quello che ci fa paura degli stranieri siamo noi

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
Questo straniero va accolto e, soprattutto, va ascoltato. Andrebbero creati Centri di Primo Ascolto. Appena lo straniero arriva noi andiamo ad ascoltare la sua storia. Le storie di chi ha conosciuto il dolore, l’umiliazione, la sopraffazione, la miseria, la fame, la sete, la paura… sono le storie che ci salvano la vita. Non hanno sempre fatto così i nonni andati in guerra? Non ci hanno sempre raccontato le loro storie? Raccontare è un’azione che non prevede concetti di “altruismo” ed “egoismo”, raccontare è le due cose contemporaneamente. I nostri nonni, parlando, tentavano di liberare se stessi dai fantasmi di un passato troppo doloroso e c’insegnavano a puntare lo sguardo sulle cose importanti del vivere. Quelle che vedi più facilmente quando non le hai. Quando sei in guerra o vivi nella miseria o nella violenza o nel dolore o nell’abbandono. Quelle che dimentichi più facilmente quando sei invaso dal superfluo. Ed è lui, il superfluo, l’unico immigrato che dovremmo rispedire a casa sua. Anzi, dovremmo proprio farlo andare a fondo. Così, giusto per aiutarlo a non essere più superficiale.

Lo straniero che arriva da un altro paese, dicevamo.
Lo straniero che magari viene da una guerra, così come i nostri nonni sono arrivati a noi passando attraverso una guerra. Ma anche lo straniero che viene dalla miseria, o da una dittatura, o da qualsiasi tipo di violenza… insomma, da una qualunque di queste guerre. Questo straniero va accolto e va ascoltato. Perché il suo sguardo ci riporta all’essenza stessa del vivere. Ci riporta al centro dell’esistenza. Ci ricorda cosa è importante e cosa no. Ci aiuta a sganciarci dalla superficie e dalla superficialità.

Alcuni vorrebbero che gli stranieri andassero a fondo.
Io vorrei che gli stranieri portassero a fondo noi. Laggiù dove tutto si capovolge e la terra diventa cielo e il cielo diventa terra. A testa in giù. A ribaltare lo sguardo. Questo sguardo che è sempre e solo lo sguardo del Centro. Ovvero lo sguardo del potere, del denaro, del successo. Lo sguardo col quale, ad un certo punto, abbiamo deciso di guardare gli altri e noi stessi. Quello sguardo per cui se non hai potere, denaro e successo sei una nullità.

Ecco, ribaltare questa follia.
Smettere di guardarci con gli occhi di chi sta al Centro e cominciare a guardare chi sta al centro con i nostri occhi. Smettere di considerare i margini come luoghi da abbandonare o, al limite, da recuperare con qualche azione caritatevole, e cominciare a pensarli e a viverli come centri dell’esistenza. Ai margini del potere, ai margini del denaro, ai margini del successo. Ai margini di tutto ma al centro della vita.

Per fare questo, prima di trasformare la nostra condizione, dobbiamo cominciare a guardarla in un altro modo. Guardare l’inferno dicendosi “tanto lo so che qui in mezzo c’è il paradiso!” Girare lo sguardo. Chiedere aiuto a chi è in grado di farci girare lo sguardo. Allo straniero.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
E poi c’è lo straniero in patria.
Il povero, il disabile o diversamente abile (questo tipo di straniero è talmente straniero che non sappiamo neanche come chiamarlo), il bambino, il vecchio, l’alcolizzato, il tossico, il carcerato, l’omosessuale, la donna violentata…
Il nostro paese è pieno di stranieri, e non già di altri paesi ma del nostro stesso paese. Questi stranieri andrebbero ascoltati esattamente come gli altri. Anche le loro storie salvano vite. Cambia la zona del Margine da cui provengono ma pur sempre di margine si parla.

C’è lo straniero che arriva da un altro paese.
C’è lo straniero in patria.
E poi ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ovvero coloro che, dal Centro, mettono in contrapposizione e in conflitto gli stranieri. Gli stranieri sono costituzionalmente fratelli. Da ovunque vengano. Si incontrano, si osservano e si riconoscono. Sanno di aver incontrato un fratello che, come loro, sta ai margini. Sanno di aver incontrato un compaesano. Il loro stato, quello sì, è transnazionale. Sono loro i veri Stati Uniti. Ma non d’America. L’America è un concetto troppo angusto. No, loro sono gli Stati Uniti di Ovunque e di Sempre. Loro sono l’unico stato che c’è da sempre e che ci sarà per sempre. E al Centro questa cosa non va giù. Al Centro questa cosa fa paura. Il Centro si sente costantemente minacciato da questi Stati Uniti dei Margini per cui può fare una sola cosa: tentare di metterli in conflitto tra di loro. Tentare di innescare una guerra civile.

