’estate, attraverso incontri avvenuti grazie al pretesto del teatro, che siano stati laboratori o spettacoli. Questo, sì, mi aiuta ad orientarmi. E mai, letteralmente mai, uno scambio di idee o di sensazioni mi ha ferito o offeso.

E spesso, sempre più spesso, ho pensato:
“Se ci incontriamo e parliamo tutto è ancora possibile”.

Pensiero che non riesco a formulare quasi mai leggendo quello che scrivono persone sedute davanti ad uno schermo. E tra queste comprendo me stesso. E in quel “quasi mai” sta tutta la relatività di ciò che dico. Quasi mai nel senso “a volte sì”, quasi mai nel senso che ogni tanto leggo parole degne di ogni attenzione, quasi mai nel senso che, probabilmente, sono io a non riuscire a discernere e a trarne il meglio.

No, non è un post per dire:
“Abbandono i social addio ricordatevi di me!”

È un post dedicato soprattutto a persone che conosco, a persone che, pur non conoscendo, mi sembra di conoscere e a persone che magari conoscerò. Sono estremamente grato ai social e confido nel fatto che un giorno tutto questo diventerà uno strumento utile ad avvicinarci e non ad allontanarci.

Non abbandono i social ma abbandono l’utilizzo che ne ho fatto fino ad ora: ovvero quello di un innamorato disperato che cerca di dire e di comprendere. Nobili tentativi che però, devo ammetterlo, ultimamente sono dolcemente naufragati.

Dunque resto.

Resto ma mi chiamo fuori.
Resto e ogni tanto vi chiamerò fuori.
Resto per chi conosco.
Resto per chi non conosco ma mi sembra ci conoscere.
Resto per chi conoscerò.
Resto in silenzio.
Resto ma alzo bandiera bianca.
Resto ma mi arrendo, con un inchino.
Resto e spero di potervi dare presto un appuntamento
per incontrarci nel mio social preferito: il teatro.

Resto e magari prima o pi riuscirò a convogliare tutti i fili su cui cammino verso un sito. Un sito web o – perché no? – un sito nella sua accezione originaria: luogo, posizione, territorio, ambiente, area, zona, località, posto, spazio.

Infine, per dirla con il titolo del primo, e a dir poco claudicante, testo teatrale che ho scritto: Resto Amleto.
Resto nel dubbio.
E, nel dubbio, resto.


grazie e a (p)resto,
Vostro Funambolo di Quartiere


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