Io non vedo immigrati, italiani, europei, il mio paese, il tuo paese, i partiti buoni, i partiti cattivi… io vedo solo il Centro e il Margine. Io vedo il Centro in guerra contro il Margine.

Ci sono i delinquenti, gli assassini, i criminali.
Ci sono quelli che con le loro azioni e soprattutto con le loro parole – dal momento che, essendo pure vigliacchi, preferiscono parlare piuttosto che agire – tentano continuamente di mettere in conflitto gli stranieri di tutto il mondo. Perché è l’unico modo che conoscono per restare saldamente al potere.
Delinquenti, assassini, criminali.

Il Centro è terrorizzato dal Margine.
Ma non perché quest’ultimo viene a rubargli il lavoro o la donna. Oh no. È terrorizzato perché viene a ribaltargli il pensiero. Viene a stabilire una nuova gerarchia di valori. Anzi, viene ad eliminare il concetto stesso di “gerarchia” con tutti i suoi derivati di “vincitore e perdente”, “capo e servo”, “primo e ultimo”, “italiano e straniero”. Viene a capovolgere il mondo sottosopra. Viene a toglierli la terra da sotto i piedi e il cielo da sopra la testa. Viene a portare una visione della vita diametralmente opposta.

Il Margine arriva e sfila dalle mani del Centro tutti i suoi giocattoli. E poi gli sfila via gli onori, i riconoscimenti, i titoli, la reputazione, il curriculum, il denaro, le cose, le case, i vestiti. E lo lascia nudo. Nudo. Ovvero vicino all’essenza. E lì il Centro… non ci vuole andare. A tal punto che, pur di non guardarsi nella propria essenza, si è costruito una vita piena di cose superficiali. Perché lì, nei pressi dell’essenza, c’è il deserto, il vuoto, il nulla. C’è quella terra arida che chi vive ai margini ha dovuto attraversare, quel luogo che conoscono bene tutti gli stranieri della terra.
Quel luogo tremendo che, una volta abitato, ti dice chi sei. Perché nella miseria, nell’abbandono, nella solitudine, nella paura scopri chi sei veramente. E lo straniero, da qualunque luogo provenga, con la sua sola presenza, te lo ricorda.

Perché abbiamo paura degli stranieri?
Perché abbiamo paura di sapere chi siamo.
Perché abbiamo paura di scoprire chi siamo diventati.
Perché abbiamo paura di noi stessi.

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è che non dormo più

La pagina bianca
e la voglia di dire no.

No, non ho niente da dire
no, perché anche se avessi qualcosa da dire non sarebbe importante
no, parole
no, ancora scrivere quello che mi fa fatica anche solo a pensare
no, cavare fuori ciò che sta nascosto
no, spogliarsi e sfogliarsi per l’ennesima volta
no.

Ma qualcosa
accompagnato da un senso di nausea
mi riporta qui
eternamente qui.

Non c’è alcuna ragione
non c’è alcun motivo
non c’è nessuna utilità
non c’è senso
non c’è niente che legittimi
tutto questo.

Eppure dal vuoto nero deserto
una voce
una voce appena
una voce magari immaginaria
o ingannevole
o solo sognata
mi chiama.

Mi dice sempre e solo una cosa:
“non chiudere”.

Non chiudere.
Santissimo cielo.
Sai di cosa stai parlando?
Voce immaginaria o ingannevole o solo sognata
sai di cosa stai parlando?

Sono stanco del mio dire
che è come un cane che gira e rigira su se stesso
per cercare la combinazione esatta per sdraiarsi
e acquietarsi
e dormire.
Sono stanco del mio girare e rigirare
senza mai quiete
né riposo.

Ormai nel sonno sogno il sonno dei giusti
o dei bambini
o dei cani.
Sogno il sonno di chi si è dato
e chiude gli occhi
incurante del ritorno.

È che non dormo più.
Tutt’al più faccio lunghe pause
a occhi chiusi.

Ti ho amata
voce immaginaria o ingannevole o solo sognata.
Ti ho amata come si ama una fortuna
arrivata da chissà dove.
Ti ho amata per non avermi mai concesso di morire
prima del tempo.
Ti ho amata come la pianta ama la pioggia
senza sapere perché.

Ora invece ti temo.
Sembra che tu non abbia fine
o limite
o confine.
Ti temo.
La tua sete sembra inestinguibile.

E dunque
cosa vuoi da me?
Non lo so più.
O forse non l’ho mai saputo
nella convinzione di saperlo.

Vorrei dirti buonanotte
ma la mia notte non è più notte
e il tuo incessante richiamo
è il sole nascente
di un’alba costante
che mi tiene vigile
senza che io sappia perché
per cosa
fino a quando
e perché proprio io.

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l’altra vita

Nella notte buia scrosciante di pioggia
seduto ad un tavolo bianco
non riesco ad afferrare neanche un pensiero.

Ho trascorso la vita a far la corte alla morte,
a provocarla.

Chissà chi mi ha suggerito di rischiare sempre tutto?
Chissà come m’è presa questa manìa?

Ho detto di no a tutto quello che ho potuto.
Per sfidarlo.
Per dirgli “Hey, tutto… se mi vuoi devi venire a prendermi.
Non penserai mica che mi metta a rincorrerti!”

Mi sono seduto a contemplare
e a lasciar scorrere.

Ogni cosa contiene la propria fine
e questo io lo so da sempre.
Una saggezza che non conviene avere.
Un sapere che è meglio non sapere
se vuoi vivere questa vita.
Questa vita qui.

Perché poi ce n’è un’altra
anche questo so
anche questo ho sempre saputo.

Ho sforzato l’intelletto fino al limite
fino a quel punto in cui basta un passo
e non c’è più nessuno sforzo da fare.

L’altra vita
è troppo rischiosa.
Non puoi crederci a caso
non puoi inventarti delle cose
non puoi mai dire di sapere cosa sia.
Puoi sapere che c’è

ma non cosa sia.
Non puoi mai sapere cosa sia.

Ho detto di no a questa vita per dire sì all’altra.
All’altra ho detto sempre
testardamente
ostinatamente
irragionevolmente
sì.

E dov’è?
Dov’è, dov’è?
Dicci.
Dacci le prove.
Dimostracelo.
Faccela vedere.

A nulla servirebbero prove e dimostrazioni.
L’altra vita non tollera né prove né dimostrazioni.

Mi piace la scienza quando arriva al limite.
Quando non ce la fa più.
Quando si ferma e dice “non ho più fiato”.
Mi piace quando è onesta fino a questo punto.
Mi piace lo sguardo dello scienziato
che dopo aver passato ore su fogli, calcoli e microscopiche entità
alza lo sguardo
e per un attimo,
guardando il cielo,
tenta di pensare l’universo,
tenta di trasformare l’infinito in un pensiero.
E non ce la fa.
E lo sa che non potrà mai farcela.
E allora sorride sussurrando “ma io, tutto questo… come lo spiego?”

Impossibile spiegare ciò che è già spiegato di per sé
come una vela gonfia di vento.

La pioggia cede il passo alla musica.
Eccola, questa è l’altra vita.
Questa dissolvenza perfetta.
Queste poche gocce che ritmano ciò che non puoi ritmare,
questo tempo esatto in cui accade tutta la perfezione
che noi chiamiamo vita
o caso
o che non chiamiamo affatto
e ci passiamo sopra
senza sentire
né vedere
né vivere.

Dice “devi vivere la vita”.

Non penso tu abbia mai vissuto
perché vivere significa sparire
in questo mare senza fine
e non aver più le parole
per dire
l’indicibile.

Io invece di parole ne ho ancora.
Non molte, a dir la verità.

Ho sofferto il dovuto
gioito il dovuto
pianto il dovuto.
Le ossa mi si sono spaccate tutte.
Non ce n’è una intera.
Ho provato un dolore che non ha suono
né pianto
né dolore.
Un dolore che silenzia tutto
e ti abbandona vuoto
schiacciato
calpestato e inutile
come un pacchetto di sigarette accartocciato da mille auto che gli passano sopra nella grande strada deserta in una notte buia scrosciante di pioggia.

Ho vissuto questa vita,
come si dice,
ed ora le parole
una ad una
mi abbandonano.

Guardo le vite degli altri
e mi sembrano tutte migliori della mia.
Questo l’ho sempre pensato.
Ora so perché.
Sono migliori perché non sono la mia.
Perché non sono mie.
La mia è la peggior vita possibile
perché è mia.

Chi mi ha dato tutta questa vita?
Non pensi che sia un po’ troppa?
Cosa dovrei farmene?
Dovrei essere felice?

Felice.
Strana parola.
A volte è bellissima.
A volte non significa nulla.
Anzi, a volte significa “triste”.
A volte la parola “felice” significa “triste”.

Ma sì
canta
canta tu che puoi.
Disarticola quel che hai.
Sbrindellalo su verso il cielo.
Chiedi aiuto e pietà e perdono e grazia e grazie.
Io sto a terra.
Parecchio a terra.
Ho rincorso una vita che non si può dimostrare
e non c’è nessuno che ti dia un premio.
Non c’è premio.
C’è solo credere.
Non c’è né pensare né sapere né vedere.
C’è solo credere.

Sono stato schifosamente male
ma mai
maledizione
mai che mi sia stato concesso di non credere.
Mai che,
immerso nel male,
non abbia creduto al bene.
Dio mi ha dato il libero arbitrio.
Io evidentemente me lo sono tolto
perché libero non sono.
Questa particella
così minuscola che mai nessuno scienziato potrà vedere
non mi lascia libero
di non credere.

In cosa, in chi, in che cosa?

Non ha importanza.
Non ha alcuna importanza.
Lascia che i mistici e i teologi si scervellino su questo problema
che più che un problema è uno sciocco passatempo.
Non si crede in qualcuno o in qualcosa.
Si crede e basta.
Senza sapere in chi o in cosa.
Questa è la tragedia.

Ho lottato all’inverosimile
tant’è che ancora la resistenza
vigila in me.
Ho un piccolo esercito in me.
L’esercito della resistenza.
Un esercito fedelissimo al quale devo quasi tutto.
E anche ora che il comandante ha disertato
l’esercito lotta,
chissà,
forse in memoria dei bei tempi andati.

E quando si accosta lo sciocco di turno che blatera il suo
“devi lasciarti andare”
non ho modo di spiegargli quanto devo al mio esercito
e che se i miei soldati vogliono ancora lottare
che lo facciano pure.
Devo loro l’essere rimasto vigile.
Devo loro l’intelligenza e la parola.
Devo loro l’onestà e la sete di verità.
E allora che lottino.
Io li guardo.
E faccio il tifo per loro.
Ho disertato
ma li guardo con amore.

Quando poi un giorno l’esercito si ritirerà
so che verrà da me a rendermi gli onori
di tante battaglie combattute.
E allora li abbraccerò tutti
uno ad uno
ringraziandoli
per avermi così tanto amato.

Chissà cosa c’è dopo la resistenza?
Chi sa cosa c’è nell’abbandono?
Chissà come sarà realizzare di aver perso tutto?

Bene.
Ora sarà meglio farsi un bicchiere.
Perché dove non arriva il pensiero
arrivano l’alcol, le sigarette e tutto ciò che fa male.
Farsi del male può essere un atto di fede.
Spalanca le porte dello spirito,
ti fa sapere che sei finito,
schiude le finestre sull’altra vita.
L’altra vita bizzarra e bizzosa.
L’altra vita che è eternamente capovolta.
Il che significa che quando pensi “ho capito: è capovolta”
lei si ri-capovolge.
E così tutte le volte che pensi che sia capovolta.

L’altra vita che è questa vita ora in questo momento in cui miliardi di cose accadono a miliardi di persone tutte contemporaneamente mentre le stelle sfavillano e muoiono senza clamore espandendo l’infinito oltre l’infinito in questa notte buia scrosciante di pioggia che ha lasciato spazio alla musica mentre un ragazzino chissà dove affacciato alla finestra si chiede quale sia il senso della vita e quel ragazzino è tuo figlio e tu non sai cosa dirgli e vorresti proteggerlo da tutto e ti senti l’essere più incapace che sia mai stato creato incapace persino di mantenerlo insomma sì come si dice sì dài senza paura sì dài dillo… un fallito. Un fallito per questa vita e per questo mondo. Come si dice? Uno che non ce l’ha fatta. Uno dei tanti che non ce l’ha fatta. Uno dei tanti. Ecco allora che arrivi al fondo del fondo. Uno dei tanti. Niente di speciale. Niente di nuovo. Niente di originale. Niente che meriti attenzione. Mi hai dato tutta questa vita e sai io che ne ho fatto? Ne ho fatto una cosa uguale a tutte le altre cose. L’ho smembrata, l’ho spezzata, l’ho sparsa al vento e ho ululato “non so che farmene”

Forse piangi.
Non so,
forse piangi.
Beh, anch’io.
A volte.
Anche se ultimamente sempre di meno.
Mi si è bloccato qualcosa all’altezza dello sterno.
Credo si tratti di un blocco di marmo.

Sì, a volte piango ancora.
Ma non sono lacrime che vengono spinte fuori,
sono lacrime chiamate da fuori.
Mi capita quando vedo qualcosa di molto piccolo
ed immensamente bello.
Per lo più sono cose estremamente semplici
che non sanno manco di esistere.
Piango per la loro umiltà.
Perché esistono senza pensare di essere viste.
Piango d’amore.
Quell’amore io lo provo. Lo provo che mi squassa.
Quello è l’amore più grande che io provo.
Il più grande e il più vero.
Che è poi quello che provo per te.
Perché tu vivi pensando di non essere vista.
Ed una bellezza così non s’inventa.
Non passa.
Non appassisce.
Ed è l’unica vera grande bellezza che esista.

La vita
questa vita
forse va male
forse sbaglio
forse che ne so.
Ma tu non scordare mai che nell’altra vita
io ti so
come nessuno ti ha mai saputa
e ti amo
come nessuno ti ha mai amata
perché ho ricevuto in dono
occhi per vederti
anche in questa vita.

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inchiostro di vene

al parco senza sapere
né dove né quando
né come iniziò

tempo senza tempo
filamenti sparsi
supernova deflagrata
e polvere dappertutto
signora mia
sulla terra e nello spazio

l’indefinito inghiotte
e dalla botola una voce
“è l’ora della sete”
in fin dei conti
siamo materia sedotta
e poco più

una bimba s’è seduta qui davanti
mangia ciliegie
“non temere, sono Dio”

per i cani come noi il tramonto tramonta
e morta lì
mentre l’asfalto manda calore
fondendo ruote di gomma
che ci portano a spasso in cubicoli di vetro
vibranti di note
di notti
di niente

a saper vedere l’inconsistente
la città collasserebbe
con la campagna tutt’attorno
e le foglie a sussurrare
“ti stavamo già aspettando”

d’altronde il mistero più grande
è la piccola inserviente del trasandato baracchino
che se ne va
posteggiando la schiena da conducente
su un lussuoso sedile d’auto nera lucente

oppure la bimba
posteggiata in passeggino
che mi guarda storto ma senza disamore
chiedendomi
con occhi di specchio di lago
“cosa diavolo vai facendo?”

non so
piccola osservatrice siderale
non so

m’illudo di guardare
strisce fluorescenti
nel cielo nero blu
mentre la vita che ho passeggiato
e poi corso e camminato
mi si addensa sulla schiena
attutita appena
da birra biro e sigaretta

ma va bene
anche quello che non va bene
nessun controllo è possibile
n’est pas?

solo abbandono
ad occhi aperti
gridando forte “aiuto”
e ancor più forte “non salvarmi”

spicco stelle in punta di piedi
mentre la piccola inserviente
è tornata
parcheggiando davanti a me
la sua nera carrozzeria di vernice blu rovente

vedi piccola visitatrice?
in fondo tutto torna
in forma diversa a dar sostanza
alla nostra materia sedotta
scribacchiata tremolando
su panchine arrugginite
solcando fogli bianchi
con punta rossa di pena
e nero inchiostro di vene

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la violenza in me

Sabato 3 Giugno.
Torino: falso allarme bomba, 1.500 persone ferite.

Ciò che è accaduto a Torino dimostra che lo Stato Trasversale del Terrore ha sintetizzato l’essenza di ogni guerra: la paura. Suppongo che dal punto di vista di chi fomenta questa guerra (e sempre di più mi convinco che il quartier generale non sia situato in un punto circoscritto della terra ma sparso ovunque e a tutti i livelli, orizzontali e verticali, al di là di una fede piuttosto che di un’altra) quanto successo a Torino sia il massimo risultato sperato. La paura è un virus che porta all’auto-distruzione. Questo è successo ieri.
E mentre andava in atto, il comando generale festeggiava assistendo comodamente seduto in poltrona, servito da camerieri con guanti bianchi che, dopo il pasto, porgevano bacinelle d’acqua fresca e profumata per sciacquarsi le mani.

Lo stato di paura (nuovo nella forma ma identico nella sostanza a tutti quelli che l’hanno preceduto e, in definitiva, generato) non mira ad una strage quanto ad una specie di enorme suicidio di massa. Chi vuole eliminare sistematicamente degli esseri umani ha sempre una sorta di mania per la pulizia, religiosa o etnica che sia.
È per questo che assoldano disperati di ogni dove: per fare il lavoro sporco. E che abbiano le mani sporche è perfetto, mentre il cervello… no… quello va ripulito. Il lavaggio consiste nel promettere una vita migliore, che sia nel presente o nell’eternità. Dopodiché si siedono in poltrona. E assistono. Niente può ricondurre a loro. Loro sono il “bene”. Loro saranno i primi ad indignarsi. Loro hanno maschere di dolore e di cordoglio. Loro si sacrificheranno per noi e ingaggeranno guerre su guerre per sconfiggere il mostro che loro stessi hanno generato. Ovviamente mandando altri disperati in prima linea. Perché quando si tratta di mandare a morire, la manodopera non basta mai. E così il cerchio si chiude.

Io non sono certo un esperto di politica o di economia ma, per la miseria, ancora nessun politico o economista è riuscito a convincermi del contrario di ciò che mi pare fin troppo evidente.

Secondo me questa non è una guerra da vincere ma una guerra da disertare. Il solo mettersi in una predisposizione di vittoria o sconfitta significa già aver perso. Significa aver accettato a testa bassa il paradigma che vogliono imporci, ovvero l’odio verso l’altro e, a conti fatti, l’auto-distruzione. Perché è questo l’apice che può raggiungere l’intelligenza razionale lasciata sola al comando: il suicidio. Il dominio totale sulla vita. Il diventare Dio a se stessa e, in quanto divinità, dispensare vita e morte. E laddove io nutro un totale rispetto per chi si suicida a causa di un dolore insostenibile o di qualcosa che io non posso arrivare a comprendere, in maniera uguale e contraria non ho rispetto nei confronti di chi istiga al suicidio. Un conto è togliersi la propria vita, un conto è convincere qualcuno a togliersi la sua e, nell’atto stesso di farlo, a toglierla ad altri.

No, questa guerra non va combattuta, va disertata. E la prima cosa da fare è disinnescare tutte le mine che sono state piazzate e che sono pronte ad esplodere. Basta un passo falso. Come accade tutti i giorni. Ormai la violenza dilagante è sotto gli occhi di tutti.
La violenza delle guerre armate e degli attentati, certo, ma anche la violenza quotidiana, che sia in uno scambio di battute su un social e in una qualunque situazione della vita che degenera senza controllo e senza senso. Violenza, violenza, violenza ovunque e per qualunque motivo. Ed è esattamente in questo che stanno vincendo. Ed è questo ciò che dobbiamo disertare. Certo, non evitando il conflitto: ormai è ben chiaro a tutti che un certo tipo di “pacifismo” o di “buonismo” non sono altro che l’altro lato della medaglia della questione. Ovvero una fuga. No, non si tratta di fuggire ma di disertare, che è una cosa diversa. Quando si fugge lo si fa a testa bassa e schiena curva, quando si diserta lo si fa a testa alta e schiena dritta. Lo si fa fieri di ciò che si sta facendo. Non lo si fa per fuggire ma per costruire. Non è una reazione ma un’azione. Non lo si fa da vittime di un destino avverso ma da artefici di un possibile futuro. Come diceva Revelli riguardo gli zapatisti: “A un certo punto smisero di guardarsi attraverso gli occhi del mondo e cominciarono a guardare il mondo attraverso i loro occhi”.

Quando si diserta la prima domanda che ci si fa è: “Dove andiamo?” Essendo che questo tipo di guerra è ormai ovunque, io penso che non si debba andare in nessun altro luogo se non in quello in cui ci si trova. Disertare da dentro, se si può dire. Disinnescare la violenza quotidiana a qualunque altitudine e latitudine. Cercare, agognare, costruire, promuovere, favorire la pace.

Questa parola.
Pace.

Questa parola così abusata. Oltraggiata, direi. Tacito diceva “Fecero un deserto e lo chiamarono pace”. L’uso della parola “pace” per parlare di guerra è un’aberrazione linguistica che porta ad aberrazioni della mente. Fino ad arrivare alla nota espressione “Guerra umanitaria”. Follia pura.

E dall’altra parte, la pace di quelli che fingono una sorta di candido ed equilibrato distaccato dalle cose. Quelli che guardano dall’alto le miserie umane. Quelli che fanno raccolte fondi per la pace nel mondo salvo poi dar fondo alla loro pretesa che il mondo non venga a scomodarli difendendosi dietro ad un muro che nessuno può oltrepassare perché “va bene la pace nel mondo, va bene tutto, ma se entri a casa mia, io… candidamente, amorevolmente, pacificamente… ti sparo”.

Io non so quale pace vada trovata. L’unica sensazione è che debba essere una pace vera, concreta. Ovvero lottata. Sicuramente una pace che sia aspirazione alla giustizia sociale. Una pace che si trova non già al di fuori del conflitto ma, in qualche modo, dentro il conflitto stesso. Un’oasi nel cuore del deserto. Una diserzione a testa alta. Un cambiamento profondo. Umano. Antropologico. Insomma, sì, una rivoluzione. Ma più intesa come “Il tempo che l’astro, visto dal centro di moto, impiega per ritornare nella stessa posizione tra le stelle”. Tutto questo nella speranza che un giorno, un Tacito del futuro, scriverà: “Fecero una diserzione e la chiamarono pace”.

Ed ora, dopo tutte queste parole, dopo tutte queste “belle parole”, chiudo con un atto di vergogna. Perché appena dopo aver finito di scrivere quanto sopra, ho avuto un moto di rabbia contro mio figlio. Al di là del fatto che io avessi o meno ragione constato,
per l’ennesima volta e con grande dolore, che la violenza è in me. Anzitutto in me.

È bastato un passo falso. Come accade tutti i giorni.

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vorrei

Vorrei viaggiare
nel senso di respirare
e stare in silenzio
e cento camere d’albergo
belle o brutte non importa
e poi bere e poi fumare
e pregare
e guardare
e ascoltare
e ricevere
e inchinarmi e ringraziare
e poi ciao ciao salutare.

Tutto.

Che è poi tutto e tutti. E tutto in tutti. E tutti in tutto.

Avere il tempo di salutare
e poi tornare e dire fare baciare lettere teste menti
e lavorare tanto ai componimenti
nel senso di vivere per restituire il mal tolto
il rubato
l’arraffato
il ghermito
la merce che scotta
la pace che lotta
la vita che è vita solo se è rotta.
E infine
dal filo
oplà
ringraziare.

Vorrei il tempo della vita
che è quello di ascoltare e poi obbedire.
Vorrei il niente utile al niente e il tutto al vento
come i capelli delle bimbe controvento.
Vorrei il niente da fare
per lasciarmi incantare.
Stare seduto dove capita
sull’orlo del giorno per giorno
e assistere al nonnulla
che parla una lingua muta
segreta e impercettibile.
Vorrei tornare a casa
una volta ancora
e stare in compagnia delle fondamenta:
guardare – ascoltare – non aver nulla da fare.
Vorrei una volta ancora fare l’unica cosa che so fare:
testimoniare e ringraziare.
Vorrei salutare tutta la vita
prima di andare
perché poi devo tornare
e lasciare tutto a tutti
prima di mai più ripartire.

Per questo vorrei viaggiare.
Per potermi fermare.

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una vita più onesta

Una voce o un incidente o una sensazione.
Ti giri e ti vedi riflesso.
In uno sguardo distratto o in un vetro distrutto o in un avanzo di idea.
Ti vedi per caso.
All’improvviso.
Senza aver avuto il tempo di nascondere il tempo ovunque impresso.

Ti vedi per quel che sei, nonostante l’impegno e le speranze.
Ti vedi e ti arrendi.
Ti arrendi e ti abbandoni.
Ti abbandoni e ti lasci andare alla calma piatta dell’evidenza.
Senza gioia né dolore.
Silenziosamente naufragando.

Sulla riva cocci sparsi.
Li guardi.
Non sai che fartene.
Tanti pezzi tutti tanto diversi.
Rotti, scheggiati, incompiuti.
Riflettono.
Ti restituiscono scomposto, fuori posto, frammentato.
Rifletti.

Osservi ciò che resta e ti chiedi come assemblarci qualcosa.
Non so, una vita più onesta.
Qualcosa che stia in piedi, con un minimo di dignità.

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